Tarkus

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Emerson, Lake & Palmer
Etichetta: Sanctuary Records
Uscita: 1971
Voto: 5/5

Dopo un debutto eccellente era più che legittimo aspettarsi che gli ELP non si sarebbero adagiati sugli allori e che il disco successivo sarebbe stato qualcosa di speciale, eccitante e completamente nuovo. Alla fine si è rivelato (a mio modesto parere) che “Tarkus” è diventato il disco chiave e il migliore della loro carriera, soprattutto il più sperimentale, quello che li ha lanciati definitivamente tra i nomi immortali del rock. All’inizio però non è filato tutto liscio, ed è ancora più impressionante che alla fine (e in appena sei giorni!) siano riusciti a creare un capolavoro così senza tempo, che ancora oggi fa venire un rispetto enorme ai palati fini della musica. Il trio, famoso oltre che per le sue capacità musicali fuori dal comune anche per i suoi egoni giganteschi, era quasi arrivato a sciogliersi ancora prima di entrare in studio, quando Emerson aveva sviluppato un’improvvisazione nata un anno prima e l’aveva sottoposta così agli altri due. Dopo averla ascoltata, Lake dichiarò addirittura che per suonare roba del genere si cercassero pure qualcun altro, visto che, al contrario dell’avventuroso Emerson, lui puntava piuttosto a costruire il capitale commerciale del gruppo su pezzi come il loro primo successo “Lucky Man” (Emerson, Lake & Palmer, 1970). Alla fine sono comunque riusciti a tenere a bada i loro egoni mostruosi e a farli convergere verso un obiettivo più alto. A differenza dell’esordio, “Tarkus” è quindi il frutto di un lavoro paritario e collettivo dei tre musicisti, e non ci sono più composizioni nate da singole idee soliste. Il risultato è una delle opere più grandiose della storia del rock e uno dei lavori chiave del progressive rock, che supera perfino i confini del rock e che anche dopo tutti questi anni brilla con la stessa intensità del giorno in cui uscì.

Già solo guardando la copertina, dove un ibrido metà armadillo e metà carro armato della prima guerra mondiale, di nome Tarkus, protagonista della suite che dà il titolo al disco e del loro magnum opus, fissa chi ascolta con occhi iniettati di rosso sangue, si capisce che questo non è affatto un album come gli altri, ma una di quelle opere d’arte immortali che meritano un posto in qualsiasi collezione musicale. “Tarkus” è un disco semi-concettuale che, attraverso le singole parti della suite omonima, racconta la vita e un’evoluzione al contrario dopo una guerra nucleare, quando l’uomo è ormai diventato passato. I nuovi padroni del mondo sono gli animali, evolutisi in una specie di cyborg e miscugli di parti organiche diverse. Tarkus, armadillo-carro armato dall’appetito insaziabile e sanguinario, nato da un uovo gigante sotto un vulcano in eruzione (Eruption), è la specie dominante tra loro. Tarkus fa fuori senza pietà tutto ciò che gli taglia la strada e ostacola la sua marcia di guerra. Dopo aver sistemato uno dopo l’altro, come niente fosse, vari avversari (tra cui una sorta di ibrido tra una lumaca e delle punte di missile (Stones Of Years), un pterodattilo cibernetico (Iconoclast) e qualcosa a metà tra una cavalletta, una lucertola e una macchina da guerra (Mass)) incontra finalmente un nemico alla sua altezza. È la Manticora, mostro mitologico dell’antica Persia, con il corpo di leone, la testa umana e la coda di scorpione (Manticore). Dopo una battaglia feroce la Manticora vince pungendo Tarkus in un occhio con il suo veleno da combattimento (The Battlefield). In quanto unica creatura completamente organica, la Manticora ha un significato allegorico: rappresenta l’inferiorità degli animali-macchina rispetto agli organismi interamente organici. Lo sconfitto Tarkus si ritira tra i dolori nell’acqua, dove si evolve in Aquatarkus (Aquatarkus). La storia offre numerose letture allegoriche, che trovano un’ottima base anche negli splendidi testi di Lake, i quali, pur non avendo un legame diretto con gli eventi descritti, con la loro critica alla mente umana distruttiva e all’assurdità delle guerre e delle rivoluzioni violente puntano al messaggio finale: una delle possibili conseguenze della catastrofe definitiva, la distruzione della “civiltà” umana, può essere un’evoluzione al contrario e bizzarra. L’intera storia è resa alla grande anche dalle ottime illustrazioni di William Neil.

