The Glorious Burden
Artista: Iced Earth
Etichetta: SPV Records
Uscita: 2004
Voto: 2.5/5
Mah, questo disco è uno dei più controversi del metal. Be’, almeno per il 2004. Uno non sa nemmeno da dove cominciare con la recensione. Ogni pro ha il suo contro. Il che vuol dire che il nuovo disco degli Iced Earth è piuttosto neutro come carattere. La faccenda la guarderemo da più punti di vista.
Gli Iced Earth hanno pubblicato un nuovo album con un nuovo cantante. Sono riusciti a portarsi in casa uno dei migliori, se non il migliore dal punto di vista tecnico, tra i cantanti della nuova generazione del metal, Tim “Ripper” Owens, rimasto senza lavoro dopo l’avventura con i Judas Priest.
Insieme al cantante Matthew Barlow ha lasciato la band anche il chitarrista Larry Tarnowski, ma Schaffer non l’ha sostituito con nessuno. Così gli Iced Earth, nella formazione attuale, sono senza lead guitarist: come ospite speciale sul disco i lead break li ha suonati Ralph Santolla, che però Schaffer non vuole in band, perché ha sì una tecnica eccellente, ma gli manca lo spirito e la creatività nello scrivere i riff e l’originalità nella costruzione degli assoli. “The Glorious Burden” è un disco incredibile. Contiene infatti otto brani più brevi e un’opera d’arte di oltre mezz’ora. Il salto di qualità tra quegli otto pezzi e la mezz’ora di operetta è clamoroso, grida vendetta al cielo.
La parte più sacra del disco è senza dubbio la composizione di mezz’ora in tre atti intitolata Gettysburg. Ogni atto racconta uno dei tre giorni della battaglia di Gettysburg. Qui si conferma tutta la genialità di Jon Schaffer. La band ha invitato a collaborare nientemeno che l’Orchestra di Praga. Il tipo si è immerso completamente nei momenti storici di quel calvario di tre giorni mentre scriveva la composizione. In ogni singolo dettaglio, che il pezzo riporta in vita in modo così efficace. Schaffer è un patriota sincero e per questo il brano si apre con l’inno americano Star Spangled Banner, con un arrangiamento interessante in cui hanno infilato pure il banjo. Segue una parte da ballad, in cui la band costruisce l’atmosfera, che schizza in alto quando gli Iced Earth sbucano fuori con il loro tipico suono velenoso della Florida. Per tutto l’epico pezzo le atmosfere ondeggiano più o meno così, a contrasto, a seconda della situazione e dello stato del campo di battaglia. Gli arrangiamenti orchestrali completano alla grande il pulsare della band, l’atmosfera è davvero fenomenale, alta, viva ed elettrica per tutto il tempo. Tim è Tim, ovvero “Ripper”, nel senso migliore del termine: il suo canto varia dagli scream estremamente pesanti e vertiginosamente alti agli urli velenosi nelle sequenze più basse. Tim si è distinto anche nelle parti da ballad dell’epopea di mezz’ora, con un senso eccezionale della morbidezza e della raffinatezza. Sentito e completamente immedesimato dall’inizio alla fine. È incredibile come con la sua performance abbia riportato in vita in modo fantastico la presa di coscienza del generale Lee, nel momento in cui Lee getta lo sguardo lungo il campo di battaglia disseminato di cadaveri e fiumi di sangue e si rende conto di tutta la sua responsabilità. Si tratta degli ultimi versi, proprio alla fine del pezzo, che è senza dubbio il culmine della trilogia, se non addirittura del disco, e l’epopea di mezz’ora è davvero un capolavoro sotto ogni punto di vista: la band, insieme all’orchestra, ha evocato un vero dramma musicale.
Purtroppo il resto del materiale non arriva nemmeno lontanamente al livello di questo capolavoro. Red Baron/Blue Max è l’unico che convince fino in fondo. Schaffer avrebbe dovuto confezionare “The Glorious Burden” come concept di un’ora, in cui mettere in fila l’intera battaglia di Gettysburg. Stando così le cose, sarebbe stato meglio che gli Iced Earth pubblicassero due album. Uno concettuale, l’altro con questi otto pezzi più brevi, che sono una pallida ombra dell’epopea di mezz’ora. Anche i temi storici negli altri brani sono mal riusciti, non convincono . Per esempio ci ritroviamo con Waterloo, cinque minuti con un motivo noioso che si ripete lungo ritornello e pre-ritornello. E da un tema come Waterloo non sarebbe stato difficile tirar fuori un intero album concettuale. Invece è tutto ficcato “a forza” in una composizione di cinque minuti.
