Talk Talk : Spirit Of Eden
Etichetta: Parlophone Records
Data di uscita: 16.09.1988
Produzione: Tim Friese-Greene
Durata dell’album: 41.30 min
Genere: Post Rock / Art Rock
»Spirit of Eden« è stato uno dei dischi migliori degli anni Ottanta, un lavoro che senza volerlo ha gettato le fondamenta di un nuovo movimento musicale, il cosiddetto post-rock, anche se ci sono voluti ancora parecchi anni prima che la maggior parte dei critici musicali ne riconoscesse il vero valore artistico. Questo album degli sperimentatori inglesi Talk Talk era totalmente diverso da tutto quello che avevano fatto fino ad allora, e non aveva nemmeno parentele di genere con niente di ciò che girava all’epoca sulla scena musicale. »Spirit of Eden« era un traguardo così innovativo e rivoluzionario per i suoi tempi che spiazzò e spaccò in due la critica, mentre alla band fruttò ancora più rispetto da parte dei palati fini della musica e le cementò lo status di culto, quello di uno dei pochi gruppi degli anni Ottanta a cui interessava più spingersi fino ai confini della propria evoluzione sonora che sfornare grandi hit. »Spirit of Eden«, in linea con il suo suono affascinante e assolutamente unico, era smaccatamente non commerciale e privo di qualsiasi hit, una frattura enorme con il passato dei Talk Talk.
I Talk Talk erano guidati dal carismatico e imprevedibile cantante e chitarrista Mark Hollis, che dopo il 1986 decise che il suo collettivo musicale sarebbe esistito solo come band da studio e registrò le sue composizioni al buio, a lume di candela, per ottenere un effetto ambientale ancora migliore: dei visionari musicali senza precedenti. In varie occasioni Hollis ha dichiarato che le sue radici musicali affondano nella musica classica del Novecento e nel jazz, e che era lì che voleva portare sonoramente anche i Talk Talk, ma la tecnologia dei sintetizzatori di allora, ‘per forza di cose’, li aveva incastrati nella new wave, finché con l’album »The Colour of Spring« (1986) non sono finalmente sbocciati come grandi sperimentatori del suono e dell’ambient.
Già l’ottimo »The Colour of Spring«, che in realtà era un album di transizione tra i primi Talk Talk new wave e quelli successivi, jazz-ambient (oggi si può dire anche post-rock), con le sue tante forme libere, speziate di jazz, e i suoi strati ambient ondeggianti aveva dimostrato dove la band si sarebbe spinta sonoramente con »Spirit of Eden«. Durante la registrazione del materiale di »Spirit of Eden« ci furono numerosi scontri tra i Talk Talk e l’etichetta EMI, che pretendeva solo di battere nuove hit e non capiva la visione sonora di Hollis. La maggior parte dei responsabili della EMI non capiva proprio cosa frullasse nella testa di Hollis, e già mentre ascoltavano le nuove composizioni si grattavano il capo smarriti, rassegnandosi al fatto che stavolta non avrebbero potuto (più) contare su alcun successo commerciale. Non c’è da stupirsi, quindi, che subito dopo l’uscita di »Spirit of Eden«, pubblicato per la Parlophone Records, filiale della EMI, i Talk Talk abbiano firmato un nuovo contratto con la Polydor.
Il tecnico del suono Phill Brown e il ‘compagno di merende’ musicale ‘esterno’ di Hollis, nonché produttore, Tim-Friese Greene, che ha curato una produzione divina grazie alla quale »Spirit of Eden« ha superato la prova del tempo in modo fenomenale, come se fosse stato registrato ieri, devono aver vissuto il processo di registrazione come un’esperienza estremamente intensa e imprevedibile. Pare che la luce delle candele fosse l’unica fonte di illuminazione nel buio totale che regnava allora in studio, così la band ha potuto ottenere il massimo effetto ambientale, che ancora oggi conquista con la sua incredibile profondità espressiva. Da un caso simile hanno imparato parecchio anche altri musicisti, per esempio il cantante dei Marillion Steve Hogarth.
I minimalisti sipari di tastiere, i cosiddetti soundscape (per lo più su piano, organo e con l’aiuto di vari effetti di chitarra) firmati da Hollis e dal suo ‘compagno esterno’ Tim-Friese Greene, insieme alle delicate improvvisazioni di chitarra hanno fatto la parte del leone nella creazione di un suono estremamente ricco, dove si mescolavano elementi di free jazz e di musica classica, mentre i Talk Talk facevano largo uso anche della tecnica della sovraincisione. Il numero di musicisti ospiti, con in testa un’impressionante sezione orchestrale in cui ognuno ha lasciato la propria impronta sonora sui singoli pezzi, era affascinante, mentre il nucleo di arrangiamento e ambient poggiava sul trio dei Talk Talk, formato oltre che da Hollis dal bassista Paul Webb e dal batterista Lee Harris.
Il ruolo centrale nel creare le atmosfere melodrammatiche, come sui tre album precedenti dei Talk Talk, spetta alla voce assolutamente unica di Hollis, che a ogni passo ti scuote con la sua straordinaria carica emotiva. Anche i testi di Hollis sono un capitolo a parte: piuttosto spirituali, anche se lui non è mai stato seguace di alcuna religione organizzata, il che significa che, nonostante il minimalismo apparente, offrono un sacco di cibo per il cervello e soprattutto per il cuore. A livello personale, pare che il signor Hollis preferisca descriverli come umanisti più che spirituali.
