Pink Floyd: The Final Cut

0 149

Etichetta: EMI
Data di uscita: 21/3/1983
Produzione: Roger Waters, James Guthrie & Michael Kamen
Durata dell’album: 43.14 min
Genere: Art Rock
Voto: 7.5/10


Manifesto politico antimilitarista e insieme da Guerra Fredda, «The Final Cut», l’ultimo album dei Pink Floyd con Roger Waters, somigliava più a un progetto solista del bassista/cantante che a un lavoro di gruppo della leggendaria band progressive rock inglese, diventata famosa in tutto il mondo negli anni Settanta. Uno degli album più controversi dell’intera storia dei Pink Floyd è stato un lavoro concettuale e un seguito un po’ meno ambizioso del capolavoro dal successo clamoroso «The Wall» (1979). Waters, che non ha mai nascosto le sue convinzioni filosofiche socialiste, ha portato avanti in questo progetto dal taglio egocentrico il suo manifesto acido, anticapitalista e contro la guerra, e ha reso un omaggio commovente alla memoria di suo padre Eric Fletcher Waters, che aveva perso nella bufera della Seconda guerra mondiale e a cui ha dedicato «The Final Cut».

Il concept antibellico dell’album tocca la storia personale del padre di Waters, caduto nella Seconda guerra mondiale nella speranza di garantire la pace alle generazioni future, cosa che, come sappiamo tutti, purtroppo nei decenni successivi non è successa. Waters era particolarmente deluso dal governo conservatore britannico di allora, guidato dalla famigerata paladina del neoliberismo Margaret ‘Maggie’ Thatcher, che in quel periodo si era invischiata in una guerra con l’Argentina per mantenere il dominio coloniale britannico sulle Isole Falkland. Nei testi Waters se la prende anche con vari altri leader mondiali dell’epoca, a cominciare dal presidente americano Ronald Reagan, che durante la paranoia da Guerra Fredda più di una volta avevano infilato le mani nel nido di vespe di una possibile apocalisse nucleare.

Gli appetiti ‘dittatoriali’ di Roger hanno toccato l’apice su «The Final Cut», dove, come produttore principale, ha scritto da solo tutti i brani, gli arrangiamenti e i testi. Già nel 1981 aveva costretto ad andarsene il tastierista originale Richard Wright, per il quale questo è stato l’unico album dei Pink Floyd in cui non compare, mentre al chitarrista/cantante David Gilmour e al batterista Nick Mason ha ‘benevolmente’ assegnato il ruolo di semplici strumentisti di accompagnamento. Tutti e tre i musicisti hanno registrato i loro contributi separatamente, visto che Roger e David ormai non comunicavano più per niente. All’inizio hanno provato a lavorare in studio come un tempo, ma senza successo. Mentre Roger se ne andava furiosamente in giro per lo studio con i musicisti ospiti per registrare il prima possibile il suo materiale da compositore, David e Nick nel tempo libero preferivano giocare al videogioco ‘Donkey Kong’, così alla fine hanno optato per registrare ciascuno per conto proprio.

Roger ha permesso a David, con cui in quel periodo aveva un rapporto da cane e gatto, di cantare in un solo brano, «Not Now John», che tra tutti quelli di «The Final Cut» era più o meno il più simile ai classici Pink Floyd. Mentre Gilmour ha regalato qualche assolo splendido, all’altezza dei suoi momenti migliori, il contributo di Mason è stato terribilmente ridimensionato, per lo più limitato all’uso di vari effetti percussivi. La maggior parte delle percussioni è stata suonata dall’ospite Ray Cooper, mentre la batteria su «Two Suns In The Sunset» è stata suonata da Andy Newmark. Per la maggior parte degli arrangiamenti orchestrali ha pensato la National Philharmonic Orchestra, mentre il buco lasciato dall’addio di Wright hanno provato a tapparlo il tastierista americano (e poi noto compositore di colonne sonore) Michael Kamen e il tastierista degli Status Quo Andy Bown.

