The Grand Illusion
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Styx
Etichetta: A&M Records / Interscope
Uscita: 1977
Durata: 38:59
Voto: 5/5
»The Grand Illusion« è il primo dei due grandi vertici artistici e commerciali della carriera magnifica dei campioni dell’arena rock americano Styx. Questo capolavoro ha sparato nella stratosfera dei più grandi gruppi rock di tutti i tempi la band cult di Chicago, che per anni, con la sua miscela unica di rock progressivo, hard rock e pomp, aveva cercato invano di conquistare le radio. L’album ha raggiunto il multi-platino e con lui gli Styx sono diventati definitivamente una band ‘del popolo’, addirittura i protagonisti in patria della scena melodic rock che stava nascendo, quella che con l’arrivo e la ‘crescita’ di gruppi come Kansas, Boston, Journey e Foreigner dominava le vette delle classifiche radiofoniche. »The Grand Illusion« però non fu solo un trionfo commerciale totale: con questo disco gli Styx raggiunsero finalmente la maturità artistica, la rifinitura e la stabilità che cercavano, e grazie a queste crearono alcune delle cose migliori della loro carriera. L’album non è concettuale, ma il titolo e la maggior parte dei testi parlano della vita in una società aziendale e iperconsumista, dove la vita del singolo è fin troppo spesso condizionata, quasi dipendente, dall’assorbimento di modelli di consumo sfornati dai media, in puro stile »cosa fa bene a lei e a lui«, e dall’indossare ogni giorno le ‘maschere’ socialmente desiderate, mentre l’individualità dell’uomo si sgretola sempre di più.
Ogni brano dell’album è un classico, a cominciare dall’epica title track, dominata da arrangiamenti pomposi, ritmi marziali, una linea di basso pulsante e un ritornello che si impenna e carica l’ascoltatore di energia positiva in un istante. Il testo è una presa in giro intelligentissima e leggermente sarcastica della ‘cultura’ americana dell’iperproduzione di massa di ideali di plastica e di come la gente li segue in trance, questi modelli generati dalle aziende con cui, detto papale papale, ti lavano il cervello. Secondo il tastierista e cantante Dennis DeYoung (la sua sagoma a cavallo campeggia sull’ottima copertina), che interpreta questo classico con una sicurezza che solo lui si può permettere, il testo parla della capacità del singolo di superare gli impianti di tendenza innaturali e trasparenti che i mass media propagandano ogni giorno e che la società ha fatto suoi, per richiamare alla luce il proprio vero ‘io’ interiore. La cosa più triste di tutta la faccenda è che da allora purtroppo non si è mosso proprio niente, anzi, oggi la situazione è persino molto peggiore.
Il chitarrista Tommy Shaw arriva con la sua voce giovanile e ribelle come il cacio sui maccheroni nell’evergreen »Fooling Yourself (The Angry Young Man)«. Il testo di Shaw se la prende con Dennis DeYoung, che negli anni in cui la band iniziava la sua ascesa commerciale si agitava nervosamente a ogni minimo insuccesso e ai suoi occhi appariva come un »giovane uomo arrabbiato«. Solo molti anni dopo Shaw capì che in realtà con quel testo si era rivolto a sé stesso, e così il classico ha assunto un significato molto più introspettivo. Questo gioiello di scrittura si distingue soprattutto per le armonie di chitarra di buon gusto, ‘corredate’ da ben tre diversi assoli di tastiera e da un cambio di tempo inatteso. »Superstar« è la risposta della band, chitarristicamente iperattiva e armata di armonizzazioni a più voci, alle prime pressioni della fama arrivata senza preavviso, e non riguarda solo loro, ma tutti quelli a cui il successo improvviso ha portato più male che bene. Il timbro socialmente impegnato di Shaw e la sua ampia estensione vocale sono sincronizzati in modo incredibilmente efficace con la magniloquenza melodica dei singoli arrangiamenti.
La splendida power ballad »Come Sail Away«, uscita anche come singolo e in cui alla voce solista e al pianoforte è ancora una volta DeYoung, nato per gli standard confessionali, a dettare il ritmo, è uno dei più grandi successi nella storia della band. Questa incarnazione del perfezionismo compositivo ha una sezione d’apertura da ballata, vigile, che con l’aiuto di fughe chitarristiche bombastiche si trasforma in un pomposo arena rocker. L’hard rock di »Miss America«, dove il secondo chitarrista James Young si cimenta come cantante solista per l’unica volta nell’album, è nato, a detta sua, come satira del tradizionale concorso ‘Miss America’, che ovviamente, come tutti i concorsi simili, è in lotta col buon senso. La sequenza di frasi di chitarra incisive, con un fenomenale assolo di moog in testa, funziona alla grande nel creare un’atmosfera possente. Young, poi, a quanto pare non si è nemmeno sforzato di nascondere di aver più che evidentemente ‘preso in prestito’ il riff centrale dai leggendari Jethro Tull e dal loro classico »Minstrel in the Gallery«.
Segue un trio di brani legati tra loro per atmosfera e tematica, in cui, dopo una prima metà dell’album più o meno orientata al melodic rock, le radici progressive tornano un po’ a galla. Il primo è il sinfonico »Man in the Wilderness«, che tira in ballo paralleli con i leggendari Uriah Heep e Kansas, ma anche con alcuni dei primi lavori degli Styx. Tommy Shaw brilla di nuovo con una prestazione vocale di bravura, soprattutto nel ritornello monumentale, mentre le armonie di chitarra si incastrano alla perfezione con le trame sinfoniche dei sintetizzatori di DeYoung.
Ancora meglio è l’epico e mistico »Castle Walls«, che nella parte iniziale è imbottito di arrangiamenti sacrali imponenti, mentre la voce di DeYoung porta una malinconia indescrivibile e fa salire piano piano l’atmosfera drammatica. Il testo fantasy-storico è anche una sorta di omaggio alle radici degli Styx. La grandiosità epica raggiunge il punto di ebollizione nel ritornello pomposo, dove le armonizzazioni a più voci, ben calibrate, ti fanno venire i brividi. L’assolo di sintetizzatore ARP, strutturato in modo fenomenale, aggiunge ancora un po’ di spezie a un’atmosfera già incandescente, che per intensità regge il confronto persino con le creazioni più pompose dei maestri dell’epica e del dramma come ELP, Genesis e Queen. Il trionfale »The Grand Finale« è una breve chiusura in cui al trionfo vocale ci pensa DeYoung, mentre Young tiene la melodia centrale di chitarra. La ciliegina sulla torta la mette Shaw con un assolo breve ma dolce.
»The Grand Illusion« è ancora oggi il principale candidato al titolo di miglior lavoro nella storia dei leggendari prog rocker di Chicago, e il suo unico vero rivale è soltanto il successore »Pieces of Eight« (1978). Questo capolavoro indimenticabile, un ibrido meraviglioso tra arena rock e prog rock, contiene proprio tutti gli elementi che hanno portato meritatamente gli Styx in cima al Parnaso dell’arena rock, ed è per questo che ancora oggi ha un posto speciale nel cuore di tutti i suoi fan e dei membri (attuali ed ex) della band.
Formazione
Dennis DeYoung – tastiere, voce
Tommy Shaw – chitarra, voce
James Young – chitarra, voce
Chuck Panozzo – basso, cori
John Panozzo – batteria, cori
Produzione
Styx
Tracklist
1. The Grand Illusion
2. Fooling Yourself (The Angry Young Man)
3. Superstars
4. Come Sail Away
5. Miss America
6. Man in the Wilderness
7. Castle Walls
8. The Grand Finale