The Lamb Lies Down On Broadway
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Genesis
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1974
Voto: 5/5
Leggendario doppio concept album che spacca i fan dei Genesis tra chi lo considera l’alfa e l’omega di tutti i dischi della band e chi proprio non lo capisce, un po’ come succede ai fan degli Yes (Tales From Topographic Oceans, 1973), dei Pink Floyd (The Wall, 1979) o dei Jethro Tull (A Passion Play, 1973). Una cosa però, entrambi i fronti devono ammetterla: con questo disco la band di Peter Gabriel ha toccato il suo apice creativo e più in là semplicemente non si poteva andare, né musicalmente né artisticamente. Anzi, stavolta, dopo l’irripetibile capolavoro “Selling England By the Pound” (1973), il gruppo è andato addirittura oltre il limite. I Genesis hanno scovato una ricetta semplice ma geniale per superare il loro più grande capolavoro fino ad allora – fare un disco completamente diverso, con un’identità musicale e un concept totalmente nuovi. Una ricetta che (allora come oggi) pochissime band hanno il coraggio di mettere in pratica, visto che dopo il loro “apice creativo” di solito provano a rifare il loro album di maggior successo (e, come è cosa nota, con risultati più o meno fallimentari).
Un doppio concept album con una storia surreale su Rael, un povero ragazzo portoricano che arriva a New York in cerca del fratello perduto e poi, inaspettatamente, si ritrova a vagare per mondi paralleli, fantastici e perlopiù cupi, popolati da mostri e apparizioni, per salvare il fratello rimasto intrappolato in una di quelle dimensioni: un disco fenomenale, sia musicalmente che a livello di concept. Già il concept da solo dimostra che genio fosse Gabriel e quanto fosse avanti rispetto ai suoi tempi. La storia sa di antenato dei moderni concept fantascientifici su mondi paralleli, ovvero su due mondi completamente diversi l’uno dall’altro (The Matrix, Constantine e via dicendo). Purtroppo proprio in quel periodo le differenze tra il genio di Gabriel e gli altri membri iniziarono ad approfondirsi sempre di più, perché la maggior parte di loro non aveva accolto granché bene, figuriamoci capito, il suo strano concept. Lui all’epoca voleva persino farne un film con l’aiuto del regista Willie Friedkin (“The Excorcist”), ma purtroppo di quel progetto non se ne fece nulla. Gli incontri di Rael con le apparizioni sono raccontati da brani come “Colony Of Slippermen”, “Lamia”, “The Carpet Crawlers” e così via. Molti dei pezzi contengono inoltre riferimenti diretti al sesso proibito in una società sotto controllo. Musicalmente questo album è qualcosa che la band non ha fatto né prima né dopo, e quindi è un traguardo artistico a sé stante, irripetibile. Se proprio dovessi cercare un paragone, mi ricorda soprattutto i lavori solisti di Gabriel venuti più tardi. La title track, “The Carpet Crawlers”, “In the Cage”, “Back In NYC” e “Riding the Scree” sono diventate un classico dei concerti e sono state suonate dal vivo ben oltre l’addio di Gabriel alla band.
Anche i problemi personali (il parto difficile della moglie) pesarono sul divario sempre più grande tra Gabriel e gli altri durante la registrazione di questo disco. Per la prima volta Gabriel non contribuì con proposte musicali ma solo con i testi, mentre gli altri scrivevano la musica del tutto separatamente da lui. Soprattutto Banks non era granché entusiasta del concept di Gabriel e del suo “isolamento”. Alla fine, però, sono comunque riusciti a tirare fuori un capolavoro incredibile, con tantissimi brani diversi tra loro che si susseguono uno dopo l’altro senza soluzione di continuità e raccontano i fantastici viaggi di Rael.
