Sweden Rock Festival 2011 (2° giorno) – Un omaggio sentito agli dèi del metal
Autore: Urban Bolta
Foto: Urban Bolta
Luogo: Sölvesborg / Svezia
Data del concerto: 15.06.2011
Numero di spettatori: 33000
Prezzo del biglietto: 270€ (biglietto da 4 giorni)
Uno sguardo al cielo limpido del giovedì prometteva una bella giornata di festival: in campeggio ci eravamo ritrovati con qualche nuovo vicino e l’area dei concerti iniziava a riempirsi. Solo dal secondo giorno gli organizzatori aprono l’intera area del festival con i due palchi più grandi, e così al posto di 10mila persone ne accolgono ben 33mila. Comunque meno dell’anno scorso, quando eravamo duemila teste in più, perché qui tengono fede a un tetto massimo rigidissimo, che è un altro dei pregi di questo festival: durante il giorno la folla si distribuisce su cinque palchi, quindi la calca si crea solo per gli ultimi due o tre act.
JOAN JETT AND The BLACKHEARTS (Rock stage)
Uno dei nomi più interessanti dell’edizione di quest’anno era Joan Jett con i suoi Blackhearts, visto che i suoi concerti in Europa sono più un caso che la regola. Certo, l’anno scorso ha girato il nostro continente come opening act del tour dei Green Day, ma dall’ultimo vero concerto della celebre attivista del punk rock dalle nostre parti è passato un bel po’ di tempo. Ad accompagnare Joan nei Blackhearts c’erano il suo storico batterista Thommy Price (Billy Idol), il chitarrista ritmico Dougie Needles e il bassista Kenny Aaronson.
Nonostante i cinquant’anni suonati, Joan Jett resta una donna affascinante agli occhi maschili: puntualissima all’ora annunciata è salita sul palco con la band e ha aperto la festa con Bad Reputation. Fin dall’inizio si capiva che l’intesa nella band è quella giusta, e Joan nell’interpretare i pezzi è ancora maliziosa e sincera allo stesso tempo, tanto da convincere parecchi che erano arrivati sotto il palco solo per curiosare. L’ex frontwoman delle The Runaways infila regolarmente nei suoi concerti un pezzo o due del periodo anni Settanta, stavolta sono toccati a Cherry Bomb e School Days. Joan Jett ha un fiuto eccezionale per tenere in pugno la folla, e ovviamente sfrutta con diligenza i suoi attributi femminili e un aspetto ancora molto accattivante. Per tutto il concerto sono emerse capacità da leader carismatica e un approccio rilassatissimo, nello stesso stile ha sfoderato anche tutti i discorsi al pubblico, cosa del resto prevedibile da una vecchia volpe della musica come lei. Love is Pain e Fake Friends hanno spinto il concerto verso la fase finale, quando i Blackhearts si sono lanciati in una rilettura hard rock dell’hit degli The Stooges I Wanna Be Your Dog, prima che arrivasse il momento del più grande successo della simpatica musicista, I Love Rock N’ roll, che com’è ovvio ha raccolto le ovazioni più rumorose dal pubblico. Prima dello scadere del tempo a disposizione ha infilato ancora tre pezzi, fra cui spicca l’hit del 1988 I Hate Myself For Loving You, quando ormai l’ora di show, dalla retorica punk’n’roll semplicissima, volgeva al termine. Con una prova gestita alla grande, Joan Jett ha sbattuto il guanto di sfida in faccia a chi la bolla come cantante da “one hit”, e al giudizio più che positivo contribuiscono anche le ottime condizioni sonore del secondo palco del festival e il resto dei Blackhearts, che ha svolto il proprio compito con professionalità.
