The Dead Eye
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Haunted, The
Etichetta: Century Media
Uscita: 2006
“This album is simply more diverse, dynamic and heavy as fuck. Look forward to an album we’re all extremely proud of…” (Peter Dolving)
Per chi se l’è lasciato sfuggire finora: i The Haunted sono nati dalle ceneri degli influenti e leggendari At The Gates, band death metal svedese, e delle formazioni Witchery e Face Down, e rappresentano una delle pietre miliari della scena death metal melodica scandinava, con epicentro a Gotemburgo.
Dopo il capolavoro in studio numero cinque di due anni fa, rEVOLVER, che ha completato e superato in qualità i suoi quattro predecessori, sui nostri scaffali sta arrivando una nuova leccornia: The Dead Eye. Stilisticamente il gruppo si potrebbe definire un mix di thrash metal e death metal melodico, mentre sul fronte vocale è praticamente impossibile non notare l’aperto flirt con l’hardcore, che però non è una scelta facile. Qui non c’è il solito abuso di frasi consumate e di modulazioni vuote, roba già sentita mille volte.
I duelli di chitarra tra Anders Björler e Patrik Jensen sono bilanciati da una base piena di basso e batteria, in cui è intessuta con finezza l’audacia senza paura e l’onestà con cui Dolving interpreta gli angoli più bui dell’anima e della mente umana; la voce è cruda, ma sa passare anche a morbide trame di canto melodico, senza mai risultare sdolcinata.
The Dead Eye è un blocco solido dal primo accordo del pezzo d’apertura ‘The Premonition’, un antipasto di meno di un minuto del nuovo tentativo di attentato sonico ai danni degli ascoltatori impreparati. Quelli delicati, che si aspettano pietà e fiorellini piantati. Anche stavolta la produzione è finita nelle mani di Tue Medsen, tra i responsabili del suono, tra l’altro, degli album di Kataklysm e Himsa. The Haunted infilano una serie di pezzi come ‘The Flood’, ‘The Medication’, ‘The Prosecution’, ‘The Stain’, ottimi motivi per un headbanging orgiastico. Per frantumarsi le vertebre cervicali… Le pause intermedie, dosate con cura, sono in realtà momenti thrash rallentati come Reflection, The Fallout, mentre per i miei gusti è troppo tirata per le lunghe la traccia finale di dieci minuti, Guilt Trip, che dopo tre minuti di respiro sfuma tra feedback e accordi di pianoforte verso l’invito mansoniano a levarsi da questo mondo e a finire all’inferno. Altre obiezioni non ce ne sono.
In realtà è difficile fare un confronto coerente tra i primi cinque dischi: già con il debutto The Haunted ci hanno svenato, poi con la formazione cambiata e Marco Aro è arrivato The Haunted Made Me Do It; One Kill Wonder ha sfondato anche il cuore più granitico e impietrito di chiunque sia anche solo un po’ un vero audiofilo del thrash-death metal, e rEVOLVER ha liquidato quel pugnetto di scettici che erano magari rimasti, raccogliendo standing ovation e recensioni solo incoraggianti e più che approvanti. Se devo paragonare gli sfoghi di melodia e musica brutale a qualche altro lavoro, il più vicino a The Dead Eye è Come Clarity degli In Flames. Non lo metterei tra i picchi assoluti, e nemmeno tra i miei dischi preferiti dei The Haunted, ma è un lavoro molto sicuro e sincero, che per qualità non delude dalla prima all’ultima traccia. The Haunted hanno dimostrato ancora una volta di meritarsi, e non poco, un posto tra i nomi più altisonanti del metal di oggi. Finora sono stati relativamente trascurati – almeno a giudicare dal pugno di fortunati che hanno potuto ammirarli anche sui nostri palchi, dove hanno fatto da spalla ai Cradlle Of Filth, mentre all’estero fin dal primo giorno hanno suonato con nomi come Napalm Death, Cannibal Corpse, Dimmu Borgir, Entombed e potrei andare avanti. Meritano senz’altro più attenzione di quella che hanno avuto (da noi) finora, ma allo stesso tempo spero sotto sotto che non succeda, perché sotto i riflettori dell’attenzione mediatica sono caduti e crollati band anche solidissime e sincere. Non le elencherei. Magari con i The Haunted non andrebbe così. Fino ad allora ci resta il fatto che con i The Haunted la musica estrema non ha mai suonato così profonda e personale. Eros e Thanatos si sono bilanciati. I The Haunted hanno portato a termine il lavoro iniziato e mi hanno stregato e maledetto a tal punto che la brama eterna di dosi più grosse è del tutto normale e scontata, e fino a un eventuale nuovo concerto dovrò accontentarmi di ascoltare ogni giorno l’intera discografia dei The Haunted. Non c’è spazio per nessun altro compromesso!
Formazione
Peter Dolving – voce
Anders Björler – chitarra
Patrik Jensen – chitarra
Jonas Björler – basso
Per Möller Jensen – batteria
Produzione
Tue Madsen
Tracklist
1. The Premonition (0:58)
2. The Flood (4:07)
3. The Medication (3:10)
4. The Drowning (4:13)
5. The Reflection (3:47)
6. The Prosecution (3:50)
7. The Fallout (4:22)
8. The Medusa (4:05)
9. The Highwire (0:50)
10. The Shifter (2:55)
11. The Cynic (3:48)
12. The Failure (5:10)
13. The Stain (4:14)
14. The Program (4:55)
15. The Guilt Trip (5:02)
Durata dell’album:55:02