Tempesta death metal con Hate Eternal, Cephalic Carnage, Deadborn e Skeletonwitch
Autore: Rok Klemše
Luogo: Gala Hala, Lubiana
Data del concerto: 20.05.2008
Numero di spettatori: 120
Prezzo del biglietto: 18€
Per la scena metal slovena, i Dirty Skunks sono Babbo Natale, il Coniglietto di Pasqua e la Fatina dei denti tutti insieme. L’ultima volta gli Skunks avevano soffiato sull’anima nera dei blackster con un mini black metal fest al KUD, guidato dai serbi The Stone. Stavolta alla Gala Hala c’era invece un concerto che non può proprio mancare nella lista dei live visti da ogni vero deathster che si rispetti. A Metelkova è arrivato a tutto volume il tour dei giganti Hate Eternal, accompagnati dagli più che interessanti Skeletonwitch, dai ragazzi di Deadborn e dai tecnicissimi redneck Cephalic Carnage. Blast beat a pioggia, chitarre tecniche e vocals da cookie monster!
A salire per primi sul palco della Gala Hala, puntualissimi, sono stati gli americani di Atene (quella dell’Ohio, ovviamente), gli Skeletonwitch. La band esiste dal 2003 e ha alle spalle due dischi, At One With the Shadows (2004) e Beyond the Permafrost (2007), e di sicuro è una delle band musicalmente più interessanti che mi sia capitato di sentire ultimamente. Nel loro set, purtroppo di appena mezz’ora, gli Skeletonwitch hanno sfoderato un mix unico di più generi metal: a livello strumentale i ragazzi spingono puro speed/thrash metal con qualche influenza NWOBHM ogni tanto, che i due chitarristi Nate Garnett e Scott Hedrick sparano fuori con terze melodiche in stile Iron Maiden. A questo sciacquone senza compromessi si aggiungono ogni tanto riff black/viking e la voce cruda di Chance Garnett, ora strillata alla black metal, ora growl profondo alla death metal. Nonostante il nome ancora poco noto da noi, a ogni pezzo suonato gli Skeletonwitch hanno attirato sotto il palco sempre più gente, che aveva già cominciato a scaldare il collo. Il set degli americani, con quei pezzi incredibilmente dinamici, vari e aggressivi, è passato decisamente troppo in fretta, ma almeno da parte mia gli Skeletonwitch si meritano senza dubbio il titolo di sorpresa della serata. Spero che la strega torni a sgranchirsi le ossa e a fermarsi sui nostri palchi ancora molte volte. “Worship the Witch!”
Poi è toccato all’unica band non americana della serata, la formazione death metal tedesca Deadborn. Visto che per ora hanno alle spalle solo il disco d’esordio, Stigma Eternal, forse avrebbero potuto aprire loro la serata, ma poco male. Il quartetto ha sparato una buona mezz’ora di death metal classico, brutale e senza mai fermarsi, ma da una massa di band simili non li distingue proprio niente. I riff e gli assoli death metal tradizionali, insieme ai blast beat, hanno comunque scaldato i presenti sotto il palco, ma è dubbio che si sarebbero guadagnati tutte quelle simpatie senza il frontman Mario Petrović. Ci ha conquistati già col suo growl profondo e brutale, ma ancora di più con la maglietta con la scritta balkan e con i simpatici interventi in stile “Momci imate Antikrista u sebi?”. I Deadborn condiscono un death metal buono ma abbastanza nella media con qualche riff tecnico qua e là e con l’ottima batteria di Slavek Foltyn, che ha fondato i Deadborn insieme a Mario dopo aver mollato i giganti tedeschi del tech-death Necrophagist. La mancanza di originalità che ogni tanto si sente nella musica i Deadborn la compensano con un’esibizione sicura, affiatata e aggressiva, e a Mario si può rispondere solo: “Ima Antikrista!” Det’ metl’!