Ora passiamo alla musica vera e propria di questo capolavoro! Come già detto, “Tarkus” è il brano centrale, il magnum opus del disco, costruito soprattutto su sezioni strumentali che contengono anche influenze jazz e classiche, in primis grazie alle vastissime tavolozze d’organo dell’indistruttibile Emerson, ma anche all’ottima sezione ritmica guidata da Lake e Palmer. Si tratta di un’epica suite di oltre 20 minuti divisa in sette sezioni (Eruption, Stones Of Years, Iconoclast, Mass, Manticore, The Battlefield, Aquatarkus). “Eruption” è un’introduzione bombastica in 5/4, una delle migliori che abbia mai sentito, e che anche dopo tutti questi anni resta magica come la prima volta che l’ho ascoltata. “Eruption” si apre in modo straordinariamente atmosferico, facendo salire la tensione, poi piomba dentro il drumming complessissimo di Palmer e il basso stratificato di Lake, che creano una base jazz rock. Ma la vera star qui è senza dubbio Emerson con le sue orge di Hammond, a cui come ciliegina sulla torta aggiunge un bello strato di synth, arrivando a uno dei momenti più orgasmici dell’intero disco. Emerson ha raccontato una volta di aver citato Frank Zappa come una delle principali ispirazioni di questo capolavoro. Dopo questo cataclisma strumentale l’atmosfera si calma piano piano con la sottile “Stones Of Years”, dove regnano le meravigliose armonie dell’organo e la voce possente di Lake, che si sposa alla perfezione con l’atmosfera. “Iconoclast” riporta il tema principale di “Eruption” attraverso il drumming infuocato di Palmer e le espressioni dissonanti di Emerson all’organo. “Mass” ha un ritmo e una melodia insoliti, ottimamente coperti dalla voce di Lake, seguiti da ottime parti di chitarra a cui si aggiungono le strane texture del moog di Emerson. Nonostante l’ottimo uso del moog, Emerson torna presto all’organo, dove su “Manticore”, caratterizzata anche da un drumming energico, mette in mostra alcuni dei suoi migliori passaggi su questo strumento. L’atmosfera di nuovo si placa e rallenta con la straordinaria “The Battlefield”, uno dei picchi emotivi dell’intera suite, che nel mood ricorda un po’ il classico dei King Crimson “Epitaph” (In the Court of the Crimson King, 1969), che dal vivo inserivano spesso dentro questa sezione. Qui conquistano la voce emozionantissima di Lake e il testo in cui si chiede dove stia andando l’umanità. A far salire l’atmosfera ci pensa anche l’organo di Emerson, che crea un suono da fanfara. Il meglio però arriva con quello che secondo me è il miglior assolo di chitarra della carriera di Lake, di cui non si vergognerebbe nemmeno il padre degli assoli sottili, David Gilmour (Pink Floyd). Con questo assolo Lake ha confermato di avere sempre avuto un grande potenziale anche come chitarrista, che però non è mai riuscito a esprimere bene in mezzo a tutta la magia di Emerson. Con “Aquatarkus” arriva di nuovo un climax pazzesco, creato dall’organo di Emerson e poi da una raffica di assoli di moog strapotenti. Dopo il colpo di gong e tra i suoni del moog rientra il tema principale di “Eruption”. E quando ancora una volta si abbattono le massicce note d’organo di Emerson, Tarkus si ritira nell’acqua, dove era iniziata la vita. In questo modo bombastico si chiude uno dei migliori e più sperimentali brani epici del progressive rock. Un’epopea immortale, diventata la definizione dell’uso professionale delle tastiere, che da sola vale l’intero album, perché è una delle creazioni più grandiose non solo della storia del progressive rock ma del rock in generale. Questo capolavoro è così bello che semplicemente non trovo parole abbastanza buone per descriverne tutta la magnificenza. Per me è addirittura il lavoro che preferisco e il migliore che il leggendario trio abbia creato in carriera.

Dopo questa incredibile dimostrazione delle infinite capacità dei loro talenti musicali gli ELP, nel resto del disco, si concedono qualche pezzo che, bisogna ammetterlo, non sta sullo stesso livello qualitativo della suite epica (vale soprattutto per “Jeremy Bender” e “Are You Ready Eddy?”), ma alcuni non vanno sottovalutati e rientrano perfino tra i loro classici.

“Jeremy Bender” è una cosa scherzosa e non seria, di quelle che faranno anche più avanti (“The Sheriff”, “Benny The Bouncer”) e che ovviamente non vanno prese sul serio. Non so bene cosa volessero dimostrare, ma è molto probabile che volessero far vedere di avere anche un altro volto, meno severo, totalmente opposto alle loro espansioni musicali progressive. Questa umoresca da saloon suona infatti come se fosse uscita da qualche film western con Bud Spencer e Terence Hill, un attimo prima della rissa generale. La reggono il piano da bar di Emerson, i battimani e il testo sghignazzante di Lake sul travestito Bender. C’è chi dirà che pezzi così sono molto al di sotto della loro dignità e che trascinano giù tutto l’album, e anche se è vero che non c’entra niente con le loro capacità musicali di sempre, grazie soprattutto al piano è abbastanza divertente e spassoso da non risultare vuoto.

