The Human Condition

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Saga
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2009
Durata: 47:02
Voto: 4.5/5

“The Human Condition” è il ventesimo album in studio, attesissimo, dei leggendari veterani canadesi del progressive rock Saga. Già prima dell’uscita si sapeva che era un momento di svolta nella storia della band, visto che è il primo lavoro con il nuovo cantante Rob Moratti (ex-Final Frontier), che ha preso il posto del membro fondatore Michael Sadler. Per Rob il compito era tremendamente ingrato: Sadler era uno di quei cantanti insostituibili, dal carisma enorme, che in trent’anni con la band aveva giocato uno dei ruoli chiave nel definire il loro sound inconfondibile. Ora le congetture febbrili su come si sarebbe inserito il nuovo arrivato nel leggendario collettivo sono finite. Sadler, ovviamente, era uno e irripetibile, ma, come è già successo più volte nella storia del progressive rock quando se ne è andato qualche cantante dal carisma altissimo (gli esempi migliori sono Genesis, Marillion e Spock’s Beard), è arrivato un successore eccellente, che si è portato dietro un’energia tutta sua. Tutti gli altri membri della band sono riusciti ad adattarsi in modo convincente al suo stile vocale molto melodico, e dentro i loro suoni riconoscibili hanno infilato parecchi esperimenti coraggiosi e rinfrescanti.

Si potrebbe dire che con “The Human Condition” i Saga abbiano vissuto una vera e propria rinascita, e in senso positivo, perché hanno fatto un altro album eccellente e assolutamente unico. Nella maggior parte dei pezzi il sound si avvicina a un mix impulsivo di neo prog moderno e rock melodico, in certi punti ammicca perfino al progressive metal: era da un bel po’ che non suonavano così incisivi come qui. Per fortuna di tutti i fan di lunga data, però, hanno tenuto quasi tutte le loro caratteristiche strumentali riconoscibili. Quindi non mancano gli ornamenti chitarristici unici di Ian e i suoi assoli sfrenati, né gli inserti neoclassici di Gilmour alle tastiere. Il tastierista scozzese, un vero cult, si occupa ancora benissimo delle armonie vocali di accompagnamento dove serve. La loro costanza qualitativa, a parte un paio di scivoloni minori in studio negli anni Novanta, ormai è quasi leggendaria.

Già dopo il primo pezzo arriva la splendida certezza che la loro musica resta originale e imprevedibile come lo è stata nei tre decenni precedenti. Ad aprire l’album è la title track, che serve subito la prima sorpresa sonora. Chi per caso pensava che dopo l’addio di Michael sarebbe arrivata una sentimentalità sonora marcata resterà scioccato: qui c’è una danza strumentale scatenata, piena di assoli neoclassici di chitarra e tastiere. Questo pezzo è senza dubbio uno dei lavori tecnicamente più rifiniti della loro storia, al confine tra rock sinfonico e progressive metal. In mezzo ai passaggi tirati all’estremo, comunque, c’è una montagna di sottigliezze. Curiosamente, qui delle doti vocali di Moratti non scopriamo niente di concreto, perché la sua voce, insieme alle armonie di accompagnamento di Gilmour, passa attraverso un vocoder. Con l’epica “Step Inside” arriva finalmente il grande momento: dopo un’introduzione prog metal brutale e un passaggio ottimo verso l’arrangiamento melodico, Rob ha la prima occasione di mettersi in mostra in tutto il suo splendore. Bastano i primi versi per capire che i Saga non cercavano un clone di Sadler. Rob ha un timbro del tutto suo che, a voler trovare una parentela, è più vicino a uno come Steve Perry (ex-Journey). Cioè: ottima tecnica vocale e un grande senso dell’espressività melodica, ma con meno carisma teatrale e meno sensualità di Sadler.