Una breve sinossi di questa storia surreale per chi è curioso del retroscena del concept più strano della storia del rock: Rael, un povero ragazzo portoricano, una sera passeggia per Broadway, di ritorno da un’estenuante giornata di lavoro come graffitaro, quando all’improvviso gli compare davanti un agnello che gli si sdraia ai piedi. Rael si china su di lui e si ritrova improvvisamente avvolto da un “muro della morte”, trasformato in una “mosca” su un “parabrezza” che lo porta chissà dove. Comincia così il suo viaggio surreale in altre dimensioni. In una di queste vede all’improvviso suo fratello che lavora in una fabbrica dove si producono pacchi senza vita, dalla forma stranamente umanoide. Poi si ritrova intrappolato nella gabbia dei suoi stessi ricordi, quindi cade attraverso lo “stomaco” dei ricordi e finisce in compagnia di una colonia di apparizioni tappezzate e striscianti. Rael riesce a scappare e di colpo si trova in una stanza con 32 porte, di cui solo una porta fuori. La cieca Lilywhite Lilth gli promette di condurlo fuori seguendo la scia di un venticello, ma invece lo porta tutt’altrove e lo pianta in una sala d’attesa. Qui incontra le lamie. È un trio di “bellone” serpentine che lo attirano nella loro piscina piena di acqua rosa per un massaggio “in topless”. Ma all’improvviso va tutto storto: le lamie iniziano a morsicare Rael e poi si rimpiccioliscono. Disperato, Rael le mangia. Poi, ritrovate le sue tracce, finisce in una colonia di Slippermen lascivi. Si tratta di un branco nauseabondo di edonisti ripugnanti, dediti solo ai piaceri della carne. Rael rivede all’improvviso suo fratello, che è già diventato uno di loro, e presto si scopre che le lamie hanno trasformato in uno di loro anche Rael. L’unica soluzione è la castrazione dal malvagio dottor Dyper. Dopo la visita dal dottore, Rael e gli altri Slippermen sono costretti a portare i loro “gioielli” in un tubo di plastica gialla appeso al collo. Quando un corvo piomba giù e gli ruba la strana collana, Rael gli si lancia dietro, ma il corvo lascia cadere la collana in una gola. Rael scende lungo le rapide fino in fondo alla gola, dove (di nuovo) vede suo fratello che cerca disperatamente di tenersi a galla in mezzo alla corrente furiosa. Rael lo salva, per scoprire alla fine che suo fratello è…lui!
Cosa vuol dire tutto questo? Ognuno può ovviamente interpretare a modo suo questa stranissima storia di Gabriel (che, tra l’altro, si trova anche nel libretto dell’album). La mia idea personale sul messaggio è che “Lamb” sia in realtà una metafora del viaggio spirituale di Rael, della sua rinascita personale attraverso diversi “inferni” personali (rappresentati dalle dimensioni piene di apparizioni) fino alla redenzione finale. Scoprendo alla fine “suo fratello”, che in realtà è lui stesso, significa che ha finalmente trovato “sé stesso” e con ciò finisce anche il suo viaggio “infernale”. L’agnello è da sempre simbolo di purezza e quando il povero immigrato Rael lo trova a New York (metafora della Babilonia moderna, quindi simbolo di impurità e corruzione), è lui a guidarlo attraverso i mondi infernali dei suoi smarrimenti, per arrivare infine alla propria redenzione e alla conoscenza di sé.
Dal punto di vista musicale è un disco unico. Su “Lamb” i pezzi sono perlopiù più corti, ci sono meno epopee, che fino ad allora erano una delle caratteristiche principali della band, e più brani piuttosto brevi e più d’avanguardia. Nell’album ci sono un sacco di idee musicali che la band non ha mai usato né prima né dopo. Qui si trovano infatti anche alcune creazioni parecchio d’avanguardia, che di solito non si associano all’immagine musicale dei Genesis. C’è molto meno del suono barocco delle tastiere di Tony Banks, anche se lui, insieme a Gabriel, occupa di nuovo tantissimo spazio nella maggior parte dei brani. Già il suono in sé stavolta è completamente diverso da qualsiasi cosa prima.
L’opener, la title track, è un pezzo ultra melodico, compatto e marcato, che ha tutti gli ingredienti del singolo da classifica (alla “I Know What I Lie (In Your Wardrobe)” del disco precedente) ed è ancora oggi uno dei brani più amati dai fan. “Fly On A Windshield” è una creatura drammatica che non lesina su tastiere esoteriche. “Broadway Melody Of 1974” è una brevissima melodia di chitarra su un tappeto sonoro e in sostanza è solo una breve ouverture al pezzo successivo. “Cucko Cuckoon” è un brano breve, enigmatico e simpatico, costruito su mellotron, flauto e sulla voce carismatica di Gabriel. È un tipico pezzo da Genesis, che stempera l’atmosfera prima del dramma. Il vero capolavoro arriva con l’epica “In the Cage”, senza dubbio uno dei picchi