Chuckles and Mr. Squeezy

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Artista: Dredg
Etichetta: Superball Music
Uscita: year
Durata: 41:30
Voto: 3/5

Il quinto album in studio porta nella direzione musicale dei Dredg alcune novità che, a medio termine, possono rivelarsi un’arma a doppio taglio. La band, a cui qualcuno fino a “El Cielo” compreso cercava ancora di appiccicare l’etichetta di miglior clone dei Tool, dopo quel disco ha preso le distanze sia per stile che per suono e ha costruito con coraggio la propria identità artistica. “Pariah, The Parrot, The Delusion” è stato un passo avanti provocatorio e parecchio avventuroso, che trasudava ispirazione e acume espressivo. Mescolava approcci da rock progressivo e da alter rock/indie rock moderno! Suonava art rock e in tutto e per tutto particolare. Si aveva la sensazione che i Dredg avessero definito lì il loro suono e che l’avrebbero lucidato in quella maniera ancora per anni.

Invece “Chuckles And Mr. Squeezy” è una vera e propria piccola terapia d’urto per i fedelissimi della band. Sul nuovo album i Dredg esplorano le dimensioni musicali dell’elettro indie rock, che va a braccetto con un ambient sognante. A dettare la linea è soprattutto la produzione, che ha creato un contrasto di collage dolcemente fluttuanti fatti di tastiere synth ambientali in puro stile retrò “eighties”, ritmi semplici, banalmente piazzati, portati avanti con tempi da lenti a medi. Sopra a tutto svetta la voce malinconica di Gavin Hayes che, con la sua teatralità sognante, suona proprio “spaziale”, aliena, distaccata. Interessante la collocazione della chitarra: si tiene sui suoni puliti e organici, niente gesti pretenziosi che scatenino un ronzio rumoroso. La chitarra è calibrata nel mix e spinta sullo sfondo. Così a volte può sembrare perfino un semplice riempitivo senza impegno (l’opener Another Tribe, che in realtà svela il senso dell’intero album, The Rent).

I pezzi sono undici e, nonostante il sorprendente salto verso una nuova direzione sonora, i Dredg nel mettere in campo le loro idee restano convincenti, fantasiosi, freschi.  La sensazione generale, quando ti fai il disco da cima a fondo, è in linea di massima davvero sognante, a tratti perfino trascendentale. Anche la seconda traccia, Upon Returning, in cui la chitarra sputa fuori qualche decibel in più e che è il momento più rumoroso dell’album, non riesce a dissolvere questo senso generale di pace che il nuovo disco si porta dietro.

Nonostante l’album sia una nuova svolta nella carriera, i pezzi con la loro raffinatezza e la loro “morbidezza”, magari nemmeno voluta, dimostrano la straordinaria flessibilità e la sensibilità artistica di musicisti maturate con gli anni di esperienza. Uno di questi momenti imponenti è la sapiente canzoncina indie rock Somebody Is Laughing, che con la sua compattezza strofa-ritornello e la melodia contagiosa ha qualcosa di “coldplayano” (il ritornello e il giro di chitarra nel passaggio).

Ve li ricordate la magica sintesi di “post punk” e “new wave”? Il brano Down Withouth A Fight è il pezzo più impressionante del disco. Ci porta dritti dritti negli anni Ottanta con la combinazione di linee di basso calde e nostalgia retrò dei sintetizzatori. Le linee vocali, nel modo di condurre le melodie, ricordano una band del calibro dei The Smiths, ma, a voler stare con i piedi per terra, siamo nel 2011 e, per trovare paragoni, si sbaglierebbe di meno tirando in ballo a questo punto del disco qualche brano dei Gorilazz. Un’eredità musicale travasata con intelligenza nella nuova era. Scolpita nel cuore di un pezzo elettro indie rock morbido e suadente, da indie trendy. Con la stessa morbidezza l’album prosegue con la ballata The Ornament. Tra gli ornamenti acustici della chitarra, lascia trapelare una battuta pungente sulle ballate alla moda dei Duran Duran, cercando di replicare l’hitone dei Duran Duran Ordinary World. Poi arriva The Thought Of Losing You. Porta un altro momento imponente del disco, nato per girare sulle frequenze radiofoniche grazie alle linee melodiche del ritornello, limpide e curatissime. Un po’ come Somebody Is Laughing.

Eppure l’album a un certo punto cala di qualità e perde interesse verso la fine, quando si susseguono Kalathat, Sun Goes Down e la quasi “country” Where I’ll End Up. Sì. Non ci crederete! Anche questo è possibile con i Dredg.  A chiudere il disco c’è la fantasiosa e cupa Before It Began. La parte più grossa della melodia la mette il contrabbasso, guidato da un beat latino preso in prestito. La melodia ti tira fuori qualcosa che potrebbe saltare fuori dalla mente di Gilberto Getz. Un esperimento riuscitissimo, di quelli che sul nuovo album sono merce rara. Un diversivo benvenuto proprio sul finale! Nella sua melodia ci starebbe a meraviglia una chitarra flamenco.

I Dredg hanno lavato via drasticamente il loro suono. Sembrano proprio lontani, come se per un attimo fossero andati a vagare in un’altra galassia e ci avessero offerto tre quarti d’ora scarsi di derivazioni sognanti e rilassate di un rock, stavolta senza pretese, che presenta la band sotto una luce che non conoscevamo. Il clima non lo approfondisce solo l’atmosfera da dramma cupo che pervade l’album, ma anche la voce solista. I fan di certo non saranno entusiasti della nuova direzione, perché mette la band in una luce artistica meno interessante. Evidentemente la band voleva proporre un album diverso, e per questo ha scelto anche un’impostazione diversa nella produzione del suono. Speriamo che sia solo un capriccio passeggero e che i Dredg tornino presto ad approfondire quella portata artistica fondata dal disco precedente. Stavolta i fan balleranno su note più morbide, e alla band va sussurrato che la regola del “meno è meglio” non sempre scatta in modo abbastanza convincente.

Formazione

Gavin Hayes – voce, slide guitar, chitarra
Mark Engles – chitarra, cori
Drew Roulette – basso, synthesizer
Dino Campanella – batteria, piano, organo

Produzione

Dan the Automator

Tracklist

1. Another Tribe (3:46)
2. Upon Returning (3:51)
3. The Tent (4:46)
4. Somebody is Laughing (3:31)
5. Down Without a Fight (3:51)
6. The Ornament (4:06)
7. The Thought of Losing You (3:34)
8. Kalathat (3:23)
9. Sun Goes Down (3:48)
10. Where I’ll End Up (3:56)
11. Before it Began (2:58)

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