The Final Cut
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Pink Floyd
Etichetta: Harvest Records
Uscita: 1983
Durata: 43:27
Voto: 3.5/5
Manifesto politico antimilitarista e insieme da guerra fredda, »The Final Cut«, ultimo album dei Pink Floyd con Roger Waters, somigliava più a un progetto solista del bassista/cantante che a un lavoro collettivo della leggendaria band progressive rock inglese, diventata famosa in tutto il mondo negli anni Settanta del secolo scorso. Uno degli album più controversi dell’intera storia dei Pink Floyd era un lavoro concettuale e il seguito un filo meno ambizioso dello strepitoso capolavoro »The Wall« (1979). Waters, che non ha mai nascosto le sue convinzioni filosofiche socialiste, in questo progetto dall’impronta egocentrica ha portato avanti il suo acido manifesto anticapitalista e contro la guerra, rendendo un omaggio commovente alla memoria del padre Eric Fletcher Waters, perso nel turbine della seconda guerra mondiale e a cui ha dedicato »The Final Cut«.
Il concept antibellico dell’album tocca la storia personale del padre di Waters, caduto nella seconda guerra mondiale con il sogno di garantire la pace alle generazioni future, cosa che, come sappiamo tutti, nei decenni successivi purtroppo non è accaduta. Waters era particolarmente deluso dal governo conservatore britannico di allora, guidato dalla famigerata paladina del neoliberismo Margaret ‘Maggie’ Thatcher, che si era appena infilata in una guerra con l’Argentina per tenersi il possedimento coloniale britannico delle Isole Falkland. Nei testi Waters se la prende anche con vari altri leader mondiali dell’epoca, a cominciare dal presidente americano Ronald Reagan, che in piena paranoia da guerra fredda più volte hanno stuzzicato il vespaio di una possibile apocalisse nucleare.
Gli appetiti ‘dittatoriali’ di Roger su »The Final Cut«, dove da produttore principale ha scritto da solo tutti i brani, gli arrangiamenti e i testi, hanno raggiunto il culmine. Già nel 1981 aveva costretto ad andarsene il tastierista originale Richard Wright, per il quale questo è stato l’unico album dei Pink Floyd in cui non compare, mentre al chitarrista/cantante David Gilmour e al batterista Nick Mason ha ‘benevolmente’ riservato il ruolo di strumentisti di accompagnamento. Tutti e tre i musicisti hanno registrato i propri contributi separatamente, visto che Roger e David non si parlavano più nemmeno per sbaglio. All’inizio hanno provato a lavorare in studio come ai vecchi tempi, ma senza successo. Mentre Roger scorrazzava furioso per lo studio insieme ai musicisti ospiti per incidere il prima possibile il suo materiale da compositore, David e Nick nel tempo libero preferivano giocare al videogioco ‘Donkey Kong’, così alla fine si è scelto di registrare separatamente.
Roger ha permesso a David, con cui in quel periodo andava d’accordo come cane e gatto, di cantare in un solo brano, »Not Now John«, che tra tutti quelli di »The Final Cut« era più o meno il più vicino ai Pink Floyd classici. Se Gilmour ha regalato qualche assolo magnifico, ai livelli dei suoi momenti migliori, il contributo di Mason è stato fortemente ridimensionato, per lo più limitato all’uso di vari effetti percussivi. La maggior parte delle percussioni le ha comunque suonate l’ospite Ray Cooper, mentre la batteria su »Two Suns In The Sunset« l’ha suonata Anyd Newmark. Degli arrangiamenti orchestrali si è occupata per lo più la National Philharmonic Orchestra, mentre il buco lasciato dall’addio di Wright hanno provato a tapparlo il tastierista americano (e poi noto autore di colonne sonore) Michael Kamen e il tastierista degli Status Quo Andy Bown.
»The Final Cut« si apre con »The Post War Dream«, che attraverso il testo trasmette la delusione di Roger per il fatto che suo padre sia morto in guerra per ideali che nella società moderna non hanno attecchito, mentre le guerre sono ancora una realtà. Il pezzo se la prende anche con il declino dell’industria navale britannica, finita nel frattempo in mani giapponesi. La voce di Roger, mutevole, che passa dalla calma a un cinismo furioso, è accompagnata sullo sfondo da arrangiamenti quieti all’harmonium. La particolarità principale di »Your Possible Pasts« è che nel testo Roger rimette in scena il sinistro maestro di »The Wall«, stavolta spostato al passato, quando il futuro aguzzino dei bambini britannici, pieno di ottimismo e slancio da vincitore, sta appena tornando dalla guerra. Il suo ritorno alla vita civile è un fallimento, soprattutto per colpa della moglie possessiva, che accelera la sua metamorfosi nel futuro mostro pedagogico. Questa trasformazione è resa con efficacia dalla musica, grazie ai pittoreschi saliscendi vocali di Roger tra ottimismo e cinismo e all’assolo di chitarra amaro di David.