dell’intero disco e un brano che la band ha continuato a suonare volentieri dal vivo per moltissimi anni dopo. È una delle composizioni più drammatiche del disco, con la voce di Gabriel quasi claustrofobica e una linea ritmica “impazzita” (anche se Collins su questo album ha meno margine di manovra che nel precedente, qui si fa notare con un drumming tecnicamente ancora più avventuroso). La melodia centrale evita che il pezzo suoni troppo cupo. Segue un altro assolo gustoso di Hackett. L’armonia tra lui e l’organo di Banks nella parte centrale è eccellente e rappresenta ciò che c’è di più riconoscibile nella band. “In the Cage” è quindi una delle poche epopee di “Lamb”, e anche questa è qualcosa di totalmente diverso da qualsiasi altra epopea prima. Segue l’interessante “The Grand Parade Of Lifeless Packaging”, una delle creazioni più strane e persino bizzarre del disco. Ma ovviamente anche estremamente spiritosa. Per questo è più che benvenuta, perché stempera un po’ l’atmosfera tesa del brano precedente. La voce satirica di Gabriel e il testo bizzarro sui pacchi umani che il fratello di Rael produce in fabbrica non lasciano proprio nessuno indifferente. L’eccezionale Brian Eno (ex-Roxy Music) è qui ospite speciale e coi suoi soundscape contribuisce alla grande all’atmosfera, ma soprattutto qui ha stravolto la voce di Gabriel con gli effetti.. Poi arriva “Back In NYC”, una composizione che ha tutti gli ingredienti dell’hit dei Genesis e che, a dirla tutta, a me ricorda già un po’ certi primi lavori della carriera solista di Gabriel. La voce di Gabriel nella parte centrale è di nuovo coperta dagli effetti. Il pezzo ha tutto quello che un fan dei Genesis può desiderare. Un ritornello eccellente, un riff estremamente ingegnoso di Hackett e un ottimo assolo, le tastiere esoteriche di Banks, la sezione ritmica jazzata Collins-Rutherford e un Gabriel “scollegato”. E anche una parte breve e divertente che a me ricorda un po’ la melodia di qualche giochino di Super Mario. “Hairless Heart” è di nuovo una composizione strumentale più breve, di tutt’altro tipo. Qui Banks brilla in tutta la magnificenza del dramma del suo mellotron. Un pezzo che starebbe benissimo in un film epico. E poi arriva il brano più divertente di tutto il disco, “Counting Out Time”, spiritosissimo e simpatico come pochi altri nella storia della band. Quindi non serve indovinare che qui Gabriel è scatenatissimo e sa far ridere parecchia gente. Il pezzo ha anche un ottimo riff “metallaro” di Hackett. Segue la sognante ed epica “Carpet Crawlers”, con le sue linee vocali tra Gabriel e Collins da “pelle d’oca” e le tastiere esoteriche. Uno dei brani più amati e famosi di questo album, che è stato anche un singolo di successo, e non c’è da stupirsi con quelle armonie vocali melodiche e quello splendido ritornello che non ti esce facilmente dalle orecchie. Il pezzo è importante anche perché nel 1999 la band si è riunita per un breve periodo nella sua “formazione classica” e ha registrato una nuova versione di questo brano, il che significa che per il gruppo aveva un significato speciale. “The Chamber Of 32 Doors” è per stile la più simile alle cose dei dischi precedenti e ci sta alla grande soprattutto con i versi sarcastici di Gabriel “I rather trust a country men than a town man” e “I rather trust a man who works with his hands”. Il testo in sé è tra i migliori del disco. E poi c’è un Gabriel tristissimo coi versi “I am so alone with my fear, with everything I fear…”, che rappresentano lo smarrimento di Rael, che non riesce a trovare la porta giusta che lo salvi dall’altra dimensione, ovvero dal suo “inferno” personale, e lo riporti sulla retta via.
La seconda parte, ancora più sperimentale e d’avanguardia della prima, si apre con la iper melodica “Lilywhite Lilth”, stipata di armonie a più voci e mellotron. La voce di Gabriel è di nuovo carica di ottimismo, perché Rael ha finalmente scoperto una speranza che potrebbe portarlo sulla strada giusta. Segue una delle creazioni più d’avanguardia della band, “The Waiting Room”. Con i suoi suoni registrati di “bicchieri che si frantumano” e “esplosioni” sul sintetizzatore di Banks (probabilmente c’ha messo lo zampino anche Eno) e con un’atmosfera da brividi, è un pezzo che non è per tutti, dato che è probabilmente persino il lavoro più d’avanguardia della storia della band. Suona un po’ maligno. Nella parte finale il basso di Rutherford si prende parecchio spazio. “Ayway” è un altro brano con un Gabriel “triste” e un’atmosfera estremamente drammatica; un vero cataclisma finale. “The Supernatural Anaesthetist” è il momento da “star” di Hackett nel disco, perché ha un assolo magnifico, praticamente per tutto il pezzo, uno dei suoi migliori in assoluto con la band. “The Lamia” è un altro dei pochi brani che per atmosfera ricorda un po’ i dischi precedenti della band, ovvero i suoi primi tempi. Un Gabriel malinconico e un’atmosfera epica si intrecciano attorno al testo bizzarro sulle tre fanciulle serpentine che attirano Rael con l’inganno nella piscina per un massaggio, dove cercano di divorarlo, ma lui si ribella e le ripaga con la stessa moneta. “Silent Sorrow In Empty Boats”, con le eccellenti sofisticazioni di Eno, rappresenta un momento quasi trascendentale del disco. “Colony Of Slippermen (The Arrival/A Visit To The Doktor/Raven”)” si apre con suoni da brividi, in mezzo ai quali non è difficile immaginarsi le apparizioni contorte e moralmente annientate che stanno in agguato per tutto ciò che è “bello e luminoso”. È uno dei brani più vari del disco. L’intro “The Arrival”, con i suoi suoni inquietanti e i borbottii delle apparizioni, non lascia minimamente presagire che si tratti di un’altra epopea maestosa. Segue l’ottima parte “A Visit To The Doktor, quando Rael va a farsi castrare dal malvagio dottor Dyper. Questa parte contiene alcuni dei versi più bizzarri di Gabriel, ma ha uno splendido sfondo musicale. L’ultima parte, “Raven”, è la migliore perché contiene tutti i migliori elementi della band. “Ravine” è un altro breve strumentale pieno di tappeti sonori, che crea magnificamente l’atmosfera della gola dove scorrono le rapide impetuose e soffia un vento gelido. “The Light Dies Down On Broadway” è l’unico brano del disco il cui testo non è stato scritto da Gabriel ma da Banks e Rutherford. È una ripresa più lenta, più drammatica e più mistica della title track. Suona parecchio “spaziale”. “Riding The Scree” è un altro ottimo saggio dei capolavori di Banks e del gioco vocale di Gabriel, nonché uno dei migliori brani del disco. “In The Rapids” è una vera elegia, quasi una ballata. L’album si chiude con “It”, che si apre con il suono cataclismatico di una sirena, seguito da una linea ritmica “impazzita”, da un Gabriel che ci crede fino in fondo e dal monumentale riff di Hackett (personalmente il mio preferito del disco). Il ritornello è fenomenale e uno dei migliori che la band abbia mai creato. Mi sorprende davvero che questo pezzo non sia diventato un hit e sia rimasto così largamente trascurato. È la miglior chiusura possibile del disco e uno dei miei brani preferiti dell’album. Quando Rael scopre finalmente la sua essenza, prende coscienza di sé e si libera del suo lungo vagare in mondi metafisici (cioè di una vita senza meta), dove non è il suo posto. Un finale luminoso e positivo per un disco dall’atmosfera parecchio cupa. Ecco, è tutto. Una vera rivelazione!
Peter Gabriel, anima dei Genesis, ha poi lasciato la band dopo questo disco, scioccando la maggior parte dei fan. Questo ha segnato allo stesso tempo l’inizio della sua carriera solista di grande successo e, per i Genesis, la fine del loro periodo più fecondo, la fine dell’era “classica” e il graduale spostamento verso brani più compatti. La produzione dell’album è già splendida per l’epoca, e la ristampa ha raggiunto uno standard ancora più alto. Musicalmente, con questo disco la band ha raggiunto il più grande traguardo artistico della sua carriera. Ed è proprio questo il motivo principale per cui “Lamb” è l’album più magnifico e più maturo della storia del gruppo. Rappresenta il culmine di tutto ciò che i Genesis hanno mai creato. “The Lamb Lies Down On Broadway” è un album che i veri amanti della buona musica devono semplicemente avere, per non parlare dei fan del progressive rock.
Formazione
Peter Gabriel – voce, flauto
Tony Banks – tastiere
Steve Hackett – chitarra elettrica, chitarra classica
Mike Rutherford – basso, chitarra a 12 corde
Phil Collins batteria, percussioni, cori
Produzione
John Burns e Genesis
Tracklist
CD 1 durata: 45:34
1. The Lamb Lies Down on Broadway (4:50)
2. Fly on a Windshield (4:23)
3. Broadway Melody of 1974 (0:33)
4. Cuckoo Cocoon (2:11)
5. In the Cage (8:15)
6. The Grand Parade of Lifeless Packaging (2:45)
7. Back in N.Y.C. (5:42)
8. Hairless Heart (2:13)
9. Counting Out Time (3:42)
10. The Carpet Crawlers (5:15)
11. The Chamber of 32 Doors (5:40)
CD 2 durata: 48:49
1. Lillywhite Lilith (2:42)
2. The Waiting Room (5:24)
3. Anyway (3:07)
4. The Supernatural Anaesthetist (2:59)
5. The Lamia (6:57)
6. Silent Sorrow in Empty Boats (3:07)
7. Colony of Slippermen (8:13)
a) The Arrival
b) A Visit to the Doktor
c) Raven
8. Ravine (2:04)
9. The Light Dies Down on Broadway (3:32)
10. Riding the Scree (3:57)
11. In the Rapids (2:26)
12. It. (4:15)
Durata dell’album: 94:23