«The Final Cut» si apre con «The Post War Dream», che attraverso il testo trasmette la delusione di Roger per il fatto che suo padre sia morto in guerra per ideali che nella società moderna non hanno attecchito, mentre le guerre sono ancora una realtà. Il brano se la prende anche con il declino dell’industria navale britannica, finita allora in mani giapponesi. La voce variabile di Roger, che passa dalla calma a un cinismo furioso, è accompagnata sullo sfondo da arrangiamenti da natura morta all’harmonium. La particolarità principale di «Your Possible Pasts» è che Roger nel testo riprende ancora una volta la figura del sinistro insegnante di «The Wall», stavolta collocato nel passato, quando il futuro aguzzino dei bambini britannici, pieno di ottimismo e slancio da vincitore, sta tornando proprio allora dalla guerra. Il suo ritorno alla vita civile è un fallimento, soprattutto per colpa della moglie possessiva, che accelera la sua metamorfosi nel futuro mostro pedagogico. Questa trasformazione è resa con grande efficacia attraverso la musica, grazie all’alternanza vocale pittoresca di Roger tra ottimismo e cinismo e all’amaro assolo di chitarra di David.

La storia dell’insegnante da giovane prosegue in «One Of The Few», un brano breve e depresso, originariamente pensato per l’album «The Wall». «When The Tigers Broke Free», un altro omaggio pittoresco al padre scomparso, presente nella riedizione di «The Final Cut» del 2004, avrebbe dovuto originariamente uscire anch’esso su «The Wall», ma gli altri membri della band l’avevano giudicato un pezzo troppo personale. Gli arrangiamenti orchestrali pomposi accompagnano con efficacia l’espressività vocale paranoica di Roger. La storia dell’insegnante va avanti nel drammatico «The Hero’s Return», che quasi riesce a fare di quel maestrucolo odiato e psichicamente distrutto un personaggio simpatetico, perché quest’ultimo ricorda sempre più il Martin Kačur di Cankar. Anche questo è un altro pezzo mancato di «The Wall», che in origine si chiamava «Teacher, Teacher».

«The Gunner’s Dream», uno dei picchi dell’album, è un commovente requiem antibellico che racconta la storia di un membro della contraerea che muore con il desiderio di un mondo futuro senza più guerre. L’inutilità dei suoi desideri e il dominio moderno di guerre e terrorismo sono espressi attraverso la rabbia vocale di Roger e un espressivo assolo di sassofono, mentre poi irrompono pomposi arrangiamenti sinfonici. In «Paranoid Eyes» Roger, con l’aiuto di fragili arrangiamenti di pianoforte, torna per l’ultima volta nell’album al personaggio dell’insegnante, ex eroe di guerra, che a questo punto scivola nell’alcolismo e nella rovina personale definitiva. «Get Your Filthy Hands Off My Desert» è un altro pezzo molto personale, in cui Roger, in modo teatrale e un po’ satirico, rivela le sue idee filosofiche su guerre e invasioni e, già che c’è, bacchetta i leader della Guerra Fredda di allora, a cominciare  da Leonid Breznev (invasione sovietica dell’Afghanistan), Menachem Begin (invasione israeliana di Beirut), Leopoldo Galtieri (invasione argentina delle Falkland) e la Thatcher (risposta di ritorsione all’invasione argentina, che ha scatenato la guerra delle Falkland).

Uno dei pezzi più pittoreschi e riusciti di «The Final Cut» è senza dubbio «The Fletcher Memorial Home», dove la voce di Roger si strappa di rabbia e cinismo mentre nel testo, di fantasia, immagina cosa succederebbe se nella casa del suo defunto padre si riunissero tutti i politici di punta di allora, mentre la gente comune potrebbe decidere del loro destino. Questa composizione interessante e profonda contiene anche uno splendido assolo di chitarra di Gilmour, all’altezza dei suoi migliori contributi a «The Wall». «Southampton Dock», lamento per i soldati che stanno partendo per la guerra (e che tornano indietro nelle bare), attraverso dolci accordi di chitarra acustica ha un leggero sapore folk.

La title track è un’altra delle tante creazioni nate originariamente per «The Wall» e, per impostazione, potrebbe benissimo stare direttamente su quell’album. Il testo parla di un aspirante suicida che vive un isolamento totale, depressione e frustrazione sessuale, ricordando così con forza Pink, il protagonista di «The Wall». Commoventi arrangiamenti orchestrali sono accompagnati dal tipico assolo di chitarra malinconico di David che, insieme al camaleontismo vocale di Roger, contribuisce a fare di questo pezzo uno dei picchi di «The Final Cut».