La storia del maestro da giovane prosegue in »One Of The Few«, un brano breve e depressivo, in origine pensato per l’album »The Wall«. »When The Tigers Broke Free«, un altro tributo evocativo al padre scomparso, presente nella riedizione di »The Final Cut« del 2004, avrebbe dovuto uscire in origine già su »The Wall«, ma gli altri membri della band all’epoca lo giudicarono troppo personale. Gli arrangiamenti orchestrali pomposi accompagnano bene l’espressività paranoica di Roger. La storia del maestro va avanti nella drammatica »The Hero’s Return«, che quasi riesce a fare di quel pedagogo odiato e psichicamente distrutto un personaggio simpatico, perché ricorda sempre di più il Martin Kačur di Cankar. Anche questo è un altro brano mancato di »The Wall«, che in origine si chiamava »Teacher, Teacher«.
»The Gunner’s Dream«, uno dei picchi dell’album, è un commovente requiem contro la guerra che racconta la storia di un soldato della contraerea che muore sognando un mondo futuro senza più guerre. La vanità dei suoi desideri e il dominio odierno di guerre e terrorismo sono espressi dalla rabbia vocale di Roger e da un assolo di sax espressivo, mentre subito dopo irrompono pomposi arrangiamenti sinfonici. In »Paranoid Eyes«, con l’aiuto di fragili arrangiamenti al pianoforte, Roger torna per l’ultima volta sul personaggio del maestro, ex eroe di guerra, che a questo punto scivola nell’alcolismo e nella rovina personale definitiva. »Get Your Filthy Hands Off My Desert« è un altro pezzo molto personale, in cui Roger, in modo teatrale e un po’ satirico, mette a nudo le sue idee filosofiche su guerre e invasioni, e già che c’è bacchetta i leader della guerra fredda di allora, in testa Leonid Brežnev (l’invasione sovietica dell’Afghanistan), Menachem Begin (l’invasione israeliana di Beirut), Leopoldo Galtieri (l’invasione argentina delle Falkland) e la Thatcher (la risposta di ritorsione all’invasione argentina, che ha fatto scoppiare la guerra delle Falkland).
Uno dei brani più suggestivi e riusciti di »The Final Cut« è senza dubbio »The Fletcher Memorial Home«, dove la voce di Roger si spezza di rabbia e cinismo, mentre in un testo fittizio immagina cosa succederebbe se nella casa di riposo del suo defunto padre si radunassero tutti i politici di punta dell’epoca e la gente comune potesse decidere del loro destino. Questa composizione interessante e profonda contiene anche un magnifico assolo di chitarra di Gilmour, all’altezza dei suoi migliori contributi a »The Wall«. »Southampton Dock«, un lamento per i soldati che stanno partendo per la guerra (e tornano indietro nelle bare), ha un leggero sapore folk grazie a delicati accordi di chitarra acustica.
La title track è un’altra delle numerose creazioni nate in origine per »The Wall« e per impostazione potrebbe benissimo stare direttamente su quell’album. Il testo parla di un aspirante suicida che vive isolamento totale, depressione e frustrazione sessuale, ricordando così molto da vicino Pink, il protagonista di »The Wall«. Gli arrangiamenti orchestrali commoventi sono accompagnati dal tipico assolo di chitarra malinconico di David che, insieme al camaleontismo vocale di Roger, fa sì che questo brano risulti uno dei picchi di »The Final Cut«.
