Sulle orme degli Uriah Heep a Capodistria (2011)

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Testo: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Figa Rock Bar / Capodistria / Slovenia
Data del concerto: 17.06.2011
Pubblico: 120 persone
Prezzo del biglietto: 0,00€ (ingresso gratuito!)

La polvere non si è ancora posata del tutto che l’ultimo tour degli Uriah Heep, come sempre, ha “sfiorato” la Slovenia, a nord. È passato appena un mese e la nostalgia mi sta già divorando! Non c’è rimedio migliore che consolarsi con una gita sulla costa slovena e il concerto degli ottimi Sweet Loraine, tribute band italiana agli Uriah Heep.

Prima volta storica di RockLine al Figa Rock Bar di Capodistria, una bella novità per il giro rock della nostra costa. Come al solito, sul litorale tutto comincia più tardi. Soprattutto quando si tratta di far festa. E anche i Sweet Loraine sono saliti sul palco davvero tardi.

La formazione è questa: il maestro e capobanda Alex Falcone (tastiere, organo, mini moog, cori), Davor “Byron” Žorž (voce), Maury Blas (chitarra, cori), Al “Bert” Zuccato (basso) e Walter Pod (batteria). Se hai dato una scorsa alla line-up, avrai forse notato che c’è di nuovo Davorin Žorž. L’anno scorso, infatti, per un po’ ha preso il suo posto nei Sweet Loraine un altro cantante, e l’esibizione della band vicino a Villaco lo scorso agosto ha mostrato alcune lacune lasciate dall’addio di Davorin. È davvero bello rivederlo in formazione. Il tipo non porta il soprannome Byron per niente: il timbro della sua voce, per estensione e sfumature, è un’imitazione riuscitissima del compianto cantante degli Uriah Heep, che ancora oggi molti (i più irriducibili fan dei dischi anni Settanta della band) considerano l’unico vero cantante degli Uriah Heep. L’altro nome molto interessante nei Sweet Loraine è l’ottimo e versatile tastierista e maestro Alex Falcone, che nel 2009 ha pubblicato uno splendido album solista in studio intitolato “Aphasia” (la recensione di RockLine è QUI). Il tipo è un nome rispettato sulla mappa musicale mondiale: nell’album in questione ospita, fra gli altri, James Christian (House Of Lords), Kee Marcelo (ex-Europe) e Dougie White (Cornerstone, ex-Y.J. Malmsteen’s Rising Force, ex-Rainbow, ex-Praying Mantis).

Ti starai già annoiando con questa introduzione piena di fatti, ma forse è proprio questa a convincerti più facilmente che i Sweet Loraine, che ho visto stavolta per la terza volta nell’arco di tre anni, hanno fatto un gran passo avanti. Il loro concerto a Capodistria è stato senza dubbio ottimo. In particolare Alex Falcone e il chitarrista Maury Blas sono riusciti a creare quel legame comunicativo fondamentale che mantiene la resa il più vicina possibile agli originali degli Uriah Heep. Davorin è l’uomo che si trova più a suo agio con i pezzi dell’era Byron. Così, per esempio, la difficilissima Tears In My Eyes è venuta fuori in modo fenomenale. Richiama alla mente quanto conta il ditale in questo pezzo e credimi: Maury ha studiato alla grande il suono e l’uso del ditale, avvicinandosi in modo degno a Mick Box. Con il timbro di Davorin così compatibile, le linee di Hammond calde e ribollenti e le armonie vocali aggiunte, i Sweet Loraine in questo pezzo hanno davvero dato fuoco alle polveri. Hanno spaccato anche Bird Of Prey, Stealin’, Something Or Nothing, Wizard Rainbow Demon, Circle Of Hands, Sweet Loraine, Sunrise, con i picchi proprio nella già citata Tears In My Eyes, in Traveller In Time, in July Morning (difficilissima, ma interpretata con grande successo) e in Gypsy, con quelle armonie vocali che gli Uriah Heep di oggi non sono più in grado di mettere insieme (il motivo sta nel modo diverso di eseguire i classici e, ovviamente, in una formazione completamente cambiata). In July Morning i Sweet Loraine hanno ricopiato l’originale in studio e lo hanno eseguito con grande maestria. Qui un bravo speciale va ad Alex, che ha perfino inserito l’assolo di Manfred Mann sul mini moog. Bravi ragazzi, per aver riprodotto con tanta cura le armonie vocali a più voci che ci hanno sparato dritti dritti dentro l’album “Look At Yourself”.

La band è stata molto coesa anche nei classici dell’era Lawton, anche se qui va tenuto presente che interpretare John Lawton in modo davvero degno è praticamente impossibile: questo maestro ha uno stile vocale così particolare, un’abilità vocale con cui ha dato agli album degli Uriah Heep “Firefly”, “Innocent Victim” e “Fallen Angel” un’espressività unica. Davorin qui ha tirato fuori il massimo della sua gamma vocale, cavandosela degnamente anche nei passaggi più impegnativi. Pezzi come Sympathy, The Hanging Tree, Free N’ Easy e The Dance ci stavano benissimo in scaletta. Una vera piccola sorpresa l’hanno preparata quando si sono messi anche su Too Scared To Run, dall’album degli Uriah Heep “Abominog”, dagli anni Ottanta, quando alla voce degli Uriah Heep c’era Pete Goalby.

La band ha diviso la sua esibizione in due parti. Un sistema che si è rivelato molto azzeccato, perché tiene il pubblico sul posto più a lungo. I Sweet Loraine hanno chiuso con gli attesissimi Easy Livin’ e Lady In Black, che hanno riarrangiato rispetto all’originale ormai stra-abusato, rendendo il pezzo più interessante da suonare. Non è mancata nemmeno un’ottima Gypsy e, proprio alla fine, ancora Bird Of Prey, che hanno suonato addirittura due volte. Sala più o meno vuota (l’interno del locale). Un sacco di gente ha ascoltato il concerto direttamente fuori dal locale, con l’eccezione degli amici della band misto italo-slovena Wild Ones, i cui membri hanno scapocciato insieme in prima fila, incitando i Sweet Loraine.

I Sweet Loraine hanno convinto su tutta la linea. Strumentalmente sono affiatatissimi. Anche quando ascolti le copie con attenzione, seguono gli originali con sicurezza e dignità. Certo, il repertorio impegnativo ha lasciato qualche segno sulle corde vocali di Davorin e verso la fine del concerto il cantante non sembrava più così fresco, ma va tenuto presente che l’interpretazione vocale degli Uriah Heep è già di per sé difficilissima.

Un concerto riuscito sotto ogni aspetto, insomma. Vale la pena di andarci per tutti gli amanti dei classici Uriah Heep. Solo una nota. Niente di nuovo. Il pubblico, appunto. Per tutta la sera ha dedicato più attenzione a tracannare intrugli alcolici, tanto che in giro rotolavano senza sosta un sacco di teste ubriache, il che ha gettato una luce poco bella sull’evento stesso. Ma da noi funziona così. Prima si beve, poi, se resta tempo, si gode del rock. Qualunque sia la qualità. Così i Sweet Loraine avrebbero potuto impegnarsi quanto volevano: il loro impegno e la qualità dello show non sarebbero mai riusciti a entrare sotto la pelle di un pubblico così “perso”. Noi sloveni semplicemente non siamo una nazione rock. Nonostante questo triste dato di fatto sullo stato mentale del pubblico che frequenta questi concerti, d’altra parte i Sweet Loraine non hanno davvero motivo di lamentarsi. Hanno raggiunto un ottimo livello di affiatamento e per questo consiglio a tutti i veri amanti della musica degli Uriah Heep di andare a vedere questa band alla prima occasione utile. I Sweet Loraine non ti deluderanno.

foto: Aleš Podbrežnik

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