“Bitches Crystal” invece è una creazione eccellente, paragonabile anche ad alcune parti della suite del titolo. Qui gli ELP tornano seri e offrono un pezzo di prim’ordine, caratterizzato da un’ottima introduzione con uno strumento simile al pianoforte, la celesta. Seguono energici passaggi di piano e organo su un ritmo jazz. Questo brano, dotato di un’energia fuori dal comune, contiene deliziosi cambi di tempo tra piano, organo, batteria e piatti, e il tutto è condito da una voce incazzata.

“The Only Way (Hymn) si apre con un organo da chiesa che riprende il tema della “Toccata” di Bach, seguito da ampie espansioni di Hammond, piano e una voce psichedelica di Lake con una nota filosofica sull’assurdità delle religioni organizzate. Il pezzo sfocia in “Infinite Space (Conclusion)”, che ne è il seguito diretto. Contiene parti ripetitive di basso di Lake, piano di Emerson e batteria di Palmer, che creano un’atmosfera tesa e in crescendo.

“A Time And a Place” è un altro pezzo ottimo e trascurato, altamente atmosferico. È un’altra bomba di energia nello stile di “Bitches Crystal”, ma un filo ancora più incisiva. Emerson mette in scena di nuovo qualche passaggio supersonico di Hammond, mentre Lake è ancora in forma vocale smagliante e canta il testo in modo intensissimo ed energico. Anche stavolta l’uso brillante del moog da parte di Emerson è da leccarsi i baffi.

E per finire un’altra scemenza totalmente non seria, “Are You Ready Eddy?”, il pezzo più cazzaro della storia del gruppo, dedicato al loro fonico Eddie Offord (noto anche per il lavoro con gli Yes). È un rock’n’ roll tiratissimo nello stile di Jerry Lee Lewis, con un piano spiritoso e una voce sghignazzante accompagnata da un testo completamente demenziale. Anche se starebbe meglio su un disco di Frank Zappa, non posso proprio dire che sia un riempitivo inutile. Quando lo senti tante volte diventa semplicemente una parte indispensabile dell’intero album.

Segue una conclusione breve e inequivocabile: “Tarkus” è uno dei migliori dischi rock di tutti i tempi!! È un capolavoro per l’eternità, uno dei vertici e dei lavori chiave del progressive rock, che non può mancare in nessuna collezione musicale che si rispetti! “Tarkus” ha reso gli ELP una band di fama mondiale e ha reso popolare il progressive rock anche tra il pubblico musicale più ampio, quindi nessun vero appassionato del genere dovrebbe restarne senza. Qui non va ovviamente dimenticato quanto fossero diversi i tempi in quel lontano 1971, quando una musica estremamente complessa, intelligente, atmosferica e innovativa entusiasmava anche la massa dei fan. “Tarkus” fu infatti premiato con il primo posto in tutte le classifiche britanniche. Il salto di qualità tra questo e l’ottimo esordio è quasi gigantesco. Tutti quelli che fino all’uscita di questo disco pensavano che gli ELP fossero solo una specie di prosecuzione dei The Nice sono rimasti a bocca chiusa quando hanno sentito questo capolavoro. È un album come non ce n’erano mai stati prima e come non ce ne saranno mai più. “Tarkus” – venne, vide, vinse!

Formazione

Keith Emerson – organo Hammond, organo da chiesa, pianoforte, celesta, sintetizzatore moog
Greg Lake – voce, basso, chitarra elettrica & acustica
Carl Palmer – batteria, percussioni

Produzione

Greg Lake

Tracklist

1. Tarkus (20:42)
a. Eruption (2:44)
b. Stones Of Years (3:44)
c. Iconoclast (1:16)
d. Mass (3:12)
e. Manticore (1:52)
f. Battlefield (3:51)
g. Aquatarkus (4:04)
2. Jeremy Bender (1:51)
3. Bitches Crystal (3:58)
4. The Only Way (Hymn)(3:49)
Toccata in F and Prelude VI (themes used in intro and bridge only)composed by: Bach
5. Infinite Space (Conclusion)(3:20)
6. A Time And A Place (3:02)
7. Are You Ready Eddy? (2:10)

Durata dell’album: 38:56

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