The Grand Wazoo

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Zappa, Frank
Etichetta: Rykodisc Records
Uscita: 1972
Voto: 5/5

“The Grand Wazoo” è stato, come promette il nome, un disco grandioso, se non una delle perle più magnifiche dell’intera carriera di Frank, e vista la varietà di quella carriera non è certo un risultato da poco. Come il suo predecessore, non meno pregevole, “Waka/Jawaka” (1972), con cui ha parecchio in comune, prosegue sul piano stilistico il (temporaneo) ritorno di Frank al meraviglioso mondo del jazz rock fusion, tracciato in modo tanto splendido con il leggendario “Hot Rats” (1969), per molti fan della sua musica addirittura il vertice della carriera. Anche “The Grand Wazoo” è nato mentre Frank si stava rimettendo in piedi in studio, dopo che durante un concerto a metà tour, nel 1971, un vandalo patologicamente geloso lo aveva spedito giù dal palco. Per certi versi anche qui Frank si è tenuto alla ricetta musicale vincente usata su “Waka/Jawaka”, solo che stavolta ha fatto un ulteriore passo avanti nell’esplorare i confini infiniti del jazz rock fusion e nelle sue doti di compositore. Se su “Waka/Jawaka” si era concesso ancora qualche momento blues, funk e hard rock, “The Grand Wazoo” è il suo disco più rifinito e coerente per quanto riguarda l’uso eccellente degli arrangiamenti jazz, ironici e brillanti, per fiati e ottoni, che Frank ha costruito in modo da farli fondere quasi alla perfezione con la sua particolarissima tecnica chitarristica e con una delle migliori sezioni ritmiche dell’epoca, sia nel rock che nel jazz.

Qui gli arrangiamenti dei fiati sono diventati ancora più ricchi e marcati, perché al disco ha partecipato un numero molto più grande di musicisti. Stavolta Frank è riuscito a mettere in piedi una vera big band jazz fusion da 20 elementi, con una schiera di grandi nomi del mestiere (più due cantanti in aggiunta). Tra loro voglio citare i suoi collaboratori di lunga data, che hanno di nuovo formato l’ossatura della band: i tastieristi Don Preston e George Duke, il batterista Aynsley Dunbar, il bassista Erroneous e il chitarrista Tony Duran. Con tutti loro, la maggior parte presenti al suo fianco fin dai tempi delle The Mothers Of Invention, aveva già seminato miracoli musicali su “Waka/Jawaka”, quindi era del tutto logico ripartire con la stessa squadra da dove si era lasciato. A questi maestri dei rispettivi strumenti si è aggiunta anche una sezione fiati allargata. Si può solo tirare a indovinare perché l’etichetta Ryko abbia attribuito questo disco alla collaborazione tra Frank e la sua band The Mothers. È vero che sul disco hanno suonato alcuni dei membri delle Mothers già citati, ma si trattava comunque di un album del tutto a sé, in cui si sono fatti sentire anche tanti altri musicisti nuovi.

“The Grand Wazoo” è inoltre uno dei tanti concept album di Frank (dei brani del disco, solo “For Calvin” non c’entra niente col concept). Visto che i concept album sono di solito anche i suoi lavori migliori, già questo gli garantiva lo status di culto. Frank ha ripreso ancora una volta la sua tradizione di concept comici e sommamente grotteschi che (quasi senza eccezioni) portavano dentro un’acuta punta di satira sociale. Stavolta la storia gira intorno allo scontro musicale tra due civiltà antiche immaginarie (episodio raffigurato anche nella spassosa copertina). Nella storia, all’inizio, compare come personaggio secondario anche un vecchio conoscente di tutti i fan di Frank, lo scienziato pazzo Uncle Meat. Frank l’aveva già presentato come cattivo principale nel concept dell’omonimo doppio album del 1969. Stavolta Uncle Meat (il suo vero nome qui viene svelato: Stu) ha avuto in mente, nel suo laboratorio segreto, un nuovo modo per dimostrare il suo immenso genio a un mondo ingrato. Nel suo laboratorio in mezzo al deserto è riuscito a creare una specie di replica, o ologramma, di una civiltà antica inventata. Questa, alla pressione di un certo pulsante delle sue impossibili apparecchiature, è comparsa a poche centinaia di metri dal punto in cui sorgeva il laboratorio di Stu.