È un album che semplicemente non si può ascoltare con la percezione razionale, ma solo con il cuore, e solo allora si rivelano tutta la sua profondità e il suo vero valore artistico. A ogni ascolto salta fuori qualcosa di nuovo. »The Rainbow« si apre con un arrangiamento jazz-ambient in cui la tromba si fa strada attraverso i sipari minimalisti di tastiere. Col tempo irrompe una variazione di chitarra di Hollis, che non viene disturbata dai suoni birichini dell’armonica a bocca. La sua voce così particolare, insieme a sottili ornamenti di pianoforte, rende ancora più profonda l’atmosfera misteriosa, eterea e malinconica, che si presta in modo speciale all’ascolto nei giorni di pioggia. Anche »Eden« è un pezzo intessuto di quelle forme jazz libere che hanno sempre affascinato così tanto Hollis. Ancora una volta è la sua voce, ricca di emozione e imprevedibile, a portare questa composizione affascinante al climax ambientale, mentre percussioni minimaliste e arrangiamenti di piano ‘fluttuanti’ fanno sì che il suono sia davvero pienissimo.
»Desire« nella parte d’apertura incanta con la sua straordinaria bellezza ambient, frutto di un intreccio di armoniose variazioni classico-jazz, a cui segue una svolta inattesa verso una sezione piena di temperamento, con la voce camaleontica di Hollis, passaggi di chitarra affilati e la vivace sezione ritmica Harris-Webb, uno dei pochi momenti più ‘convenzionalmente’ rock di »Spirit of Eden«. La combinazione di arrangiamenti di piano fragilissimi e di una tromba malinconica regala una serie di momenti intimissimi. La sezione improvvisata, rovente, in cui Harris sfodera un assolo di batteria pazzesco, è la bella prova che su »Spirit of Eden« non domina soltanto un ‘sognare’ etereo: la combriccola di Hollis letteralmente scoppiava di energia.
Anche »Inheritance«, estremamente malinconica, è una creazione interessantissima, in cui il canto di Hollis, in mezzo al minimalismo di piano e percussioni, è pieno di dolore, mentre sullo sfondo scorrono possenti arrangiamenti orchestrali. »I Believe in You«, con il suo testo socialmente consapevole, mette in guardia dalle conseguenze della dipendenza dall’eroina, e va sottolineato che qui non si trattava dell’esperienza o della confessione personale di Hollis. Con il suo canto e le interessanti improvvisazioni di chitarra Hollis modella un motivo malinconico, che poi inizia a ripetersi su arrangiamenti ondeggianti, ma i membri dei Talk Talk e gli altri collaboratori musicali continuano ad aggiungergli nuovi ornamenti sonori. Per un attimo quasi ‘rinunciano’ al motivo di prima e scivolano in forme jazz libere, ma poi tornano a lui e chiudono il tutto in modo melodico e ambientalmente piacevolissimo.
»Wealth« è il pezzo conclusivo, dove Hollis incanta ancora una volta con la sua gamma vocale emotiva, in perfetta sintonia con l’ondeggiare sinfonico di piano e organo. Qui si sente bene anche il possente suono dell’harmonium, che accresce l’atmosfera sacrale-spirituale, la quale con la sua profondità espressiva conquista completamente cuore e anima. Il testo contiene un’allusione più che evidente, un po’ beffarda, al fatto che Hollis se ne fregasse di qualsiasi successo commerciale e preferisse portare la sua band nell’oscurità piuttosto che continuare a riempire sale da concerto a ritmo serrato.
Il capolavoro »Spirit of Eden« è stato un album rivoluzionario, che in seguito un’intera legione di band post-rock e di alternativi ha adottato come ‘proprio’. All’uscita, con la sua diversità e la sua sperimentazione, che per etica ricordavano l’età dell’oro del progressive rock, ha spaccato completamente fan e critici dell’epoca, ma alcuni ascoltatori già allora avevano capito che i Talk Talk avevano creato il loro magnum opus. Allo stesso tempo era una specie di manifesto di indipendenza artistica e coraggio, nel totale disinteresse per le mode e le pretese dell’industria musicale di allora. È davvero incredibile quanto fossero avanti sul loro tempo le visioni musicali di Hollis, che ha continuato a sviluppare sul disco successivo dei Talk Talk, affine nello stile, »Laughing Stock« (1991), rivelatosi poi la loro ultima impresa.
autore: Peter Podbrežnik
voto: 10 / 10
Tracklist:
1. The Rainbow (9:05)
2. Eden (6:37)
3. Desire (7:08)
4. Inheritance (5:16)
5. I Believe in You (6:24)
6. Wealth (6:35)
Formazione:
Mark Hollis – voce, pianoforte, organo, chitarra
Lee Harris – batteria
Paul Webb – basso elettrico
MUSICISTI OSPITI
Tim Friese-Greene – harmonium, pianoforte, organo, chitarra
Martin Ditcham – percussioni
Robbie McIntosh – dobro, chitarra a 12 corde
Mark Feltham – armonica a bocca
Simon Edwards – basso messicano
Danny Thompson – contrabbasso
Henry Lowther – tromba
Nigel Kennedy – violino
Hugh Davies – shozygs
Andrew Stowell – fagotto
Michael Jeans – oboe
Andrew Marriner – clarinetto
Christopher Hooker – corno inglese
Choir of Chelmsford Cathedral