The Man Who Would Not Die

0 5

Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Bayley, Blaze
Etichetta: Blaze Bayley Recordings
Uscita: 2008
Durata: 62:28
Voto: 4.5/5

Quando nel 2004 l’ex cantante degli Iron Maiden pubblicò l’album “Blood And Belief”, la sua barca si ritrovò in mezzo a una turbolenza spietata che per poco non la mandò a fondo. Blaze Bayley, che allora si muoveva ancora sotto il nome di Blaze, stava attraversando una crisi personale. Una crisi che sfociò anche in un flirt decisamente troppo frequente con bevande dal contenuto alcolico variabile. Già prima di mettersi al lavoro su “Blood And Belief” la formazione originale dei Blaze aveva cominciato a sgretolarsi. All’uscita del disco, nel 2004, Blaze Bayley era rimasto completamente solo a bordo e in pochi credevano che il tipo si sarebbe rimesso in piedi. Come se non bastasse, lo aveva mollato anche l’etichetta SPV/Steamhammer Records, che non voleva rinnovare il contratto al cantante.

Ma il musicista ha trovato l’ispirazione grazie a un’offerta dell’etichetta polacca Metal Mind Productions, che lo ha stanato chiedendogli se se la sentisse di registrare un DVD a uno dei suoi concerti in Polonia. Blaze però in quel periodo era senza band. Questo gli ha dato la spinta per rimettersi “in movimento”. E da lì in avanti le cose hanno cominciato a girare a suo favore. Ha messo insieme nuovi collaboratori e si è richiuso di nuovo in studio. Per la prima volta Blaze non è l’unico autore: anche gli altri membri hanno portato le loro idee e contribuito alla musica del nuovo album. Visto che Blaze Bayley è l’unico “sopravvissuto”, aveva senso rinominare la band da Blaze a Blaze Bayley. Non solo perché è più che sensato, date le particolarità che si raccolgono sotto l’opus musicale di questo artista, ma anche perché l’idea ci stava a pennello: “The Man Who Would Not Die” rappresenta infatti un punto di svolta nella carriera. È una specie di nuova nascita.

“The Man Who Would Not Die” è anche un album diverso. Nel sound non punta così tanto sull’elemento del volume groove depressivo come il predecessore. Blaze ha comunque mantenuto anche nel nuovo disco la ricca spaziosità sonora, in modo chiaro. In generale i pezzi sono più veloci rispetto al disco precedente. Il suono in produzione è diventato compatto e sembra vivo, come se in studio con Blaze suonasse la band durante un vero concerto. Il suono non nasconde il fatto, e la sensazione, che dietro al cantante ci sia di nuovo una vera band, che respira con lui a pieni polmoni.

Blaze mantiene il tipico modello heavy metal ereditato dai tempi del movimento N.W.O.B.H.M. e dai suoi ex datori di lavoro, gli Iron Maiden. Ma lo ha trasformato in un abito moderno, fatto di un’ottima produzione dal vivo. Visto lo sfogo di emozioni che Blaze, noto da sempre per affrontare le cose con passione, non nasconde affatto, una musica così richiede anche una produzione aggressiva. Gli stati d’animo di rabbia, dolore, sofferenza e vendetta prendono vita senza fatica su un fondale sonoro massiccio e ben costruito, edificato dal riffing intenso delle chitarre. In contrasto, si inserisce una sezione ritmica dinamica. L’uso della doppia cassa non è mai stato così intenso. Già la title track d’apertura serve una risposta del genere (il ritornello di The Man Who Would Not Die). Il riffing resta intriso di melodie all’unisono, e le armonie in terze non si possono proprio ignorare. Le parti strumentali centrali vengono spesso spezzate e costruite intrecciando più motivi guida, attraverso i quali si susseguono assoli infuocati (anche a più sezioni) di entrambi i chitarristi.

Se uno si guarda indietro, la cosa interessante è che anche Bruce Dickinson, quando era fuori dagli Iron Maiden, ricorreva a trucchi simili, ma a modo suo. Dopo aver sparato a salve con i primi tre lavori solisti in studio,  dai Maiden si è portato via solo l’ossatura di base per scrivere i pezzi, e l’ha vestita con soluzioni sonore moderne e approcci di studio per modellare il suono. Ecco, Blaze lo fa in modo più coerente. Lungo tutti i suoi album.

È interessante anche che Blaze Bayley abbia mantenuto e trasferito sui propri dischi l’energia dei due album dei Maiden su cui ha cantato in modo così efficace che, soprattutto per il tipico approccio vocale di Blaze e per la creazione di un’atmosfera particolarmente cupa, hanno con “The X Factor” e “Virtual XI” almeno altrettanto in comune di quanto ne abbia qualsiasi album dei Maiden senza Blaze alla voce. Se non addirittura di più. Ma questo è argomento per discussioni approfondite in un’altra occasione. Il brano At The End Of The Day all’inizio ricorda vagamente il pezzo dei Maiden 2 A.M.

