Time Machine: Live in Cleveland (2CD)
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Rush
Etichetta: Roadrunner Records
Uscita: 08.11.2011
Durata: circa 146 min
Voto: 4/5
Insieme al nuovo DVD (stavolta singolo) »Time Machine 2011: Live In Cleveland«, i Rush hanno pubblicato il loro nuovo documento live anche su due supporti audio, in versione doppio CD, con esattamente lo stesso titolo! Negli ultimi dieci anni le uscite live sono diventate per i Rush una costante ormai scontata. Visto che per gli album in studio bisogna aspettare intervalli sempre più lunghi, sono mosse più che gradite, che spezzano queste lunghe pause e allo stesso tempo ti mettono la forma della band, anno dopo anno, sotto gli occhi, a portata di qualsiasi lettore. Una cosa però vale ancora: la musica nasce innanzitutto per essere ascoltata, e c’è una regola non scritta, un assioma di base ancora valido, secondo cui un doppio CD live viene prima del DVD.
Facciamo un rapido ripasso: il tour di »Time Machine« è durato dal 29.06.2010 al 02.07.2011. La maggior parte dei concerti i Rush li hanno suonati in Nord America, dove il tour è iniziato e finito. Tra il 04.05.2011 e il 29.05.2011 hanno suonato anche in Europa: quattro concerti in Scandinavia, un tour di 10 giorni in Gran Bretagna e l’unica vera discesa nell’Europa continentale, con due date, a Rotterdam, nei Paesi Bassi, e due giorni dopo, il 29.05.2011, a Francoforte, in Germania. Stavolta noi europei ci siamo dovuti dare davvero parecchio da fare per riuscire ad assistere a una delle rare date europee di questo tour dei Rush. Se il DVD »Snakes And Arrows« immortala il concerto dei Rush a Rotterdam e il DVD »R30« quello della band a Francoforte, stavolta i Rush hanno deciso di mettere su DVD l’intero show di Cleveland, negli Stati Uniti, alla Quicken Loans Arena, del 15.04.2011.
La Quicken Loans Arena, casa dei Cleveland Cavaliers, la squadra NBA della città, ha 20.500 posti a sedere. Con il parterre si libera spazio per un numero di persone vicino alle 30.000 teste. Arena stracolma, il 15.04.2011. E sold out, pure. Perché i Rush hanno scelto proprio Cleveland? Perché è la prima città americana dove, nei primi anni Settanta, i Rush ricevettero il sostegno delle radio locali, che mandavano in onda la musica del loro album d’esordio, Rush.
»Time Machine 2011: Live In Cleveland« è il primo documento audio (e video) ufficiale dei Rush registrato sul suolo statunitense. Visto che in passato i Rush avevano »coperto« Sud America ed Europa con uscite di questo tipo, la mossa logica successiva è che, dopo il documento dagli USA, il prossimo CD live dei Rush venga registrato in casa, in Canada.
Il CD live non contiene gli sketch filmati all’inizio, a metà e alla fine dello show, e alcune pause tra un pezzo e l’altro della scaletta sono accorciate (cose che il DVD invece conserva). Si perde un po’ di autenticità, ma non si può certo dire che manchi qualcosa: è un trattamento standard per le uscite di questo tipo. E comunque è un bene, perché chi ascolta si concentra solo sulla musica e la fantasia ha via libera per amplificare le sensazioni che ti toccano mentre ascolti il doppio CD. La visualizzazione del concerto, da questo punto di vista, è proprio una maniera di pessimo gusto, perché ti infila l’immagine direttamente in testa e così limita l’elasticità immaginativa di ciascuno, e chi ascolta resta meno concentrato sulla musica e può quindi recepirla in modo più superficiale. Dico »può«, quindi non per forza!
Comunque, mentre ascolti ti si drizza la pelle. Come potrebbe essere altrimenti, con i Rush qui con noi? L’euforia di una folla da 30.000 teste è catturata, e l’ottima forma live della band pure. Per riassumere il lavoro del trio, Peart e Lifeson sono impeccabili, e anche Lee quando si tratta di basso e tastiere. Però questa registrazione mostra che la voce di Geddy non è più così esplosiva nelle note più alte della sua interpretazione. È il documento dei Rush in cui il suo canto convince meno. In tutto il resto resta sicuro, e funziona ancora come un unicum senza il quale non esisterebbe il mondo Rush, ma sulle note più alte non riesce a sviluppare la potenza vocale a cui eravamo abituati nei precedenti live ufficiali della band.
Per il resto, la scaletta è costruita come dice il titolo del documento: sul modello di un viaggio nel tempo. Si apre in modo davvero azzeccato. Con il classico The Spirit Of Radio, una delle scelte più indovinate per aprire un concerto dei Rush, perché in un unico pezzo mostra, con un effetto chiarissimo, tutto il senso artistico di questo trio. Ha quello che ha issato la band sul trono dei più grandi nomi rock del pianeta: accessibilità melodica e orecchiabilità, più una dose abbondante dell’eclettismo unico dell’arte dei Rush. Se metti insieme le due cose, sei qualcosa di speciale. Diverso da tutto e piacevole per tutti. La prima parte del concerto scorre tra i succosi cavalli di battaglia dei vari album dei Rush: classici come la pop Time Stand Still, l’ottimo strumentale Leave That Thing Alone, la Stick It Out, momento meno interessante di »Counterparts« ma proprio per questo il più rumoroso del concerto, poi un’altra perfezione melodica e artistica nel classico di »Power Windows« Marathon, e una delle sorprese più belle della scaletta, la semi-ballad Presto. C’è la nuovissima BU2B, e poi gli standard Subdivisions e Freewill. L’album »Snakes And Arrows« è rappresentato da Faithless e Working Them Angels.
Una piccola pecca è che l’esecuzione completa dell’album »Moving Picures« è divisa tra i due CD. Il primo dischetto si chiude con Limelight, il secondo si apre con The Camera Eye. Stavolta i Rush non si sono concessi lo spreco di un triplo CD. Che, d’altra parte, avrebbe lasciato loro un bel margine di manovra per tenere magari l’intero album »Moving Picures« su un unico disco. »Moving Pictures« è un album fortissimo, che vale sempre la pena ascoltare tutto d’un fiato, senza interruzioni. Anzi, è quasi una regola che un album così si ascolti in un colpo solo. Insieme. Dall’inizio alla fine.
Dopo Vital Signs i Rush ci portano nel loro periodo iniziale e, a parte la nuova Caravan e Far Cry (»Snakes And Arrows«) poco prima della fine, infilano un classico dopo l’altro dagli anni Settanta. Qui arriva l’immancabile piacere voluttuoso del nuovo assolo di batteria, tutto suo, di Neil Peart, che regala un’altra performance indimenticabile e unica di questo maestro delle pelli. Un mood completamente nuovo, che combina le sue follie improvvisative. Il salto nei classici anni Settanta si chiude, nei bis, con un’altra versione fantastica di La Villa Strangiato, che si apre con un sarcastico motivetto da polka, e subito dopo la band la condisce con il classico Working Man avvolto in un arrangiamento reggae.
Va sottolineato anche che i pezzi di »Time Machine 2011: Live In Cleveland« sono di nuovo suonati in modo un po’ diverso rispetto ai precedenti album live. I dettagli li scoprirete col tempo, ma la differenza più evidente del nuovo live è rispetto all’interpretazione e al suono degli originali in studio. Si sente soprattutto nei pezzi usciti sugli album degli anni Ottanta, dove in primo piano nella produzione c’erano i sintetizzatori. Marathon, Time Stand Still e Subdivisions hanno un suono incomparabilmente più organico che su »A Show Of Hands« (il che non significa che siano versioni migliori, solo diverse, in linea con il punto di sviluppo della band nel 2011), pur riprendendo correttamente la dose necessaria di sintetizzatori. In un paesaggio sonoro così, anche il (bellissimo) contributo dei cori di Alex Lifeson acquista un valore e un effetto del tutto nuovi. Le linee di basso diverse si sentono soprattutto negli strumentali YYZ, Leave That Thing Alone e ovviamente nella insuperabile La Villa Strangiato, in cui nel finale »esplode« il signor Alex Lifeson. Per i pezzi dell’album »Moving Pictures« in questo documento è tipico che le tastiere, nei dettagli, offrano un’esperienza diversa. Direi che nei passaggi sofisticati guadagnano perfino in peso atmosferico. Ma bisogna tendere bene l’orecchio. Tra questi spiccano Vital Signs e The Camera Eye. In Vital Signs Lifeson imbraccia, per l’unica volta nel concerto, una Fender (una Telecaster, in linea con la tendenza sonora dell’inizio degli anni Ottanta – lo si sente anche dall’arrangiamento di Vital Signs, quando andava di moda mescolare prese reggae nell’eclettismo art rock della band – il primo paragone, anche per la Telecaster, è Andy Summers e i The Police.
Un nuovo documento di una delle band più interessanti e particolari che l’universo rock abbia mai prodotto. Se magari avete beccato i Rush a uno dei concerti del tour di »Time Machine«, non esitate a comprarvi questo ricordo. E non c’è più bisogno di sottolineare che sia questo live sia i precedenti, usciti tra il 1998 e il 2008, sono un altro ottimo punto di partenza per chi la band (ancora) non la conosce, per iniziare a scoprire l’universo unico dei Rush! Meglio un live che una qualsiasi compilation best of. Sempre!
Formazione
Geddy Lee – voce, basso, tastiere
Alex Lifeson – chitarra, cori
Neil Peart – batteria, percussioni
Tracklist
CD1.:
01. The Spirit of Radio
02. Time Stand Still
03. Presto
04. Stick It Out
05. Workin’ Them Angels
06. Leave That Thing Alone
07. Faithless
08. BU2B
09. Freewill
10. Marathon
11. Subdivisions
12. Tom Sawyer
13. Red Barchetta
14. YYZ
15. Limelight
CD2.:
01. The Camera Eye
02. Witch Hunt
03. Vital Signs
04. Caravan
05. Closer to the Heart
06. 2112 Overture/Temples of Syrinx
07. Far Cry
08. La Villa Strangiato
09. Working Man