FM (Zeppelin stage)
Il primo concerto che mi sono guardato quest’anno sullo Zeppelin stage (l’anno scorso il palco portava il nome di Dio, in ricordo della leggenda scomparsa) è stato quello dei rocker melodici britannici FM, tornati in attività e con in tasca un ottimo album recente, “Metropolis” (la recensione la trovi qui). Siccome si sovrapponevano in parte a Joan Jett, sono arrivato un po’ in ritardo, e sotto il palco si accalcava già una generazione piuttosto matura di aspiranti musicisti. Una delle qualità principali degli FM è la sensibilità vocale del membro originale Steve Overland, la cui voce con gli anni non si è scalfita per niente. Le sue evoluzioni vocali si sono incastrate alla perfezione nel quadro sonoro, spesso arricchite dalle armonie vocali degli altri quattro membri, che hanno regalato veri momenti di euforia: un buon esempio è stata l’esecuzione di Over You. Gli FM insomma non hanno tradito il tratto più riconoscibile della loro musica, anzi, è solo dal vivo, con l’adattamento interpretativo dei versi, che la loro musica diventa ancora più marcata. Parte importante della perfezione esecutiva era ovviamente il suono cristallino (come da tradizione su quel palco), che lasciava sentire con chiarezza il gioco fra tastiere e chitarra. Le tastiere di Jem Davis sono una delle figure centrali del linguaggio degli FM, perché non sono solo un mattone dell’atmosfera, ma non di rado addirittura lo strumento principale di introduzioni o finali dei brani, come in I Belong to the Night o Bad Luck. Un concerto senza inutili buffonate teatrali sul palco è stato l’evento AOR centrale del festival, e l’esibizione da manuale si è chiusa con la cover I Heard It Through The Grapevine di Barrett Strong & Norman Whitfield.
Accept (Rock stage)
Il tour invernale-primaverile degli Accept, trainato dall’ottima accoglienza dell’ultimo album “Blood of the Nations”, con il concerto allo Sweden Rock è passato alla dimensione festivaliera, e gli Accept si sono presentati in Svezia per la prima volta fuori dalle mura dei club con il nuovo cantante Mark Tornillo. I tedeschi, heavy metal teutonico tornato in attività, allo SRF avevano suonato addirittura da headliner di giornata già nel 2005, ma allora le cose erano un po’ diverse: al timone della loro barca c’era lo zio incazzoso Udo Dirkschneider.
Gli Accept hanno aperto con Teutonic Terror e fin da subito hanno calato sul tavolo tutti i loro assi: la potente linea di basso di Baltes, riff semplici ma assassinamente contagiosi e la voce stridula del novellino Tornillo. Wolf Hoffmann occupava l’estrema destra del palco, al centro c’era il bassista Peter Baltes e a sinistra… Hermmm.. dov’era finito Herman Frank, porca miseria? Nel tour americano l’altro chitarrista degli Accept è caduto dal palco e finché non sarà in grado di contare tutte le sue costole, dietro il grande telo rosso con l’immagine della copertina dell’ultimo album suonerà un chitarrista di supporto a tappare il buco di Frank. La delusione per gli Accept un po’ sguarniti si è trasformata presto in headbanging e in un seguire entusiasta quello che succedeva, grazie ai brani recenti Bucket Full of Hate e New World Comin’ e agli hit di ferro Restless and Wild e Metal Heart. Il sound heavy metal primordiale, senza giri di parole, ha fatto centro in pieno: i leggendari tedeschi erano seguiti da una massa enorme di gente che si estendeva ben oltre la regia, alimentando di energia i musicisti affamati di suonare. L’intesa spontanea della coppia Hoffmann / Baltes ha domato le dimensioni dell’area e buttato sempre nuove ossa a una folla assetata di divertimento. Mark Tornillo, che dopo sei mesi di concerti si è ormai abituato bene alla nuova posizione di frontman, è un tipo dai gesti simpatici ma anche capace di attacchi vocali senza compromessi. Adatta l’altezza dei suoi urli al pezzo suonato, e ha un’estensione maggiore di Dirkschneider, per cui i brani guadagnano in dinamica: un bel esempio è stato Fast as a Shark, dove in apertura ha tirato fuori un urlo animalesco da spaccare le orecchie e poi ha cantato il ritornello in modo molto più melodico di quanto siamo abituati nell’originale. La smisurata potenza dei riff teutonici di Hoffmann ha ruggito un’ultima volta con Pandemic e Balls to the Wall, quando il quartetto, dopo una buona ora e mezza, si è già congedato. Superata la fastidiosa assenza di Frank, gli Accept si sono dimostrati ancora una volta una macchina ben oliata, che la lunga assenza dalle scene, con la sua energia cinetica accumulata, ha lubrificato ancora di più, anche se, a dirla tutta, un concerto da festival non può comunque competere con i due splendidi incontri con gli Accept nel tour invernale nei club (i reportage qui: Vienna e Monaco di Baviera).