Il sovrano di questa civiltà creata artificialmente è Cletus Awreetus, detto anche l’imperatore funky. Cletus ha un esercito sterminato, composto interamente da musicisti disoccupati. Il suo esercito governa la città immaginaria nei rari momenti di pausa, quando non è impegnato a combattere il suo principale nemico, anch’esso creato artificialmente – Mediocrates di Pedestrium. Anche Mediocrates ha un esercito enorme di musicisti disoccupati. I due eserciti se le danno di santa ragione ogni lunedì, ogni settimana. Il risultato finale dello scontro viene sempre affisso sulle bacheche, sugli acquedotti decorati e sulle tavole di pietra. Come ogni vero sovrano di un grande impero, Cletus ha un sacco di altri guai. Nel suo caso, al primo posto ci sono i disordini sociali. Un grottesco culto di asceti masochisti che detestano la musica ha cominciato a tramare contro il sovrano nelle catacombe sotto la sauna di Cletus. Cletus si rivolge a questi congiurati chiamandoli “domande”. Se la vede con loro come si addice a tutti i sovrani antichi del suo calibro. Dopo aver catturato i congiurati, organizza un festival speciale a cui partecipa tutta la plebe cittadina affamata di pane e giochi. Lì porta i congiurati in un’arena apposita, dove si rivolge a loro attraverso un enorme altoparlante chiamato The Grand Wazoo. L’imperatore chiede se qualcuno di loro sa cantare, ballare o suonare uno strumento qualsiasi. I pochi che alzano la mano e mostrano almeno un briciolo di talento vengono arruolati nel suo esercito (che in realtà è una big band).

I meno dotati sono costretti ai lavori forzati in locali notturni e strip club malandati, dove, se si impegnano, il proprietario del locale comincia ad addestrarli per l’esercito di Cletus. I prigionieri che non rispondono subito hanno una seconda occasione, quando si avvicina a loro una ragazza vestita in modo succinto con uno strumento speciale fatto di cucchiai. Se sui suoi suoni mostrano almeno un po’ di ritmo naturale, vengono rilasciati e spediti a Nashville. Gli irrecuperabili, invece, vengono puniti facendo suonare loro dall’orchestra personale di Cletus una suite speciale, i cui ultrasuoni fanno esplodere il vetro di un gigantesco serbatoio pieno di una miscela chimica corrosiva. Quando questa miscela pericolosa si rovescia sui detenuti rimasti, il festival è finito. Dopo il rito, Cletus, di ottimo umore, va a cena e banchetta insieme ai suoi fedeli servitori. Durante il pasto lo coglie di sorpresa la notizia dell’invasione dell’esercito di Mediocrates. I due eserciti di musicisti si scontrano in modo drammatico e Cletus ne esce vincitore. E così, sempre uguale, passa ogni giorno nella civiltà immaginaria creata dal sinistro Unle Meat. Come è tipico di parecchi concept di Frank, anche questo, attraverso lo scontro tra due civiltà inventate, rappresenta una resa dei conti simbolica tra i musicisti e l’industria musicale. I singoli brani (anche stavolta prevalgono gli strumentali) si collegano bene, con la loro struttura, alla maggior parte dei nomi del concept citato. Del resto, il disco si gode benissimo anche senza sapere nulla di questo concept scherzoso, soprattutto perché si tratta di un lavoro in gran parte strumentale.

