The Plague Within

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Autore: Rok Klemše

Artista: Paradise Lost
Etichetta: Century Media
Uscita: year_month
Durata: 50:10
Voto: 4/5

I padrini britannici del death/doom metal Paradise Lost, ormai otto anni buoni fa, con il calorosamente accolto In Requiem tornavano finalmente alle loro radici gothic più pesanti, quelle di album come Draconian Times, dopo anni passati a sperimentare con sonorità alla Depeche Mode. Da In Requiem in poi la strada dei Paradise Lost è stata solo in salita, come hanno confermato i due album successivi, in cui, sia pure in misura minore, hanno ripreso a volteggiare sul loro tipico scontro tra aggressività e malinconia. Sembrava che il grande responsabile del rinascimento metal della band fosse Gregor Mackintosh, tanto più per via del suo sporco progetto death/doom/crust Vallenfyre, e restava solo da capire quando i Paradise Lost sarebbero tornati sui vecchi sentieri »death« metal. O meglio, era una questione di (in)sostenibilità delle corde vocali di Holmes.

Be’, Holmes non voleva restare indietro rispetto al collega e nelle acque del death metal non ci ha infilato solo l’alluce: ci si è tuffato dentro completamente, quando l’anno scorso è stato ufficializzato che era diventato il nuovo cantante della super band death metal svedese Bloodbath. Che il death metal si fosse insinuato anche nei Paradise Lost è stato chiarissimo col primo singolo No Hope In Sight, e con The Plague Within i padri del doom dimostrano che questo nuovo-vecchio volto della band non è solo la voglia di musicisti di mmezza età di fare una gita nostalgica nel passato.

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate: la scritta sulla porta dell’Inferno di Dante potrebbe tranquillamente campeggiare a caratteri cubitali anche su The Plague Within, perché i Paradise Lost spalancano le porte delle tenebre con la cupa e morbosa No Hope In Sight, che dimostra come non suonassero così »metal« da un bel pezzo ed è al tempo stesso il perfetto mix tra i Paradise Lost »nuovi e vecchi«. Le chitarre del duo Mackintosh/Aedy tornano a essere spinte con forza in primo piano, e Mackintosh si sbizzarrisce con una marea di ttocchi chitarristici in evidenza che completano splendidamente gli urli gutturali di Holmes. Ed è proprio il cantante a regalare la sorpresa più piacevole del disco: il suo growl ruvido suona molto meglio che su Grand Morbid Funeral, dove era debole e poco convincente, mentre su The Plague Within, in pezzi come No Hope In Sight e soprattutto Beneath Broken Earth, i suoi growl suonano possenti e minacciosi, quasi come su Lost Paradise un quarto di secolo fa.

Il pregio straordinario del disco è prima di tutto la sua sincerità: si sente che il ritorno degli elementi death metal non è una mossa da trend. Le parti ruvide e aggressive non suonano mai forzate, anzi, la dinamica tra colpi doom mortali, passaggi chitarristici più veloci ed elementi gothic a medio tempo convince facilmente che questo è esattamente ciò che la band voleva ottenere. Forse la prova più bella è il brano centrale, nonché il più lungo del disco, Beneath Broken Earth, esempio perfetto di quella classica death/doom che vent’anni fa e passa ha costruito lo status della band. Un’atmosfera oscura e sinistra, dipinta dai riff malinconici di Mackintosh, con sopra uno Holmes fantastico, il cui ruggito monumentale, in versi come »Hail to nothingness/You wish to die!«, ti ricorda in modo crudele e senza compromessi la caducità umana: qualcosa che dai Paradise Lost non sentivamo da anni e anni.

Ma se da una parte ti propongono l’ultralenta e morbosa Beneath Broken Earth, dall’altra mettono sul piatto probabilmente anche il pezzo più veloce di tutta la carriera dei Paradise Lost, l’altro picco del disco, Flesh From Bone, che si avvicina più fedelmente di tutti alle radici death metal della band e nelle strofe arriva quasi a velocità blastbeat. Anche gli altri brani non sono poi tanto da meno rispetto alla coppia appena citata, visto che di materiale »filler« nel disco ce n’è giusto un campione. Tornano così gli elementi di musica classica (l’inizio di An Eternity of Lies con pianoforte e violino crea una sensazione devastante simile a Lux Aeterna nel finale di Requiem For A Dream) e del canto corale (Return to the Sun), a dipingere una ricca atmosfera sacrale; sorprende la gita sludge di Punishment Through Time, che ricorda molto i Crowbar, mentre l’unico vero passo falso si rivela essere la strana Cry Out.

Dire che il nuovo album segni un ritorno completo all’epoca di Lost Paradise sarebbe esagerato, ma The Plague Within avrebbe di sicuro trovato facilmente il suo posto accanto a Gothic, Shades of God o Icon. Vero, oggi ci sono parecchie band che padroneggiano il death/doom meglio dei Paradise Lost, ma con The Plague Within questi dimostrano chi è il padre del genere e, dopo oltre un quarto di secolo di attività, riescono a partorire un materiale possente, in tutto e per tutto all’altezza dei momenti migliori della band. Inoltre, The Plague Within potrebbe essere solo la base dei “nuovi” Paradise Lost, che si assesterà e si consoliderà davvero solo col successore, capace di portare un classico dei Paradise Lost davvero perfetto. E vale ancora quanto scrisse Milton: »Anche all’inferno vale la pena regnare; meglio regnare all’inferno che servire in paradiso.«

I Paradise Lost porteranno la peste il 29.10.2015 alla Mostovna di Solkan!

Formazione

Nick Holmes – voce
Gregor Mackintosh – chitarra, tastiere
Aaron Aedy – chitarra
Stephen Edmondson – basso
Adrian Erlandsson – batteria

Produzione

Jaime Gomez Arellano

Tracklist

1. No Hope In Sight
2. Terminal
3. An Eternity of Lies
4. Punishment Through Time
5. Beneath Broken Earth
6. Sacrifice the Flames
7. Victim of the Past
8. Flesh From Bone
9. Cry Out
10. Return to the Sun

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