Nell’ibrido hard rock/prog rock già citato «Not Now John», il pezzo più duro e più commerciale dell’album, dove si sentono anche armonie vocali femminili di accompagnamento, il microfono passa finalmente anche a Gilmour, anche se la voce di Waters ogni tanto continua a ‘metterci lo zampino’. Il contributo vocale e chitarristico di David qui suona come se volesse sfogare tutte le sue frustrazioni accumulate per Roger e per la conseguente disfunzionalità della loro band, che allora esisteva ormai solo sulla carta. Il testo, che contiene più parolacce di qualsiasi altro nella storia dei Pink Floyd, è un amaro attacco alla società moderna, ossessionata da guerra e profitto, dominata dall’avidità, e purtroppo oggi suona maledettamente attuale (anzi, più che mai). Il brano conclusivo «Two Suns In The Sunset», nonostante il testo fatalista, in cui un’esplosione nucleare fa comparire nel cielo due ‘soli’, è dal punto di vista atmosferico un requiem antibellico estremamente piacevole. Vale la pena ricordare che qui Andy Newmark ha dovuto sostituire Mason alla batteria, perché quest’ultimo era tecnicamente incapace di eseguire i difficili cambi di tempo.

Le frustrazioni personali di Waters, che su «The Final Cut» hanno toccato il loro apice, sarebbero sicuramente suonate più credibili in un esordio solista, invece di essere proiettate attraverso la cornice dei Pink Floyd, relegando i suoi compagni di sventura di lunga data a un semplice ruolo di accompagnamento. Ciononostante gli è riuscito di comunicare con efficacia al mondo tutti i traumi che allora lo bruciavano, e l’album nel suo insieme non è risultato un semplice seguito di serie B del classico «The Wall». Le frustrazioni di lunga data tra Roger e David hanno raggiunto il culmine nel 1983, quindi non sorprende che quell’anno non ci sia stato nessun tour. Quando nel 1984 Roger ha pubblicato l’esordio solista «The Pros And Cons of Hitch Hiking», per lui i Pink Floyd semplicemente non esistevano più, ma Gilmour e Mason erano di parere opposto, e per questo si sono fatti saltare la mosca al naso.

L’anno dopo è arrivato il capitolo più brutto della storia dei Pink Floyd, con una causa in tribunale al termine della quale i diritti sull’uso del nome Pink Floyd sono andati a David e Nick, mentre Roger ha mantenuto il monopolio sulla maggior parte della scenografia e dei concept dei live. Per più di vent’anni non c’è stata nessuna comunicazione tra Waters e Gilmour, ma dopo l’esibizione al ‘Live 8’ i loro rapporti si sono comunque scongelati parecchio, tanto che una comparsata insieme ogni tanto non è più pura fantascienza.

A causa del dominio dei temi da Guerra Fredda di allora nei testi, «The Final Cut» ha superato la prova del tempo un po’ peggio della maggior parte degli album dei Pink Floyd, anche se, ironia della sorte, la Guerra Fredda negli ultimi tempi sta tornando di attualità, perché la storia si ripete di nuovo in modo amaro. Molti appassionati di musica sono convinti che la musica dovrebbe restare separata dalla politica, e per lo più hanno ragione, visto che di solito si finisce per strumentalizzarsi a vicenda, ma ogni tanto si trova qualche rara eccezione come Waters e soprattutto Frank Zappa, che hanno sempre trovato il modo giusto, intelligente e spesso grottesco di fare satira su politica, stato di polizia e assurde istituzioni e schemi sociali. Ed è proprio questo il pregio principale di «The Final Cut», per cui molti fan dei Pink Floyd, dopo l’addio di Roger, hanno sentito così tanto la mancanza dei suoi testi.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik

Tracklist:
1. The Post War Dream (3:00)
2. Your Possible Pasts (4:21)
3. One Of The Few (1:26)
4. The Hero’s Return (2:58)
5. The Gunners Dream (5:04)
6. Paranoid Eyes (3:49)
7. Get Your Filthy Hands Off My Desert (1:19)
8. The Fletcher Memorial Home (4:10)
9. Southampton Dock (2:05)
10. The Final Cut (4:53)
11. Not Now John (5:03)
12. Two Suns In The Sunset (5:17)

Formazione:
Roger Waters – basso, chitarra acustica, voce solista
David Gilmour – chitarra, voce solista su “Not Now John”
Nick Mason – batteria, percussioni

MUSICISTI OSPITI:
Michael Kamen – pianoforte, harmonium
Andy Bown – organo Hammond
Ray Cooper- percussioni
Andy Newmark – batteria su “Two Suns In The Sunset”
Raphael Ravenscroft – sax tenore
National Philharmonic Orchestra (direttore e arrangiatore: Michael Kamen)


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie