Steven Wilson in gran forma nel bel mezzo di una birreria viennese (2014)
Luogo: Vienna / Ottakringer Brauerei / Austria
Data: 04.04.2014
Una location così strana e scomoda come la birreria viennese Ottakringer Brauerei, per un concerto di Steven Wilson, innovatore del prog rock, polistrumentista, cantante e capo dei mitici Porcupine Tree, non te la saresti potuta immaginare nemmeno nei sogni. Probabilmente nemmeno Wilson, asceta convinto, si aspettava di suonare nel bel mezzo della parte vecchia della grande birreria viennese, riadattata apposta per eventi e concerti vari. L’unica data della band di Steven in questo tour a svolgersi con il pubblico in piedi era stata piazzata in una sala decisamente troppo piccola: in mezzo al locale sold out, nella ressa, si faticava quasi a respirare e ogni scorta di ossigeno faticosamente pompato diventava preziosissima col procedere del concerto. A rovinare la vista sulla band, oltre ai pilastri piazzati a casaccio, che impedivano al telo di aprirsi per intero e quindi alle proiezioni da studio di rendere al meglio, ci pensavano anche i panzer da due metri, che quella sera erano abbastanza da metterci insieme una squadra di basket.
Ma se si lasciano da parte tutti gli aspetti negativi appena elencati e ci si concentra invece su quelli positivi, che erano decisamente di più, non c’è davvero nessun motivo per tenere il muso: la band di Steven, affiatatissima, ha messo in piedi un concerto fantastico a tutti i livelli, giustificando in pieno (se non superando) le grandi aspettative dei suoi fedelissimi, che durante lo show hanno dimostrato più volte un supporto eccezionale. La squadra di maestri della musica di Steven ha suonato quella sera quasi per intero il nuovo album «Hand. Cannot. Erase» (2015), che attraverso le varie proiezioni raccontava anche la storia sconvolgente di una ragazza sola e dimenticata, nata dal concept di Wilson.
Il maestro scalzo Steven e la sua combriccola sono saliti sul palco dopo un’introduzione ambient lunghissima, sfociata nello strumentale «First Regret» e poi in «3 Years Older», uno dei brani migliori di «Hand. Cannot. Erase». Steven ha passato la maggior parte dello show davanti al microfono e con la chitarra elettrica in mano, in compagnia, nel ruolo di chitarrista principale, del virtuoso maniaco Guthrie Govan (The Aristocrats, ex-Asia), che nemmeno nelle sezioni tecnicamente più impegnative dei vari pezzi, tra improvvisazioni e variazioni chitarristiche, si è spinto neanche la metà di quanto fa di solito nei suoi progetti solisti fuori di testa. Con l’inizio del tour americano, per via dei suoi impegni con The Aristocrats, Govan sarà sostituito da Dave Kilminster (Roger Waters). Al basso e al chapman stick lo supportava il mitico bassista/cantante Nick Beggs (Kajagoogoo, Steve Hackett), che ha dato a Wilson un aiuto efficacissimo anche nelle armonie vocali di accompagnamento.
Wilson nelle sue band prende solo i migliori batteristi disponibili, e Marco Minnemann (The Aristocrats, Joe Satriani), che nel prosieguo del tour, per le date americane, sarà sostituito da Craig Blundell (Pendragon), rientra senza dubbio tra i maestri della batteria più elettrizzanti del momento. Minnemannn, mancato successore di Mike Portnoy nei Dream Theater (all’audizione era arrivato secondo tra i candidati principali per il ruolo di nuovo batterista), con la sua energia e la sua superiorità tecnica toglieva il fiato praticamente a ogni occasione. Il virtuoso delle tastiere Adam Holzman (nella sua carriera ha collaborato con un mucchio di nomi stimati, Miles Davis in testa), col suo approccio jazz ai tasti ha dimostrato più volte che per lui non è il minimo problema passare dal mellotron al suono degli organi hammond fino alle texture elettroniche, cosa che quella sera, vista l’eclettismo dell’opera di Wilson, gli ha dato parecchio da fare.
Con la title track, cioè «Hand Cannot Erase», abbiamo vissuto anche il primo momento pop rock della serata, mentre uno dei picchi è stato «Routine», tra l’altro il brano preferito di Steven da «Hand. Cannot. Erase», che oltre all’ottima esecuzione ci ha entusiasmato anche con un’animazione innovativa e sconvolgente. Anche se quella sera Steven ha suonato quasi tutto il nuovo album (hanno saltato solo «Transcience»), non si è certo dimenticato dei traguardi del passato, come ha dimostrato subito con una versione ottimamente eseguita di «Index», classico da «Grace For Drowning» (2011). La prima sorpresa della serata è stata però l’inattesa esecuzione dell’intensa classica dei Porcupine Tree «Lazarus» (album «Deadwing», 2005), perché praticamente nessuno sotto il palco si aspettava che Steven quella sera suonasse qualcosa della sua band ‘madre’, quella che per un po’ ha ‘congelato’.
La sala è esplosa anche con il brano successivo, «Harmony Corine», una leccornia da «Insurgentes» (2009), che Steven ha presentato come una creatura in parte ispirata alla new wave anni Ottanta, che da adolescente ascoltava volentieri (e ascolta ancora volentieri). Tra le band che allora ascoltava tanto ha citato anche i Kajagoogoo di Beggs, strappando un gran sorriso a questo grande positivista e maestro del basso, che è anche un ottimo cantante. La combriccola di Steven ha regalato bellissime sorprese anche in entrambi i bis.
Nel primo ci hanno sorpresi con «The Watchmaker», classico da «The Raven That Refused to Sing (And Other Short Stories)» (2013), dove per un po’ ha regnato un’atmosfera davvero fantasmagorica, mentre con la leccornia dei Porcupine Tree «Sleep Together» (album «Fear Of a Blank Planet», 2007) è impazzita di nuovo tutta la sala, in particolare la parte femminile del pubblico, che sui ritmi elettronici ha sfoggiato alla prima occasione anche qualche passo di danza, cosa che al concerto di un artista progressive rock (Wilson, che non ama le ‘etichette’ musicali, la maggior parte della sua opera preferisce chiamarla rock concettuale) non vedi proprio tutte le sere.
Il maestro Wilson e i suoi virtuosi compari hanno chiuso lo show con l’epico brano da brividi «The Raven That Refused to Sing», anch’esso tra i picchi di questa serata di completa coccola ambient. La sconvolgente proiezione grafica ha reso ancora più profondo l’oscuro atto conclusivo, anche se qui bisogna fare una piccola riserva: in entrambi i brani da «The Raven That Refused to Sing» si è sentita un po’ la mancanza del contributo strumentale del fiatista Theo Travis (Soft Machine Legacy, Gong), assente in questo tour. Naturalmente questo non ha minimamente intaccato l’impressione finale, molto positiva, che non si è sbiadita per un bel pezzo dopo la fine di questa splendida serata, tanto che c’è stato parecchio rammarico per il fatto che lo show della band di Steven, con un’atmosfera costantemente meravigliosa, sia passato in un lampo, anche se ci ha coccolati per due buone ore.
Steven Wilson e la sua scafata combriccola di super virtuosi ci hanno portato, durante l’eccezionale concerto viennese, in un viaggio meraviglioso tra i variegati meandri sonori dell’attuale capolavoro in studio di Wilson, regalando nel mezzo ancora qualche sorpresa inattesa dai capitoli più vecchi (diciamo così) della sua carriera musicale, anche se il pezzo più datato risaliva a un anno non così lontano, il 2005. Per tutto lo show abbiamo potuto goderci anche un’acustica fantastica, uno dei marchi di fabbrica di tutti i concerti di Wilson, che possono servire da veri e propri esempi didattici su come creare un suono da sogno in una sala. Alla prossima visita di Wilson i viennesi dovranno per forza spostare il concerto in una sala più grande e più dignitosa: per affluenza ai suoi show, Steven ha ormai chiaramente superato le venue da livello Ottakringer Brauerei, a costo di far brontolare i vari ‘fratelli della birra’.
autore: Peter Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta:
1. First Regret
2. 3 Years Older
3. Hand Cannot Erase
4. Perfect Life
5. Routine
6. Index
7. Home Invasion
8. Regret #9
9. Lazarus
10. Harmony Korine
11. Ancestral
12. Happy Returns
13. Ascendant Here On…
—bis I.—
14. The Watchmaker
15. Sleep Together
—bis II.—
16. The Raven That Refused to Sing















