The Oblivion Particle

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Spock's Beard
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2015
Durata: 65:50
Voto: 5/5

I campioni americani del progressive rock della terza ondata, gli Spock’s Beard, avevano giurato che il loro dodicesimo album in studio, »The Oblivion Particle«, sarebbe stato qualcosa di speciale e totalmente diverso rispetto all’ottimo predecessore »Brief Nocturnes and Dreamless Sleep« (2013), pur mantenendo, nonostante i tanti esperimenti innovativi e le incursioni nell’ignoto, le loro inconfondibili finezze sonore. Di scettici davanti a dichiarazioni così entusiaste del bassista Dave Meros ce n’erano parecchi, perché poi spesso succede esattamente il contrario, ma nel caso di »The Oblivion Particle« le sue parole si sono per così dire fatte oro: parliamo di uno dei risultati più forti in oltre vent’anni di storia dei maestri del prog di Los Angeles, che dopo l’arrivo dell’ottimo cantante e chitarrista Ted Leonard (Enchant) e l’assegnazione del posto fisso dietro le pelli allo straordinario Jimmy Keegan evidentemente vivono ancora una ‘seconda giovinezza’.

Gli Spocks’ Beard hanno costruito finora una discografia a dir poco impressionante ed è difficile credere che la band possa ancora scioccare con un nuovo capolavoro, che è senza dubbio il loro album più interessante dopo il classico concettuale »Snow« (2002): ‘cresce’ a ogni ascolto e ogni volta salta fuori qualcosa di nuovo. Della produzione ‘retro’ del disco, che per atmosfera e arrangiamenti è per molti versi un omaggio all’età dell’oro del rock progressivo (gli anni Settanta), e in cui gli Spock’s Beard riescono a evitare troppi rimandi a qualcuno dei loro celebri modelli, si è occupato ancora una volta, con l’assistenza di Rich Mouser, il rodato e collaudatissimo sodalizio di produttori e compositori formato dal virtuoso della chitarra Alan Morse e da John Boegehold.

»Tides Of Time« è l’epica apertura del disco, in pieno stile Spock’s Beard: le fughe chitarristiche di Alan, lubrificate dai capolavori d’organo di Okumoto e da una guarnizione ritmica ben articolata, firmata dall’ottima coppia Meros/Keegan, preparano un terreno fertile per la prova vocale estremamente espressiva di Leonard. Le armonie vocali di accompagnamento, curate da tutti i compagni di Ted tranne Okumoto, che non ha mai avuto un talento canoro degno di nota, a un certo punto lasciano spazio a una variopinta sezione strumentale a base di jazz rock fusion. Già il pezzo d’apertura entusiasma con una serie di momenti lucidi, di cui su »The Oblivion Particle« c’è davvero abbondanza. Si nota inoltre che l’album è un po’ più cupo rispetto ai soliti standard Spock’s Beard, e anche qui non si può non vedere l’influenza dell’altra band di Ted, cioè gli Enchant.

Lo si sente anche in »Minion«, una composizione un po’ più dura, con un’ottima parte d’apertura dalle armonie vocali in stile Kansas, dove è semplicemente impossibile ignorare la parentela vocale di Ted con l’originale cantante dei Kansas, Steve Walsh, mentre il maestro Ryo naviga con grande abilità tra mellotron, pianoforte, organo e sintetizzatore. Il maestro Alan incanta con le sue tipiche raffinatezze chitarristiche, fortemente influenzate dal jazz fusion, e con un uso frequente di vari effetti con cui arricchisce ulteriormente gli arrangiamenti sinfonici degli Spock’s Beard, già bell’e carichi. »Hell’s Not Enough« si apre come una ballata folk rock un po’ timida, con l’uso pittoresco del clavinet da parte di Ryo, ma presto sfocia in territori epici e ottimisti, dove  sotto la bacchetta vocale appassionata di Ted regnano possenti e ramificate fughe di tastiere e chitarre.

Il premio principale per la composizione più interessante e innovativa del disco, che non somiglia a nulla di ciò che i barbuti hanno fatto finora, va però alla giostra psichedelica »Bennett Built a Time Machine«, dove il ruolo di voce solista tocca a Jimmy Keegan. Il carismatico ometto dal gran cuore porta a casa la nuova parte con lode, mentre i singoli arrangiamenti di taglio psichedelico, dove è impossibile non cogliere l’influenza dei primi Pink Floyd e dei tardi Beatles, trasportano l’ascoltatore, a livello di atmosfera, da qualche parte nella seconda metà dei Sessanta. Le colorate ondate di mellotron ricordano un po’ i primi King Crimson, mentre la sezione strumentale, complessa e drammatica, in cui non si può lodare abbastanza il lavoro di Keegan alla batteria, naviga con successo tra vari meandri jazz fusion. Ascoltando musica e testo è facilissimo immaginarsi un folle artista-scienziato psichedelico che si costruisce una macchina del tempo a forma di teiera volante.