Gli Iced Earth, nella loro espressione, hanno sfacciatamente virato verso l’imitazione degli Iron Maiden, e Red Baron/Blue Max suona, anche nelle linee vocali, come se a Owens le avesse piantate in testa Bruce Dickinson. Valley Forge si apre con un motivo che ricorda maledettamente When Two Worlds Collide degli Iron Maiden. L’assolo nell’uscita di Declaration Day è una bella copia del fade out in 22 Accacia Avenue, mentre più di un’armonia a tre voci, anche nei passaggi più brevi, strizza in modo molto sospetto l’occhio alla leggendaria band. Parecchia incisività viene “sacrificata” a colpi di armonie a tre voci, quasi ovunque sia possibile. Il velenoso “florida riffing” ne esce schiacciato e non prende vita. La band ha perso incisività anche per un’altra cosa. Per esempio l’apertura di Declaration Day è fantastica, la band sviluppa una supersonica ultravoltaggio, ma il ritornello ammazza tutto. Primo, per struttura non c’entra niente, perché il tempo più lento smorza l’atmosfera affilata; secondo, l’uso del coro fa precipitare l’atmosfera in un’esplosione di patetismo, che soffoca del tutto l’ottima performance di Tim. Lo stesso problema lo troviamo in The Reckoning (Don’t Thread On Me), dove Tim attacca nel pre-ritornello in modo davvero superbo, ma il ritornello mal riuscito poi smorza completamente quell’incisività. L’onore dei brani lo salva comunque Owens, così la musica si può ancora ascoltare con piacere, perché Tim ha dato il suo 110% e uno fa fatica a immaginare se esista da qualche parte qualcuno che riesca a tirar fuori più di Tim. Tim regna in tutte le sequenze, come anche nei Judas Priest, con la differenza che non è difficile dire a occhio e croce che Schaffer ha sfruttato meglio le capacità vocali di Tim.
Entrambe le ballad, When The Eagle Cries e Hollow Man, sono inserti sotto la media e non arrivano nemmeno alle caviglie di pezzi come i classici atmosferici della band Watching Over Me o I Died For You. Hollow Man in particolare suona letteralmente “hollow”. Quanto alla credibilità nello scrivere ballad, in cui gli Iced Earth con Barlow alla voce hanno sempre acceso fuochi fantastici, ci si avvicina in modo molto concreto nelle parti calme della trilogia conclusiva.
Sui testi a Schaffer si perdona qualcosa, visto il suo sincero patriottismo. Chi non se ne fa un problema è da invidiare, mentre chi, ascoltando i testi, si costruirà una certa barriera, come me, deve trovare il modo di superarla. “The Glorious Burden” è, in sostanza, un album molto solido. Non è esattamente di quelli per cui il metal si strapperebbe le ciglia, e allo stesso tempo è lontanissimo dall’essere brutto. Una via di mezzo, come l’acqua tiepida, che comunque porta ancora una certa delusione. A salvare Schaffer da un tracollo peggiore è stato di sicuro un fattore: Tim Owens. È solo grazie a lui che “The Glorious Burden” resta ancora del tutto ascoltabile e un investimento che vale i soldi spesi, soprattutto se teniamo presente tutta l’eccellenza dell’opera da mezz’ora.
Formazione
Tim Owens – voce
Jon Schaffer – chitarra
Ralph Santolla – chitarra
James MacDonough – basso
Richard Christy – batteria
Produzione
Jim Morris & Jon Schaffer
Tracklist
1. Declaration Day
2. When The Eagle Cries
3. The Reckoning (Don’t Tread On Me)
4. Attila
5. Red Baron/Blue Max
6. Hollow Man
7. Waterloo
8. Valley Forge
9. The Devil To Pay – Gettysburg (1863)
10. Hold At All Costs – Gettysburg (1863)
11. High Water Mark – Gettysburg (1863)
Durata dell’album: 75:45