The Century of Self

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: And You Will Know Us By The Trail Of Dead
Etichetta: Superball Music
Uscita: 2009
Durata: 51:35
Voto: 3.5/5

…And You Will Know Us By the Trail of Dead (abbreviati in Trail of Dead) sono una band art rock americana piuttosto popolare, che finora si è guadagnata il rispetto più grande negli ambienti alternative e indie rock. Stando al loro sito ufficiale, il nome ironico della band deriva da un antico canto rituale maya, che ha parecchie affinità con un canto cerimoniale dell’antico Egitto. A guidare il gruppo sono il cantante/chitarrista Conrad Keely e il batterista/cantante Jason Reece. La vera particolarità dei Trail of Dead sta nello scambio di ruoli, in studio e sul palco, tra i due capi della band al microfono e dietro le pelli, un po’ in stile Genesis, con la differenza che qui la pratica si allarga anche allo scambio alla chitarra. Entrambi i polistrumentisti vantano un’ottima padronanza tecnica, e crescono sempre di più anche come compositori.

Finora l’eredità musicale dei Trail of Dead portava un marchio forte, quello dell’intonazione sporca e dello spirito ribelle dell’alternative rock, ma con il sesto lavoro, “The Century of Self”, la band ha annunciato una svolta verso un art rock un po’ più raffinato, che li avvicina in modo evidente ad alcune band che negli ultimi anni hanno costruito con successo un ponte tra rock alternativo e progressive, come The Mars Volta e Muse.

La prima prova che con “The Century of Self”, dopo due dischi precedenti nati da una lunga serie di sovraincisioni in studio dei singoli frammenti sonori, la band torna a un suono più organico è che stavolta tutte le composizioni sono state suonate dal vivo e a memoria. L’immagine sonora dell’album riflette un contrasto enorme tra aggressività sfacciata, armonie vocali melodiche “alla Beatles” e l’oscurità data dall’uso di tanti campionamenti. Non mancano le sezioni sporche con chitarre pesantemente distorte, mentre nei passaggi ritmici sorprendono di continuo piccoli inserti sperimentali grazie all’uso di campioni elettronici. Anche se non si tratta di un concept album, i brani si fondono uno nell’altro e garantiscono al disco una scorrevolezza davvero ottima.

Il brano strumentale d’apertura “Giants Causeway” è una versione accorciata di “The Betrayal of Roger Casement & the Irish Brigade”, comparsa sull’EP “Festival Theme”. Il titolo rimanda a un fenomeno naturale rarissimo e affascinante, le formazioni basaltiche che si trovano in un’area naturale protetta in Irlanda. Il richiamo a quel panorama irlandese è affidato agli epici arrangiamenti celtici delle tastiere, intrecciati a una distorsione di chitarra fragorosa. “Far Pavilions” si ispira all’epico romanzo della scrittrice britannica M. M. Kaye. Il romanzo, ambientato all’apice dell’impero britannico e della rivalità con la Russia zarista per il dominio sui territori dell’Asia centrale (fine Ottocento), racconta le vicende di un giovane ufficiale britannico. Dal suo volto musicale sgorgano raffiche di chitarre distorte e voci ribelli, tipiche dell’alternative rock, mentre a regalare la sorpresa sperimentale ci pensa un finale orientaleggiante sulle percussioni.

“Isis Unveiled” tra passaggi di batteria selvaggi e canto epico ammicca al prog-power metal. Alla marcia di batteria si aggiungono poi mantra vocali psichedelici in stile tardi Beatles o Pink Floyd dell’era Barrett, finché non ritorna il motivo epico iniziale. Anche nel prosieguo del disco le trovate interessanti non mancano. Tra i momenti più riusciti voglio segnalare ancora “Bells of Creation”, dove inseriscono con grande efficacia una sezione esoterica space rock, “Inland Sea” con affascinanti passaggi di pianoforte, la più acustica “Pictures of an Only Child”, “Ascending”, che col suo doppio attacco di chitarre è un altro esperimento insolito tra hard rock, punk e psichedelia, e la giostra sinfonico-rock conclusiva “Insatiable, Pt. 2”, con cui si inchinano ancora una volta ai Beatles.

“The Century of Self” si fa notare soprattutto per un’altissima scorrevolezza, grazie alla quale singoli motivi e sezioni costruiscono un collage sonoro variopinto di atmosfere possenti. Alla band non si può rimproverare nemmeno un attimo di ripetitività, che di solito è il difetto principale di tanti artisti art rock contemporanei. A differenza della maggior parte delle band (ex) indie/alternative rock o dei gruppi di metal estremo che oggi amano tanto definirsi art rock o prog rock, pur essendo di solito più vicini al rock regressivo, i Trial of Dead con questo disco hanno dimostrato chiaramente di essere gente di un’altra pasta, quando si tratta di sperimentare in modo convincente con una ricca tavolozza di texture sonore e di costruire atmosfere maestose. Vitalità e ambizione non mancano di certo, e nel farlo mostrano con chiarezza la loro maturazione compositiva, con cui hanno la possibilità di allargare sensibilmente la cerchia dei loro ascoltatori.

L’album non porta nessuno sconvolgimento drammatico nell’infinito mondo dell’art rock, ma all’interno della scena alternative rock contemporanea rappresenta un risultato più che di qualità, che dimostra come anche tra i “ribelli eterni” si trovino musicisti con una buona preparazione tecnica e un orecchio per l’estetica compositiva. Un elogio lo spendo volentieri anche per la splendida copertina e per il retro dell’album, disegnati interamente a mano con una biro blu: nell’attuale alluvione di sgorbi digitali animati al computer, è davvero un piacere per gli occhi.

Formazione

Conrad Keely – voce, chitarra, tastiere
Jason Reece – voce, chitarra, batteria
Kevin Allen chitarra
Aaron Ford – batteria
Clay Morris – tastiere
Jay Phillips – basso

Produzione

Chris Coady

Tracklist

1. Giants Causeway
2. Far Pavilions
3. Isis Unveiled
4. Halcyon Days
5. Bells Of Creation
6. Fields Of Coal
7. Inland Sea
8. Luna Park
9. Pictures Of An Only Child
10. Insatiable One
11. Ascending
12. August Theme, An
13. Insatiable Two

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