The amazing kamikaze syndrome
Artista: Slade
Etichetta: RCA Records
Uscita: 1983
Durata: 42:27
Voto: 4/5
Non sbaglieremmo di molto a dire che Noddy Holder e James Lea, membri del quartetto di Wolverhampton Slade, sono stati il Lennon e McCartney del glam rock. Il paragone calza ancora meglio se, oltre all’isteria di massa che la band scatenò tra gli adolescenti a metà anni Settanta, si considera che tra il 1971 e il 1991 gli Slade piazzarono in Gran Bretagna diciassette singoli nella “top 20” e sei primi posti. Né è un dettaglio trascurabile che nel ’73 la stampa musicale inglese li elesse miglior gruppo vocale e che sull’isola restano ancora oggi l’unica formazione capace di scalare più volte la vetta delle classifiche con singoli consecutivi. Come i Beatles, hanno girato anche il loro lungometraggio (Slade in flame, 1975), e sono noti pure per il fatto che il loro primo manager fu il leggendario Chas Chandler, ex bassista degli Animals e l’uomo che si era occupato anche di Jimi Hendrix, mentre negli anni Ottanta la band affidò quel ruolo a Sharon Osbourne.
Proprio Ozzy fu quello che nel 1980 permise a Noddy e soci di tornare tra i vivi, cedendo loro il suo posto al celebre Reading festival. Gli ultimi due album, Whatever happened to Slade (1977) e Return to base (1979), avevano deluso le aspettative e gli Slade, costretti a passare dai palchi enormi degli stadi pieni ai localini in fondo al vicolo, erano a un passo dallo scioglimento. Dopo Reading e due dischi di conseguenza più fortunati, We’ll bring the house down (1981) e Till deaf do us part (1982), arrivò una nuova iniezione di adrenalina. Dall’altra parte dell’Atlantico, nel 1983, i Quiet riot con la cover di Cum on feel the noize scatenarono una vera rivoluzione e fecero sì che il metal conquistasse le classifiche americane ed entrasse nel mainstream. Ovviamente gli Slade ne trassero un bel vantaggio. Nello stesso anno incisero l’album The amazing kamikaze sydrome e con due possenti blockbuster come Run runaway e My oh my bussarono finalmente anche alla porta dell’America.
Sembrava che gli Slade fossero tornati sui palchi da trionfatori, ma non andò così. Il nuovo e questa volta definitivo declino fu annunciato da una breve malattia del bassista James Lea, che fece saltare il tour americano con Ozzy, confermato dall’album Rogues gallery e suggellato dall’ultimo lavoro della formazione originale, intitolato You boyz make big noize e uscito nel 1987. Ma torniamo a The amazing kamikaze syndrome, che in America uscì un anno dopo, in forma leggermente modificata, con il titolo Keep your hands off my power supply. A differenza degli ultimi due dischi della band, che con le tastiere in evidenza si avvicinano già all’AOR e a un pop fin troppo lucidato, qui siamo di fronte a un album rock purosangue, che porta avanti la tradizione degli Slade dell’inizio anni Ottanta. Slam the hammer down e In the doghouse sono due classici inni rock n’roll, fatti per quello che Noddy e più tardi Kevin DuBrow chiamavano “stomp your hands, clap your feet”, eppure sembrano solo una specie di introduzione al primo grande atto del disco. Run runaway, il brano con cui gli Slade centrarono il loro primo hit nella “top 40” americana, con i suoi power chord, il ritornello da osteria e i violini irlandesi è senza dubbio una delle canzoni più contagiose della storia del rock. Al successo del pezzo contribuì anche un videoclip scherzosamente glamouroso, girato davanti a uno dei castelli inglesi, il cui costo la casa discografica ammortizzò alla grande grazie alla rotazione continua sulla neonata MTV. Gli altri brani si possono dividere in due categorie: marcette saltellanti che oscillano tra l’hard rock più tagliente e il glam anni Settanta, e ballate, genere in cui gli Slade hanno sempre brillato. Di queste ne vanno citate due: (And now the waltz) C’est la vie e l’indimenticabile capolavoro My oh my. Il pezzo è segnato da un’intro di pianoforte commovente, opera di James Lea, da un efficace arrangiamento orchestrale con un ritornello sognante rafforzato da cornamuse scozzesi e da un messaggio che, a differenza di tanti altri testi della band, ha senso ed è comprensibile. My oh my però non è solo una canzoncina struggente. È la prima power ballad della storia del rock, e dovrebbero segnarselo bene soprattutto i sapientoni che a questo proposito continuano a citare Home sweet home dei Motley crue, uscita due anni dopo. Questo dettaglio importante non andrebbe proprio dimenticato. Il filo rosso di questo come degli altri album della band, poi, è l’inconfondibile voce roca di Noddy Holder, a cui gli Slade devono buona parte del loro successo e della loro riconoscibilità. A Noddy si sono ispirati, tra gli altri, DuBrow e Joey Ramone, e per colpa sua perfino un mostro sacro come Tom Jones si sentì inferiore e passò dal rock alle acque del pop: “Non ho mai voluto fare il cantante pop. Noddy lo odiavo davvero”, dichiarò Jones in un’intervista.
The amazing kamikaze syndrome è dunque l’ultimo album degli Slade capace di entrare in classifica e, soprattutto in termini di successo commerciale, il canto del cigno della celebre band inglese. Il loro miglior disco degli anni Ottanta non era ancora stato scritto e inciso, dato che quel titolo spetta ancora a Rogues gallery, che però, nonostante la produzione invidiabile e la verve musicale, non riuscì a cambiare il corso degli eventi. E forse è meglio così. Il glam anni Settanta stava migrando verso acque più dure e gli Slade, che a differenza del camaleontico Bowie e dei Kiss, che si tolsero le maschere, non vollero adattarsi alle mode, si spensero insieme a lui.
Formazione
Noddy Holder – voce
Jim Lea – basso
Dave Hill – chitarra
Don Powell – batteria
Produzione
Jim Lea, John Punter (Run runaway, My oh my)
Tracklist
1. Slam the hammer down
2. In the doghouse
3. Run runaway
4. High and dry
5. My oh my
6. Cocky rock boys (rule OK)
7. Ready to explode
8. (And now the waltz) C’est la vie
9. Cheap and nasty luv
10. Razzle dazzle man