L’album si apre con la magnifica title track strumentale “The Grand Wazoo”, oltre 13 minuti. Per molti versi è la continuazione stilistica del brano omonimo di “Waka/Jawaka”, anche se come atmosfera è molto più adatta a una musica che potrebbe stare in una commedia ambientata ai tempi dei Romani (in linea col concept di cui sopra) che negli spaghetti western, come invece valeva per “Waka/Jawaka”. In questa composizione sopraffina si sente subito quel inconfondibile spirito comico di Frank, con ogni arrangiamento dei fiati costruito in modo specificamente spiritoso. In primo piano nella produzione c’è la sezione fiati della big band, tutta movimento, ma si completa alla grande con le acrobazie chitarristiche di Frank e con una sezione ritmica estremamente dinamica. I singoli motivi suonano molto rilassati e divertenti, soprattutto gli assoli di tromba, che spesso sembrano qualcuno in fondo a una grande sala da concerto che per tutto il tempo prende in giro gli ascoltatori e li sfotte. Come vuole la tradizione di ogni big band che si rispetti, anche qui la maggior parte degli strumentisti si presenta con il proprio pezzo solista, e anche stavolta a spiccare è, e chi se no, Frank con la sua chitarra, che ha suonato l’assolo iniziale. L’assolo di chitarra conclusivo è invece opera del suo braccio destro Tony Duran. Ricchi arrangiamenti di fiati, passaggi chitarristici funky e imprevedibili, spiritosi cambi di ritmo e trucchetti negli assoli garantiscono all’ascoltatore divertimento per sempre, dal primo ascolto in poi, che è la qualità di tutte le grandi composizioni jazz rock fusion, non solo di quelle uscite dalla penna di questo genio della musica.

Il brano successivo, “For Calvin (And His Next Two Hitch-hikers)”, l’unico senza legami col concept, smorza un po’ l’atmosfera, un po’ come succedeva su “Waka/Jawaka” con “Your Mouth”. Visto che stavolta non si tratta di un pezzo orientato al blues, ma di un ibrido interessante tra jazz rock fusion e avanguardia, Frank ha avuto molto più spazio per creare una sezione centrale caotica e condita di improvvisazione (una di queste improvvisazioni è stata poi usata, in forma un po’ modificata, nel divertente grottesco “The Adventures Of Greggery Peccary” dall’album “Studio Tan” (1978). Dopo l’assalto del brano d’apertura, questo è un pezzo ritmicamente molto più lento. È anche l’unico brano cantato del disco, con la voce femminile di Janet Neville-Ferguson e i cori di Sal Marquez. Fergie si era già fatta notare col suo modo comico di cantare in “It Might Just Be a One-Shot Deal” da “Waka/Jawaka”. Stavolta ha portato un testo bizzarro che parla di autostoppisti morti.

“Cletus Awreetus Awrightus” è un altro pezzo spassosissimo e rilassante, che per spirito è un po’ parente del classico “Peaches En Regalia” da “Hot Rats”. Anche questo brano ha una sezione fiati burlesca fino all’eccesso e tantissimi passaggi sparsi di chitarra e pianoforte. Non manca nemmeno il divertente assolo “da salotto” di Duke al piano elettrico, che con l’ingresso dei fiati, il ritmo saltellante e l’assolo di chitarra si trasforma in una melodia che starebbe benissimo in un qualche Benny Hill. A rendere ancora più comica l’atmosfera ci pensa l’accompagnamento vocale “param-pampam” di Frank, che ancora oggi fa scompisciare dalle risate la maggior parte degli ascoltatori. Non è affatto esagerato dire che, nel ricchissimo tesoro di composizioni comiche di Frank, questa è senza dubbio una delle più esilaranti, tanto da meritarsi un genere tutto suo – il jazz comico.

Gli altri due brani sono un po’ più vicini al jazz rock fusion tradizionale, costruito intorno ai suoni del sintetizzatore e ai passaggi di chitarra, anche se, nelle strutture, non mancano di nuovo le stranezze burlesche tipiche di Frank. Il primo dei due, “Eat That Question”, è una composizione magnifica, che senza problemi si può definire uno dei classici di Frank. A renderla splendida è soprattutto l’ottima performance solista iniziale al sintetizzatore del tastierista George Duke, senza dubbio una delle migliori della sua carriera. Non mancano nemmeno i passaggi chitarristici di Frank, eccellenti, che accompagnano con efficacia il contributo di Duke. Tra questi c’è anche un ottimo assolo di chitarra che riporta il tema centrale del brano. La composizione si chiude con sezioni spiritose di fiati e ottoni che, prima della fine, aggiungono l’ultimo tocco comico.

La delizia conclusiva “Blessed Relief”, che con la sua atmosfera malinconica e rilassata sprigiona in modo meraviglioso un senso di beatitudine totale e di assenza di ogni problema, è stata per diversi anni una delle composizioni più belle e più “serie” (non suscita alcuna sensazione comica) che Frank abbia mai creato. Il suo fascino principale sta nel ritmo rilassante e nei passaggi delicati e melodici di tromba, piano elettrico e chitarra. Dopo l’elegante assolo di Duke al piano elettrico segue l’assolo di chitarra di Frank, mosso e assolutamente unico, attraverso cui a poco a poco ritorna il tema centrale. È uno di quei brani che vale la pena mettere su ogni volta a fine di una giornata faticosa, quando ti siedi sul divano, ti ficchi in mano un bicchiere di limonata e ti rilassi completamente. Persino Frank avrebbe faticato a inventarsi una chiusura migliore: bellezza, eleganza, un feeling eccezionale e un’ottima preparazione tecnica si uniscono in una favola perfetta.

“The Grand Wazoo” è stato senza dubbio uno dei vertici della ricchissima carriera di Frank e l’ultimo dei suoi tre capolavori jazz rock fusion. A differenza di “Waka/Jawaka”, dove si era preso soprattutto tanto spazio per mettere in mostra il suo talento chitarristico, qui, grazie alla collaborazione con una sua big band jazz, si è fatto onore in particolare anche come compositore geniale e arrangiatore musicale. Una fusione così perfetta degli elementi migliori del jazz rock fusion con le sue specifiche capacità di arrangiatore, spesso comiche, non l’ha più ripetuta, anche se con formazioni più piccole ha registrato ancora qualche disco con vari elementi di jazz rock fusion. Per un artista versatile e senza confini, che in carriera non si è mai fermato a lungo su un genere musicale preciso, il passo logico successivo era (di nuovo) abbandonare il jazz rock fusion e buttarsi su altre sfide musicali, che con la musica come con i testi hanno spesso scioccato gli ascoltatori dai gusti ristretti e la parte conservatrice del mondo occidentale. Negli anni successivi Frank, ovviamente di nuovo solo per poco, ha così riesumato la sua leggendaria formazione The Mothers ed è salpato verso acque più hard rock e avanguardistiche.

Formazione

Frank Zappa – chitarra, percussioni, voce
Mike Altschul – fiati
Billy Byers – trombone
Chunky (Lauren Wood)– voce
Lee Clement – percussioni
George Duke – tastiere, voce
Earl Dumler – fiati
Aynsley Dunbar – batteria
Tony Duran – chitarra
Erroneous (Alex Dmochowski) – basso
Alan Estes – percussioni
Janet Neville-Ferguson – voce
Fred Jackson, Jr. – fiati
Sal Marquez – basso, tromba, voci, ottoni
Joanne Caldwell McNabb – voce, ottoni, fiati
Malcolm McNabb – trombone, corno, tromba
Tony Ortega – fiati
Joel Peskin – sassofono, fiati
Don Preston – mini moog
Johnny Rotella – fiati
Ken Shroyer – trombone, ottoni
Ernie Tack – ottoni
Ernie Watts – sassofono tenore, sassofono intonato in do (“Mystery Horn”) nell’assolo di “Cleetus Awreetus Awritus”, fiati
Robert Zimmitti – percussioni

Produzione

Frank Zappa

Tracklist

1. The Grand Wazoo (13:20)
2. For Calvin (And His Next Two Hitch-Hikers (6:06)
3. Cletus Awreetus-Awrightus (2:57)
4. Eat That Question (6:42)
5. Blessed Relief (8:00)

Durata dell’album: 37:03

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