»Get Out While You Can«, intrisa di atmosfere cupe e dominata da ricche multiarmonie di sintetizzatori, mentre Leonard conferma il suo camaleontismo vocale, è un’altra composizione piuttosto atipica, se non addirittura unica, per le imprese abituali degli Spock’s Beard, e di sicuro entrerà presto nella cerchia ristretta dei favoriti dal vivo. »A Better Way to Fly« è un’apertura ancora un filo più cupa, in cui si sente che i barbuti ogni tanto seguono evidentemente anche la scena prog contemporanea e non sono così fissati con gli anni Sessanta e Settanta come a volte potrebbe sembrare: certe sezioni, dove a menare le danze sono mellotron, drammatiche armonie vocali e taglienti fughe di chitarra, avrebbe di sicuro approvato anche il grande mecenate del prog moderno Steven Wilson (Porcupine Tree) coi suoi amici degli Opeth. Nel finale i barbuti usano la tecnica vocale del contrappunto in stile Gentle Giant, già affrontata più volte in passato, che insieme alle ondate di mellotron assume dimensioni epiche.

La splendida »The Center Line«, dove incantano in particolare Alan e Ryo, si apre con un impetuoso assolo di pianoforte, poi arriva una vera e propria esplosione d’atmosfera e si passa a una complessa sezione strumentale dai possenti arrangiamenti sinfonici. Col tempo si aggiunge anche la voce di Ted e il pezzo acquista all’improvviso una dimensione melodica invidiabile. Ovviamente non dura troppo e a poco a poco in ‘primo piano’ piombano improvvisazioni letteralmente folli, sempre benvenute quando a eseguirle sono maestri dei propri strumenti di questo calibro.

»To Be Free Again«, un’altra ottima composizione dal sound totalmente retro anni Settanta, con poco più di dieci minuti è il brano più lungo del disco. Questa prelibatezza epica si apre con un’introduzione pomposa, a cui segue il passaggio a una sezione molto più sottile, con brillanti armonie vocali e un possente sfondo sinfonico. Uno dei momenti migliori è la sezione conclusiva, con una raffinata sfilza di assoli di pianoforte e un’improvvisazione chitarristica a gonfie vele, mentre tra gli arrangiamenti melodici tornano a regnare veri e propri paradisi vocali. Nel conclusivo e ambizioso »Disappear«, che grazie alle malinconiche armonie vocali è addirittura uno dei momenti più commoventi della storia degli Spock’s Beard fino a oggi, si distingue come ospite speciale al violino un David Ragsdale (Kansas) in splendida forma.

Incredibile ma vero: il capolavoro »The Oblivion Particle« dimostra che l’evoluzione sonora degli Spock’s Beard è ben lontana dall’esaurirsi, nonostante l’ingresso negli ‘anni della maturità’ e una bella carriera alle spalle, e che la band è ancora capace di sorprendere con risultati che stanno ai vertici della loro produzione. »The Oblivion Particle« è già ora uno dei principali candidati a miglior album prog rock del 2015. Dopo l’uscita del batterista originale e poi cantante principale Nick D’Virgilio (Big Big Train), molti fan temevano che sarebbe successo qualcosa di simile a quando se n’era andato Neal Morse (Transatlantic, Flying Colors), già leggendario per tanti: allora la band, per qualche anno dopo il ‘grande shock’, aveva continuato a ‘cercare’ la direzione stilistica giusta e non tutti i suoi risultati erano stati proprio di altissimo livello, ma oggi i barbuti sono più in forma che mai dai tempi dell’addio di Neal.

Formazione

Ted Leonard – voce solista, chitarra
Alan Morse – chitarra elettrica, chitarra acustica, pedal steel, lap steel, mandolino, autoarpa, cori
Ryo Okumoto – organo, mellotron, pianoforte, sintetizzatore, clavinet, vocoder
Dave Meros – basso, cori
Jimmy Keegan – batteria, percussioni, cori, voce solista su “Bennett Built a Time Machine”

MUSICISTA OSPITE:
David Ragsdale (Kansas) – violino su “Disappear”

Produzione

Rich Mouser, Alan Morse e John Boegehold

Tracklist

1. Tides of Time (7:45)
2. Minion (6:53)
3. Hell’s Not Enough (6:23)
4. Bennett Built a Time Machine (6:52)
5. Get Out While You Can (4:55)
6. A Better Way to Fly (8:57)
7. The Center Line (7:05)
8. To Be Free Again (10:24)
9. Disappear (6:36)

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