Anche Blackmailer è più veloce e nel riff non nasconde alcuni elementi tipici del thrash metal. La produzione succosa e viva sottolinea ancora di più questa sensazione. Il pezzo è nero fino al midollo, e a questo contribuisce anche la struttura a semitoni di alcune note scelte nel motivo guida. Nella parte centrale tornano i tipici cori da arena con gli “oh-oh-i”: da dove arrivi l’ispirazione, nemmeno serve sottolinearlo. Qui c’è la devastazione senza pari di Samurai, che ti stenderà, e poi arriva Robot. Ritornelli da inno combinati con l’aggressività del riffing e conditi con un pizzico della melodicità richiesta. Un mestiere che Blaze Bayley ha nel sangue.

Alcuni brani sono ispirati a figure storiche e alla fantasia. Per esempio Samurai, che nei versi pesca idee dal film Gladiator. Il brano While You Were Gone è dedicato alla moglie di Blaze Bayley, Debbie, all’epoca manager della band. È nato però prima della sua tragica morte. Va detto che l’album “The Man Who Would Not Die” è uscito proprio nel periodo in cui Debbie è stata colpita da un ictus. È rimasta in coma fino al 27.09.2008, quando, dopo tre operazioni fallite, ha infine perso la sua battaglia.

Uno dei pezzi migliori dell’album è anche il più lungo. Smile Back At Death  è piena di cambi di umore vertiginosi. Motivi guida combinati con ispirazione e sentimento la portano avanti dal primo all’ultimo secondo. L’attenzione viene catturata soprattutto dall’efficace combinazione di rapide pennate nel riff, sorrette da una doppia cassa potentissima, sopra cui si snoda un ornamento chitarristico malinconico. Qualcosa di simile lo riviviamo poco più avanti nel disco, in A Crack In The System. Ma la sensazione è particolare. Il riffing aggressivo, sorretto da un velenoso bombardamento di tamburi è avvolto in una produzione moderna e spessa e, con la sua aggressività, sfiora quasi la produzione dei Nevermore. Un’aggressività simile imperversa nella strofa della conclusiva Serpent Hearted Man. Restiamo pure sugli elementi thrash del disco. Con noi c’è il pazzo Robot, dove non andremo molto fuori strada se tracciamo paralleli nel combinare l’aggressività del riff, tipica del thrash, con la melodia e con i risultati dei thrasher teutonici tedeschi Paradox.

Blaze Bayley ha migliorato ancora il suo modo di cantare in questo album. Dà i suoi versi con ancora più sicurezza e convinzione, e con autorità domina il lavoro comunque vivacissimo degli altri membri, che per la reincarnazione di questo musicista sono davvero stati un terno al lotto azzeccato. Anche se la band rigenerata è molto giovane, a volte sembra che i membri si leggano nel pensiero, tanto si percepiscono bene a vicenda. E attenzione: è una sensazione che dà (solo) la registrazione in studio. Quindi non c’è molto da starci a pensare: andare a vedere un concerto di Blaze Bayley è un obbligo per ogni vero metal maniaco. Uno dei ritornelli più penetranti e seducenti, in cui ti ritrovi a cantare senza fatica, è in Voices In My Head, e non gli è da meno Waiting For My Life To Begin, ornata da contrasti particolarmente pittoreschi nella combinazione dei ritmi.

Tutti i pezzi portano con sé una dose di sicurezza che ti impedisce di concludere che uno di loro sia il “riempitivo” dell’album, uno che rubi tempo all’ascoltatore. Sono solo brani molto buoni e ottimi .Un’altra maniera ereditata dagli Iron Maiden, vestita con gli attributi del moderno. Inni e orecchiabilità avvolti nella giusta dose di vivacità diabolica e abilmente combinati con la botta, in un insieme coeso che tira fuori il meglio dal regno della musica heavy metal. Quattro anni di “pausa” hanno portato una montagna di freschezza e fame creativa, con cui Blaze Bayley non solo ha ritrovato se stesso, ma ha tirato fuori, tra i suoi quattro album in studio, il miglior disco della carriera.

Formazione

Blaze Bayley – voce
Nick Bermudez – chitarra
Jay Walsh – chitarra
David Bermudez – basso
Lawrence “Larry” Paterson – batteria

Produzione

Blaze Bayley band

Tracklist

1. The Man Who Would Not Die
2. Blackmailer
3. Smile Back At Death
4. While You Were Gone
5. Samurai
6. A Crack In The System
7. Robot
8. At The End Of The Day
9. Waiting For My Life To Begin
10. Voices From The Past
11. The Truth Is One
12. Serpent Hearted Man

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie