The Living Dead

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Grave Digger
Etichetta: Napalm Records
Uscita: 2018
Durata: 45:31
Voto: 3/5

I campioni del metal teutonico Grave Digger, sotto la guida tonante e autoritaria di Chris Boltendahl, con il precedente album in studio, »Healed By Metal« (2017), in cui ai fan si era presentato il nuovo tastierista Marcus Kniep, non avevano convinto per niente, e non era neanche la prima volta. Sembra che da quando nel 2009 si è unito a loro il chitarrista Axel Ritt, i Grave Digger ballino parecchio quanto a qualità dei loro lavori in studio. Più di uno, persino tra i fan più fedeli, si è portato le mani alla testa alla notizia che già l’anno dopo sarebbe uscito un nuovo disco intitolato »The Living Dead«, perché decisioni così ‘sprint’, almeno nel loro caso, di solito non portano niente di buono.

Per la gioia dei fan di lunga data, »The Living Dead« segna comunque un netto passo avanti, soprattutto rispetto alla delusione del suo scialbo predecessore. Stavolta il disco è molto più coeso e solidamente strutturato, con sfumature sonore perlopiù da classici Grave Digger e senza esperimenti sonori troppo offensivi per i fan storici, mentre i testi di Boltendahl sono il solito ‘minestrone’ già visto: atmosfere horror da brividi, appelli contro la guerra e richiami triti e ritriti da predicatore del metal.

Anche se stavolta non si tratta di un concept album, è un po’ strano che i ‘becchini’ non si siano buttati con tanto pompa sul tema dei morti viventi molto prima, soprattutto vista l’appeal commerciale che gli zombie, in una forma o nell’altra, hanno ormai nella cultura popolare. L’unico esperimento sonoro che esce dalle aspettative standard si trova solo alla fine del disco, e pure quello risulta sorprendentemente divertente. Di ballad su »The Living Dead« non c’è traccia, il che lascia sensazioni contrastanti, visto che i Grave Digger sono tra i pochi rappresentanti del power metal che possono vantare (power) ballad per lo più di qualità.

A tratti sembra che »The Living Dead« voglia far rivivere la magia dei classici Grave Digger, dominati dalla tematica ‘horror’, come »The Reaper« (1993), »Heart of Darkness« (1995) e »The Grave Digger« (2001), ma l’atmosfera della maggior parte dei pezzi è raramente davvero cupa, e ancor meno inquietante. In più ci sarebbe parecchio da ridire sugli arrangiamenti sinfonici di Kniep, che sono ancora ben lontani dal livello del suo predecessore coi baffi, H.P. Katzenburg, che al confronto era davvero un maestro delle tastiere. Allo stesso tempo, nella produzione di questo disco le tastiere sono spinte troppo sullo sfondo. L’approccio chitarristico di Ritt ancora oggi divide i fan. Da una parte si sforza quasi troppo di imitare i suoi predecessori, dall’altra si sente la mancanza di assoli un po’ più creativi e personali.

L’assalto d’apertura dei ‘becchini’ ai cadaveri tornati in vita, »Fear of the Living Dead«, è quasi un classico pezzo power metal alla Grave Digger: c’è l’urlo tonante e inconfondibile di Boltendahl, ci sono le parti di chitarra tirate al massimo, la doppia cassa a manetta e un ritornello epico. Solido, ma Boltendahl e i suoi ‘becchini’ in passato hanno firmato opener molto più interessanti. Anche »Blade of the Immortal« segue la ricetta collaudata, cioè senza scossoni sperimentali, con il picco in un ritornello epico a più voci che ricorda soprattutto un inno vichingo, mentre non manca un assolo di chitarra piuttosto formale, suonato senza ispirazione. Con arrangiamenti sinfonici migliori, questo brano starebbe bene anche su un »Rheingold« (2003).

»When Death Passes By« punta tutto sulla velocità più sparata dell’intesa ritmica e sul turbo delle sezioni di chitarra a mitraglia, ma il ritornello suona parecchio spento. »Shadow of the Warrior« si apre con un coro a più voci da predicatore, mentre Ritt, a corto di ispirazione, ogni tanto prende in prestito qualche idea chitarristica direttamente dagli Iron Maiden. Il ritornello epico di questo pezzo è comunque uno dei migliori del disco. »The Power of Metal« è appesantito da un testo trito da predicatore, scritto apposta per dare la carica alle folle dei concerti metal. A parte il ritornello generico, è un pezzo che potrebbe stare benissimo su un classico album dei Grave Digger degli anni Novanta.

»Hymn of the Damned« è uno dei rarissimi pezzi su »The Living Dead« con il giusto mix di atmosfera cupa ed epica e un pizzico di dramma misterioso e inquietante, quello che un tempo distingueva alcuni dei migliori album della band. »What War Left Behind« è probabilmente il pezzo più noioso del disco, mentre »Fist in Your Face«, con un testo incredibilmente banale, è quasi più vicina all’hard rock che al metal. »Insane Pain«, un altro brano molto nella media, punta soprattutto su velocità e aggressività, mentre l’assolo di chitarra di Ritt è forse addirittura il più ispirato dell’intero album.

La danza conclusiva dei ‘becchini’, »Zombie Dance«, è senza dubbio il pezzo più fresco e divertente di »The Living Dead«: con i suoi ritmi balcanici da ‘hopa-cupa, tu e io insieme’ e gli archi creati con le tastiere, ricorda il ballo di suonatori di gusle ubriachi del sud della ex Jugoslavia. Alle grida da sbronza segue l’invito bestiale di Boltendahl a lanciarsi nella danza degli zombie. Forse non sarebbe nemmeno troppo esagerato dire: ‘i Grave Digger incontrano i Bijelo Dugme’. La bonus track »Glory or Grave« è una composizione molto dignitosa, con una carica sonora del tutto classica e un Boltendahl in gran forma vocale, e piacerà di sicuro a tutti i fan di lunga data. Un po’ ironico per una bonus track, ma è senza dubbio tra i brani migliori del disco.

Con »The Living Dead« Boltendahl non ha rifilato ai fan l’ennesima fregatura, ma i suoi ‘becchini’ non sono ancora nella forma giusta per promettere qualcosa di più di un risultato solido, a tratti nella media, che resta ben all’ombra dei loro album classici. Per qualità, »The Living Dead« si piazza dritto a metà, nella media della discografia dei Grave Digger fin qui. È stato anche l’ultimo disco con lo storico batterista Stefan Arnold, che nel frattempo è già finito nel libro nero di Boltendahl. Chris, nel suo tipico stile controverso, ha piazzato dietro le pelli addirittura Marcus Kniep, quindi il futuro dei ‘becchini’ ancora una volta non sembra per niente roseo, ma Boltendahl ama decisamente più il nero che il rosa, perciò alla prossima sessione in studio forse il risultato non sarà negativo.

Formazione

Chris Boltendahl – voce
Axel Ritt – chitarra
Jens Becker – basso
Stefan Arnold – batteria
Marcus Kniep – tastiere

Produzione

Grave Digger

Tracklist

1. Fear of the Living Dead (5:31)
2. Blade of the Immortal (4:07)
3. When Death Passes By (3:52)
4. Shadow of the Warrior (4:33)
5. The Power of Metal (3:52)
6. Hymn of the Damned (5:30)
7. What War Left Behind (3:30)
8. Fist in Your Face (3:24)
9. Insane Pain (3:05)
10. Zombie Dance (3:46)
11. Glory or Grave (bonus track) (4:21)

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