La ballata eterea “Hands Of Time” è una delle creazioni più affascinanti dell’album, e qui le loro qualità autoriflessive brillano a piena potenza. È un pezzo che sembra fatto apposta per la voce di Rob, che ha un sacco di spazio per distendere il suo ampio raggio espressivo melodico, lanciandolo tra le onde eteree dei sintetizzatori di Gilmour e le frasi di chitarra malinconiche di Ian. L’epica mistica di simfo prog rock “Avalon” è un filo ancora meglio, perché rappresenta l’unione ideale del loro stile strumentale di marca e della nuova energia portata dalla voce di Rob. Il ritornello è possente e ha una componente rock melodica spiccata, mentre dentro la composizione trovano comunque abbastanza spazio per vari giochini strumentali di stampo progressive rock. Il convalescente Brian Doernier alla batteria mantiene il giusto equilibrio tra la botta rock dura e un buon senso della raffinatezza ritmica.

“A Number With A Name” nell’intro ricorda in tutto e per tutto certi loro pezzi del passato in cui ti immagineresti benissimo anche Sadler. Qui Rob dimostra in modo convincente di saper adattare il suo timbro alle direzioni teatrali e ai momenti in cui serve un pizzico di sarcasmo. Le armonie a più voci dentro questa composizione ottima sono da leccarsi i baffi. Più avanti il signor Gilmour, con le sue trovate argute al piano elettrico, ci invita a un giro su una giostra multi-armonica di imprevedibilità sonora.

“Now Is Now” è un esperimento tutto suo, con tanti campionamenti elettronici, passaggi di chitarra incisivi e gli ottimi saliscendi di Rob tra registri alti e bassi. Con “Let it Go” rimettono in parte piede in territorio prog metal, ma intanto mantengono con finezza un alto livello di melodia e di cantabilità ipnotica. Anche qui Moratti conferma di poter usare il suo talento vocale in mille modi. L’ottima “Crown of Thorns” si piega sotto il peso di sezioni brillanti e arrangiamenti colorati. Da un lato non le manca l’intransigenza hard rock, dall’altro si distingue per armonie finissime.

La conclusiva “You Look Good To Me” parte con un ritmo lento, quasi meccanico, con un uso variopinto di effetti di sintetizzatore, poi in modo insolitamente spontaneo scivola in una fiaba rock melodica che culmina in un ritornello trionfale. Nella seconda metà del pezzo infilano un motivo interessantissimo, quasi rappresentativo, con una dedica simbolica al vecchio classico “Climbing the Ladder”, seguito da acrobazie soliste dei due strumentisti principali. Anche qui riescono a fondere in modo armonico i loro trucchi strumentali riconoscibili con qualche innovazione sonora modernista.

Il primo album dei Saga con Rob Moratti come cantante è, nel suo insieme, un perfetto equilibrio tra la loro tradizione sonora unica e qualche nuovo esperimento dal mondo del neo prog e del prog metal. Il signor Moratti si è portato dietro un’energia tutta sua, con cui ha dato una benefica rinfrescata ai vecchi volponi e ha permesso loro di nobilitare la componente rock melodica. Era da un pezzo che non suonavano così vogliosi di sperimentare e così motivati a valorizzare i loro pregi progressive rock. “The Human Condition” dimostra dall’inizio alla fine che i Saga, anche dopo un cambiamento così importante,  restano una garanzia di qualità e una delle band progressive rock di punta. Un altro dei tanti restauri sonori della loro storia è riuscito in pieno, e non ho dubbi che “The Human Condition” dopo la prova del tempo si guadagnerà tra i fan fedeli lo status di classico. Rob ha tutte le carte in regola per guidare i compagni, motivatissimi, verso nuovi trionfi in studio e dal vivo, anche se dovrà rassegnarsi al fatto che nei cuori di tutti i fan di lunga data Sadler resta il cantante “definitivo” dei Saga.

Formazione

Rob Moratti – voce
Ian Crichton – chitarra
Jim Crichton – basso
Jim Gilmour – tastiere
Brian Doerner – batteria

Produzione

Saga

Tracklist

1. The Human Condition (6:51)
2. Step Inside (4:56)
3. Hands of Time (5:29)
4. Avalon (4:48)
5. A Number With A Name (4:51)
6. Now is Now (4:12)
7. Let It Go (4:47)
8. Crown of Thorns (5:46)
9. You Look Good To Me (5:22)

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