SAXON (Rock stage)
Subito prima dell’atto conclusivo della serata, sotto i riflettori dello Sweden Rock sono saliti anche i leggendari Saxon, vecchie conoscenze dei palchi sloveni, che appena due settimane prima avevano sudato al Kino Šiška di Lubiana. Siccome i Saxon sono uno degli ingranaggi più costanti della macchina heavy metal, con album e concerti a ripetizione, stavolta con gli organizzatori dello SRF hanno pensato a un’esibizione speciale. In vista del trentennale del classico “Denim and Leather”, l’album doveva essere suonato per intero; un’esclusiva simile (solo con un altro condimento) l’anno scorso era toccata al festival Download a Donington Park, dove i Saxon hanno sparato l’intero “Wheels of Steel”. Funziona così: lo Sweden Rock Festival offre sempre qualcosa in più, è il suo marchio di fabbrica!
Per l’occasione i Saxon hanno riattivato l’aquila gigante, che sopra la batteria di Nigel Glockler si innalzava fiera fino al soffitto del palco e, complice l’orario serale, brillava a distanza: la vista del palco era più che maestosa e spettacolare.
Nonostante oltre trent’anni di carriera sul palco, i Saxon sanno ancora prepararsi a ogni singolo concerto, impegnarsi al massimo e mascherare la routine fino a renderla irriconoscibile. Come altrimenti spiegare il continuo headbanging di Carter in giro per il palco, il piacere sovrannaturale di Scarratt negli assoli o i gesti sinceri di Biff? Nella prima parte del repertorio i Saxon hanno messo in fila due brani dell’album “Call to Arms”, uscito pochi giorni prima (la recensione la trovi qui), e due classici, prima di buttarsi sul materiale promesso dell’era “Denim and Leather”. Una vera piccola festa l’hanno portata Fire in the Sky e Midnight Rider, suonate, a detta di Biff, per la prima volta dal 1982. I Saxon hanno senza dubbio messo parecchio impegno nelle prove per questo concerto, perché anche i brani mai sentiti dal vivo sono prese vita sul palco in forma originale, senza stecche udibili, e si sono fusi con facilità col resto del materiale. Rispetto alle altre date dell’attuale tour, a causa della scaletta extra i Saxon sono stati costretti a lasciar fuori qualche pezzo sempre suonato, in cambio della lunghezza completa dell’album della serata, quindi vale la pena segnalare anche le rarità Rough & Ready e Out of Control, prima che Paul Quinn trasformasse i ritmi rock’n’roll scattanti e hard rock in un celebre riff di Denim and Leather. Chi ha visto le leggende britanniche della NWOBHM alla Šiška sa bene cosa significhi l’intensità di un concerto per dei cinquantenni suonati da un pezzo. Biff Byford ha dettato trionfante il ritmo a un’Aquila di buon umore e massaggiato il pubblico con simpatici discorsi, la coppia Quinn / Scarratt, nonostante le gocce di sudore, ha attraversato la serata a tutta velocità alternando trucchi solistici, intrappolata nell’infallibile ingranaggio ritmico dell’asse Carter / Glockler. Strong Arm of the Law è stata aperta da Nibbs Carter con un breve assolo di basso, prima che il quintetto, sotto lo sguardo vigile della famosa aquila, ruggisse un’ultima volta in serata con il classico Wheels of Steel.
JUDAS PRIEST (Festival stage)
Cosa c’è di più bello dei Judas Priest per chiudere il primo giorno di festival? Anzi, cosa può esserci di più bello in assoluto? Già il nome Judas Priest accende emozioni forti in tutti i “capelloni di lungo corso”: sono sinonimo di heavy metal, gli immortali fabbri della bibbia del metal e da decenni uno dei cavalli di battaglia del genere, ed è per questo che, dal loro brano dell’album “British Steel” (1980), non per niente si sono beccati il soprannome di “metal gods” (dèi del metal). Nel pieno dell’inverno i Priest hanno annunciato che quest’anno partiranno per il tour “Epitaph”, l’ultimo grande tour mondiale prima del ritiro, e uno shock ancora più grosso per tanti fan è arrivato dal loro campo ad aprile, quando ha lasciato la band il chitarrista originale e fondatore K.K. Downing. Il sostituto per l’insostituibile è stato trovato nel ragazzino Richie Faulkner, che prima strimpellava con Lauren Harris e i Dirty Deeds. Con il nuovo innesto, i Priest allo Sweden Rock hanno suonato solo il secondo concerto del tour e, pare, anche l’ultimo in assoluto in Svezia, per cui le aspettative e le emozioni prima dell’inizio erano ancora più alte.