Nell’ibrido hard rock/prog rock »Not Now John«, già citato, il pezzo più duro e più commerciale dell’album, dove si sentono anche armonie vocali femminili di accompagnamento, il microfono passa finalmente anche a Gilmour, anche se la voce di Waters ogni tanto gli ‘rovina ancora le uova nel paniere’. Il contributo vocale e chitarristico di David qui suona come se volesse sfogare tutte le frustrazioni accumulate con Roger e con la disfunzionalità della loro band, che all’epoca esisteva ormai solo sulla carta. Il testo, che contiene il maggior numero di parolacce di tutta la storia dei Pink Floyd, è un attacco amaro alla società moderna, ossessionata da guerra e profitto, dominata dall’avidità, e purtroppo oggi suona maledettamente attuale (anzi, più che mai). Il brano conclusivo »Two Suns In The Sunset«, nonostante il testo fatalista, dove un’esplosione nucleare fa comparire nel cielo due ‘soli’, è dal punto di vista ambientale un requiem antibellico estremamente piacevole. Va detto che qui Andy Newmark ha dovuto sostituire Mason alla batteria, perché quest’ultimo era tecnicamente incapace di eseguire i complessi cambi di tempo.
Le frustrazioni personali di Waters, arrivate al culmine su »The Final Cut«, sarebbero risultate di certo più credibili in un esordio solista, invece di essere proiettate attraverso la cornice dei Pink Floyd, con i suoi storici compagni di sventura relegati a un semplice ruolo di accompagnamento. Ciò nonostante è riuscito a trasmettere al mondo tutti i traumi che all’epoca lo bruciavano e a evitare che l’album nel suo insieme venisse percepito come un semplice seguito di serie B del classico »The Wall«. Le frustrazioni di lunga data tra Roger e David hanno toccato il fondo nel 1983, quindi non sorprende che quell’anno non ci sia stato nessun tour. Quando nel 1984 Roger ha pubblicato l’esordio solista »The Pros And Cons of Hitch Hiking«, per lui i Pink Floyd semplicemente non esistevano più, ma Gilmour e Mason erano di tutt’altro avviso, e per questo si sono parecchio imbufaliti.
L’anno dopo è arrivato il capitolo peggiore della storia dei Pink Floyd, con la causa in tribunale al termine della quale i diritti sull’uso del nome Pink Floyd sono andati a David e Nick, mentre Roger si è tenuto il monopolio sulla maggior parte della scenografia e dei concept di palco. Per più di vent’anni tra Waters e Gilmour non c’è stata alcuna comunicazione, ma dopo l’esibizione al ‘Live 8’ i rapporti si sono comunque scongelati parecchio, tanto che qualche apparizione insieme ogni tanto non è più pura fantascienza.
Per via del peso dei temi da guerra fredda nei testi, »The Final Cut« ha superato la prova del tempo un po’ peggio della maggior parte degli album dei Pink Floyd, anche se, ironia della sorte, la guerra fredda ultimamente è tornata di attualità, perché la storia si ripete di nuovo in modo amaro. Molti appassionati di musica sono convinti che la musica dovrebbe restare separata dalla politica, e per lo più hanno ragione, visto che di solito finisce che le due si strumentalizzano a vicenda, ma ogni tanto spuntano rare eccezioni come Waters e, soprattutto, Frank Zappa, che hanno sempre trovato il modo giusto, intelligente e spesso grottesco di fare satira su politica, stati di polizia e istituzioni e schemi sociali assurdi. Ed è proprio questo il pregio principale di »The Final Cut«, per cui tanti fan dei Pink Floyd, dopo l’addio di Roger, hanno sentito così tanto la mancanza dei suoi testi.
Formazione
Roger Waters – basso, chitarra acustica, voce
David Gilmour – chitarra, voce su “Not Now John”
Nick Mason – batteria, percussioni
MUSICISTI OSPITI:
Michael Kamen – piano, harmonium
Andy Bown – organo Hammond
Ray Cooper- percussioni
Andy Newmark – batteria su “Two Suns In The Sunset”
Raphael Ravenscroft – sax tenore
National Philharmonic Orchestra (direttore e arrangiatore: Michael Kamen)
Produzione
Roger Waters, James Guthrie e Michael Kamen
Tracklist
1. The Post War Dream (3:00)
2. Your Possible Pasts (4:21)
3. One Of The Few (1:26)
4. The Hero’s Return (2:58)
5. The Gunners Dream (5:04)
6. Paranoid Eyes (3:49)
7. Get Your Filthy Hands Off My Desert (1:19)
8. The Fletcher Memorial Home (4:10)
9. Southampton Dock (2:05)
10. The Final Cut (4:53)
11. Not Now John (5:03)
12. Two Suns In The Sunset (5:17)