Come terzi, sul palco della Gala Hala, il vero colpo di grazia della serata l’hanno servito i redneck americani di Denver, i Cephalic Carnage. Le pareti della Gala non sentivano un mindfuck musicale così tecnico da un bel pezzo: i ragazzi lo chiamano hydrogrind e con questa parola definiscono un mix di death metal e grind e di eterne storie d’amore con la marijuana. Le orecchie di chi non conosceva i Cephalic Carnage di sicuro non erano pronte a quello che i ragazzi hanno offerto in poco meno di un’ora. Ti hanno bombardato il cervello alla svelta con un death metal mescolato al grind, potenziato da continui cambi di ritmo e di tempo, linee di chitarra tecniche, atonali e dissonanti e una batteria animalesca, a cui aggiunge la sua l’eccezionale bassista con il sei corde, Nick Schendzielos. Ai Cephalic Carnage, già così vari e ricchi di sfumature, basta aggiungere un pizzico di sludge e di doom e la misura è colma. Metti anche le doppie voci del bassista e del cookie monster principale Lenzig Leal, e tutti i criteri dell’ascoltatore più esigente di metal estremo sono soddisfatti. Un piccolo neo, purtroppo, va a un’amplificazione decisamente peggiore di quella delle due band precedenti, ma bisogna tenere conto della difficoltà tecnica e della varietà dei Cephalic Carnage. Le risate i ragazzi le hanno strappate con gli inserti redneck tra un pezzo e l’altro, e già solo vedere il chitarrista Zac Joe, che sembra la versione bianca di Bubba di Forrest Gump, era un piacere di tipo particolare. I Cephalic Carnage hanno presentato un opus affumicato tratto da cinque dischi e, per un piacere in più, ci hanno regalato anche la sigla di South Park. “Yiiihaaa!” Se mai entrate in una stanza con cinque tizi fumati fino all’esaurimento che, sulle note di musica psicopatica, si rollano il joint numero n, allora sappiate che potete essere solo in compagnia dei Cephalic Carnage. “Squel piggy!”
Alla fine abbiamo finalmente avuto gli headliner del tour, gli dèi del death metal Hate Eternal, guidati dall’unico e inimitabile Erik Rutan (ex-Morbid Angel). Non serve dirlo due volte: a Rutan è bastato un gesto per far capire che voleva vedere un mosh pit, e la gente è esplosa. Per più di un’ora si è moshato e stagedivato senza tregua, instancabilmente. Erik era visibilmente soddisfatto e più di una volta ha pure dato una mano a un dive o due. Gli Hate Eternal hanno attraversato la loro discografia come un tornado, infilando un demolitore death metal dopo l’altro. Rutan ha dimostrato perché è un nome così grande e un’icona del death metal già solo con la sua presenza imponente sul palco, il growl brutale, l’headbanging continuo e gli assoli da mozzare il fiato. Va assolutamente citata anche la coppia di nuovi membri degli Hate Eternal, entrati nella band con il disco appena uscito, Fury & Flames: l’attenzione si ferma facilmente sulla bestia dietro le pelli di appena 24 anni, Jade Simonetto, mentre l’altro chitarrista, Shaune Kelley, aggiunge la sua con i back vocals e un’esecuzione precisissima. Insomma, gli Hate Eternal sono stati puro sciacquone tecnico e uno dei migliori concerti death metal da noi. Peccato che abbiano avuto l’audio peggiore della serata: le chitarre erano spesso completamente impastate e la voce di Rutan decisamente troppo bassa. Ma Rutan e compagni hanno dimostrato perché sono uno dei nomi più grossi della scena death metal, e ancora oggi mi stupisco che il tizio che ha tirato una lattina in testa a Rutan sia riuscito a tenersi la testa sul collo. “Bow to your new master, Erik “the bringer of storms” Rutan!”
Per aver organizzato un concerto così, i Dirty Skunks si meritano solo complimenti e anche di più: si danno da fare perché i nostri colli non riposino a lungo. Siete invitati il 4 giugno a una devastazione grind con Dying Fetus, Vulvathrone e Dickless Tracy e il 9 giugno a un’altra delizia tecnica con Origin, Impaled e Hour of Penance.
Foto: Tjaša Planinc
Testo: Rok Klemše
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