Noi che avevamo resistito fino alla fine ai Saxon ci siamo risparmiati la penosa attesa prima dell’inizio dei Priest. Avevo appena conquistato un buon posto per seguire il concerto, che dagli altoparlanti è esploso il suono velenoso delle chitarre con il riff di Rapid Fire, è caduto l’enorme telo con il logo del tour “Epitaph” e ha svelato i cinque musicisti già schierati sul palco. Glenn Tipton a destra, Faulkner a sinistra, al posto di K.K., come sempre. Poi è arrivata Metal Gods: la coppia di brani, in questa sequenza, apriva i concerti già nel precedente tour dei Judas Priest. Dopo i minuti iniziali un po’ trattenuti da parte dei Priest è arrivato il primo saluto di Halford, i freni si sono allentati e i Priest sono partiti in tutte le direzioni. Le sorprese si sono susseguite una dopo l’altra: in scaletta sono tornate Heading Out to the Highway, Starbreaker e persino Never Satisfied, prima che arrivasse il momento dell’intro acustica della ballata Diamonds & Rust (originale di Joan Baez), che a metà esecuzione è passata alla variazione dell’album “Sin After Sin” e si è chiusa con un tempo altrettanto spedito.
Rob Halford si è tenuto bene. I registri più alti ormai da tempo non li raggiunge più, e si sente soprattutto nell’uscita dagli scream, ma è comunque in forma migliore che nel tour di Nostradamus del 2008, il che fa un bene enorme all’immagine complessiva dei Judas Priest dal vivo. L’uomo in lungo cappotto di pelle, con un carisma ineguagliabile, uccide già con lo sguardo, quindi non ha bisogno di un’esibizione particolarmente energica per ottenere l’effetto voluto: passeggia tranquillo da un capo all’altro del palco e con i suoi gesti inconfondibili appicca incendi fra i fan là sotto. Richie Faulkner è ormai entrato bene nelle scarpe di K.K. e ne ha assunto in pieno il ruolo, quindi apre anche alcuni brani e si prende gli assoli imparati a memoria; è mancato soltanto lo spontaneo headbanging di tutti e tre i chitarristi, perché l’intesa spontanea non si può recitare. In generale il trio di chitarre sembrava un po’ teso in fatto di giocosità sul palco, mentre sull’esecuzione in sé non ci si può lamentare. Nella seconda parte del concerto i Priest hanno tirato fuori dal cilindro un eterno classico dopo l’altro: Night Crawler, The Sentinel, la cover dei Fleetwood Mac The Green Manalishi e Breaking The Law, dove Halford ha lasciato gran parte del testo al pubblico infuocato. Il martellare di Travis sulla batteria ha annunciato l’immortale Painkiller e l’odore infernale del testosterone sprigionato fra il pubblico, e la parte regolare dello show è finita in un attimo. Tre ritorni sul palco hanno portato i brani The Hellion / Electric Eye, Hell Bent for Leather con l’immancabile entrata in moto di Halford e You’ve Got Another Thing Comin’, durante la quale l’ultimo assolo della serata è toccato a Faulkner: con questa mossa i Priest hanno voluto dimostrare di considerare il ragazzo un membro a pieno titolo.
Nonostante tutti i problemi noti attorno ai Judas Priest, il concerto è stato una vera delizia, e l’addio alla Svezia all’altezza della grandezza degli dèi del metal. Sul nuovo chitarrista è già stato versato tanto inchiostro, quindi non mi dilungo: ogni fanatico dei Judas Priest risponda da sé alla domanda su cosa sia meglio, un mondo senza Judas Priest o i Judas Priest senza K.K.? Io comunque sto con la seconda versione.
Foto: Martin Johansson (Joan Jett and The Blackhearts, Saxon), Maria Johansson (FM, Accept), Stefan Johansson (Joan Jett and The Blackhearts, Judas Priest), Robert Helberg (Judas Priest)
Scaletta
11:30 — 12:15 OZ (Zeppelin) 11:50 — 12:30 PERRY AND The TRAVELLERS (Rockklassiker) 12:00 — 13:15 DUFF McKAGAN’S LOADED (Rock) 12:15 — 13:15 The HAUNTED (Sweden) 12:50 — 13:30 SUMMONED TIDE (Rockklassiker) 13:30 — 14:45 BUCKCHERRY (Festival) 13:45 — 14:45 DAN REED BAND (Zeppelin) 14:50 — 15:30 NINNUAM (Rockklassiker) 15:00 — 16:15 CLUTCH (Sweden) 15:00 — 16:15 JOAN JETT AND The BLACKHEARTS (Rock) 15:50 — 16:30 DAWN OF SILENCE (Rockklassiker) 16:00 — 17:00 FM (Zeppelin) 16:00 — 18:00 QUEENSRYCHE (Festival) 18:10 — 18:50 SPITCHIC (Rockklassiker) 17:30 — 18:30 GROUNDHOGS (Zeppelin) 18:15 — 19:45 ACCEPT (Rock) 18:15 — 19:45 MOONSPELL (Sweden) 19:15 — 19:55 FRANTIC AMBER (Rockklassiker) 20:00 — 21:30 The CULT (Festival) 20:15 — 21:30 GWAR (Zeppelin) 21:45 — 23:15 MORBID ANGEL (Sweden) 21:45 — 22:25 ABSORBING The PAIN (Rockklassiker) 21:45 — 23:15 SAXON (Rock) 22:45 — 23:25 MEAN STREAK (Rockklassiker) 23:30 — 02:00 JUDAS PRIEST (Festival) 24:00 — 01:30 The DAMNED (Zeppelin) scaletta di JOAN JETT AND The BLACKHEARTS: 1. Bad Reputation 2. Cherry Bomb 3. Do You Wanna Touch Me 4. Change The World 5. You Drive Me Wild 6. Fetish 7. The French Song 8. Love Is Pain 9. School Days 10. Fake Friends 11. I Wanna Be Your Dog 12. I Love Rock N Roll 13. Crimson & Clover 14. I Hate Myself For Loving You —————- 15. AC/DC scaletta degli FM: 1. Wildside 2. I Belong to the Night 3. Face to Face 4. That Girl 5. Don’t Stop (lovin every minute) 6. Only the Strong Survive 7. All Or Nothing 8. Assolo di chitarra 9. Over You 10. Burning My Heart 11. Bad Luck 12. I Heard It Through The Grapevine scaletta degli ACCEPT: 1. Teutonic Terror 2. Bucket Full of Hate 3. Starlight 4. Breaker 5. New World Comin’ 6. Restless and Wild 7. Metal Heart 8. Bulletproof 9. Losers and Winners 10. Princess of the Dawn 11. Up to the Limit 12. No Shelter ——————- 13. Fast as a Shark 14. Pandemic 15. Balls to the Wall scaletta dei SAXON: 1. Hammer of the Gods 2. Heavy Metal Thunder 3. Motorcycle Man 4. Back in ’79 5. Never Surrender 6. Fire in the Sky 7. Midnight Rider 8. And the Bands Played On 9. Call to Arms 10. Rock ‘n’ Roll Gypsy 11. The Eagle Has Landed 12. Play It Loud 13. Rough & Ready 14. Out of Control 15. Denim and Leather 16. Princess of the Night 17. 747 (Strangers in the Night) 18. Crusader 19. Strong Arm of the Law 20. Wheels of Steel scaletta dei JUDAS PRIEST: 1. Rapid Fire 2. Metal Gods 3. Heading Out to the Highway 4. Judas Rising 5. Starbreaker 6. Victim of Changes 7. Never Satisfied 8. Diamonds & Rust 9. Dawn of Creation / Prophecy 10. Night Crawler 11. Turbo Lover 12. Beyond the Realms of Death 13. The Sentinel 14. Blood Red Skies 15. The Green Manalishi 16. Breaking the Law 17. Painkiller —————- 18. The Hellion / Electric Eye —————- 19. Hell Bent for Leather —————– 20. You’ve Got Another Thing Comin’
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