The Man Who Sold the World

0 6

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Bowie, David
Etichetta: Mercury Records
Uscita: 1970
Durata: 40:37
Voto: 4/5

Nel suo terzo album in studio, »The Man Who Sold the World«, il grande genio musicale David Bowie, come tante volte nella sua splendida carriera, cambia stile in modo ‘camaleontico’ e dice addio al prog folk rock di impronta acustica e alla psichedelia che avevano segnato il suo predecessore »David Bowie«, ovvero »Space Oddity« (1969). A spingerlo verso questo cambio di rotta ha contribuito anche il fatto che il suo amico e a tratti rivale musicale Marc Bolan (T. Rrex) proprio in quel periodo si era trasformato da sognatore acustico-psichedelico in un focoso glam rocker. Bowie non voleva restare indietro, ma la sua nuova evoluzione sonora l’ha portata a termine in un modo del tutto particolare. Bowie seguiva con attenzione le tendenze musicali del momento e le ‘impastava’ secondo la sua ricetta. Nel 1970 a dominare l’interesse generale degli appassionati di rock era proprio l’hard rock, guidato da nomi come Black Sabbath, Deep Purple e Led Zeppelin, e questo ha segnato in modo decisivo la nuova direzione sonora di David.

»The  Man Who Sold the World« è un album importante soprattutto perché qui Bowie ha cominciato per la prima volta a collaborare attivamente con i membri della band The Spiders from Mars, guidata dall’immenso talento chitarristico di Mick Ronson. Questo ha influenzato in modo decisivo lo stile del disco, che rappresentava una svolta quasi totale verso un hard rock a base di chitarre elettriche con spruzzate di blues, glam e art rock: rispetto al sognante, psichedelico e folk-rockeggiante »Space Oddity« era una bella ventata d’aria fresca sul piano sonoro. La band di Bowie era completata allora dal batterista Mick Woodmansey e dal produttore/bassista Tony Visconti. Quest’ultimo, poco dopo l’uscita di questo album, è stato sostituito al basso da Trevor Bolder, che in seguito si è costruito una bella carriera anche come membro dei leggendari Uriah Heep.

La presenza delle energiche e dinamiche linee di chitarra elettrica di Ronson è così dominante in »The Man Who Sold the World« che qualcuno l’ha addirittura definito un bell’esempio di heavy metal delle origini, anche se l’etichetta più adatta resta hard rock. Ronson e Visconti, in coppia con David, che in quel periodo aveva il suo bel da fare con la moglie appena sposata Angie, sono stati fondamentali nella scrittura degli arrangiamenti.

Un po’ di attenzione se l’è guadagnata anche la copertina, su cui Bowie, che oltre al suono cambiava di continuo anche la propria immagine e così iniziava ad aprire la porta alla sua successiva era glam rock, appare vestito con abiti femminili. Per quei tempi era una mossa piuttosto provocatoria, che ha fatto andare su tutte le furie soprattutto i sedicenti guardiani della pubblica morale americani. Per il mercato statunitense la copertina fu sostituita con un pasticcio di second’ordine. Con »The Man Who Sold the World« è dunque iniziato il gioco di Bowie con il tema del suo orientamento sessuale, con cui quest’uomo dall’aspetto androgino, soprattutto durante l’era glam rock, ha fatto venire i capelli bianchi all’opinione pubblica conservatrice dell’epoca, anche se a distanza di anni ha rivelato la propria eterosessualità e indirettamente si è pentito di aver messo su negli anni Settanta un tale ‘circo’.

»The Man Who Sold The World« aveva un tono ambientale molto più cupo del predecessore, in linea con la natura più incisiva dei singoli arrangiamenti, mentre nei testi hanno iniziato a prevalere ancora più di prima temi distopici come la paranoia, l’alienazione, la schizofrenia e il pericolo di un progresso scientifico eccessivo. Per qualità spiccano quattro brani, e cioè »The Width of a Cricle«, »All the Madmen«, la title track e »The Supermen«. Il nuovo stile d’impatto brilla già nell’opener, un incrocio tra hard rock e rhythm and blues, »The Width of a Circle«, che contiene le focose perle di chitarra elettrica di Ronson, con un assolo eccellente in testa, mentre il testo enigmatico gira intorno a un’esperienza sessuale con una donna angelica o demoniaca, tra il paradiso e l’inferno. Ancora meglio ha superato la prova del tempo »All the Madmen«, incoronata da un’atmosfera gotica, che fa parte dei primi capolavori di Bowie e allo stesso tempo dei brani più duri della sua carriera, perché poggia su linee di chitarra senza compromessi, sul modulare moog suonato da Ralph Mace e sui massicci passaggi di batteria di Woodmansey. Funzionano particolarmente bene i passaggi nelle armonie a tre voci, che approfondiscono ancora di più l’impatto drammatico sulle profondità della follia umana.

»Black Country Rock« è un blues rocker positivista, in netto contrasto con l’atmosfera cupa che domina il resto dell’album, e stilisticamente è piuttosto affine a certe imprese dei T. Rex, soprattutto per il modo di cantare insolito e cambiato di Bowie, che qui ricorda parecchio la prassi vocale abituale di Marc Bolan. Il più cupo »After All«, in cui Bowie torna a giocare con l’idea del ‘superuomo’ di Nietzsche insieme a sottotoni occultisti, è forse addirittura l’esperimento più strano dell’intero album e uno dei pochi brani con una natura psichedelica. »Running Gun Blues«, che chiaramente prende in giro la ‘cultura’ americana delle armi, è un blues rocker tagliente con un riff di chitarra incisivo, armonica a bocca e un approccio vocale di David quasi sbarazzino.

Nel drammatico prog/hard rocker »Saviour Machine«, intrecciato di linee di chitarra incisive e suoni futuristici del modulare moog, Bowie tocca un’altra idea distopica: un’intelligenza artificiale informatica che in un futuro prossimo prende il controllo sugli esseri umani. È uno dei pochi brani della carriera di David in cui si è avvicinato, a livello di stile, al rock progressivo alla Genesis. »She Shook Me Cold« è un altro hard rocker nello stile dei Led Zeppelin, che nel testo contiene numerosi riferimenti sessuali ed è stato più che evidentemente costruito attorno a una jam strumentale di gruppo. A questo momento meno ispirato segue l’indimenticabile title track, che si distingue per la sua atmosfera ‘spaziale’, sostenuta da un riff di chitarra particolare e da un arrangiamento centrale romantico. Qui Bowie intreccia in modo meraviglioso elementi di glam rock, psichedelia e art rock e crea un’atmosfera di rara intensità, mentre il testo si occupa di schizofrenia ovvero di personalità scissa, compreso un sosia immaginario, un altro dei temi prediletti di Bowie.

Il classico hard rock »The Supermen« è a ragione il brano più conosciuto dell’album, anche se solo qualche anno dopo, quando fu registrato di nuovo nel periodo dei più grandi successi di David in pieno glam rock, ha avuto un’eco più ampia. Il suo testo prende ispirazione dalle opere di H.P. Lovecraft sui ‘grandi antichi’ (una specie particolare di esseri inquietanti provenienti da un’altra dimensione), cosa che le drammatiche armonie vocali sullo sfondo intensificano ulteriormente, mentre il ritornello possente porta all’estremo l’atmosfera distopica generale. Secondo Bowie, il riff di chitarra centrale di »The Supermen« sarebbe un regalo di Jimmy Page.

Con »The Man Who Sold the World«, il punto più duro della sua carriera, Bowie, che già si guardava intorno in cerca del prossimo cambio di suono, ha fatto il primo grande passo verso l’era del glam rock e allo stesso tempo ha dato forma al nucleo della sua band più fortunata. Con il nuovo suono ‘elettrificato’ ha inoltre fatto un enorme passo avanti rispetto a »Space Oddity«, dando così il via al suo periodo classico, il più apprezzato da moltissimi fan. »The Man Who Sold the World« in patria, sul suolo britannico, non ha ottenuto una grande svolta commerciale, ma è comunque diventato il primo album di Bowie a farsi notare anche nelle classifiche americane. Già l’anno dopo David avrebbe creato il suo primo capolavoro in studio, entrando a lettere d’oro tra le più grandi icone musicali del XX e XXI secolo.

 

Questa recensione è dedicata alla memoria di David Bowie (1947-2016).

Formazione

David Bowie – voce, chitarra, stylophone, sassofono
Mick Ronson – chitarra, cori
Tony Visconti – basso, pianoforte, chitarra, registratore, produzione, cori
Mick Woodmansey – batteria, percussioni
Ralph Mace – sintetizzatore Moog modular

Produzione

Tony Visconti

Tracklist

1. The Width of a Circle (8:05)
2. All the Madmen (5:38)
3. Black Country Rock (3:32)
4. After All (3:51)
5. Running Gun Blues (3:11)
6. Saviour Machine (4:25)
7. She Shook Me Cold (4:13)
8. The Man Who Sold the World (3:55)
9. The Supermen (3:38)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie