The Power To Believe
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: King Crimson
Etichetta: Sanctuary Records
Uscita: 2003
Voto: 5/5
Grigi grattacieli che svettano nel cielo, un’aria talmente contaminata da costringere la gente a indossare speciali maschere respiratorie, miasmi puzzolenti, un traffico così fitto che le auto riescono a malapena a muoversi, neonati mutanti che per sopravvivere hanno bisogno della respirazione artificiale, soldati a ogni angolo con cani lupo dagli occhi rosso sangue al guinzaglio, pronti a sorvegliare i movimenti di folle senza testa che corrono in eterno dietro al profitto, e altoparlanti da cui ogni giorno rimbombano le direttive del Grande Fratello.
Il seguito del classico di Orwell “1984”? La descrizione di un futuro vicino e fin troppo probabile? Né l’uno né l’altro: è l’immagine visiva e l’atmosfera musicale generale di “The Power To Believe”, il tredicesimo album in studio delle leggende del progressive rock King Crimson, serissimo candidato al titolo di uno dei migliori e più influenti album prog del primo decennio di questo schizoide XXI secolo (per giocare con il nome di uno dei loro classici). Quando sembrava che la leggendaria band avrebbe faticato a tirare fuori qualcosa di davvero sconvolgente e fresco nel suo ruolo di eterna innovatrice musicale, con questo disco ha di nuovo ribaltato ogni idea su come dovrebbe suonare, più o meno, un album medio dei King Crimson, cancellando quella regola non scritta secondo cui il tempo è sempre più spietato con la freschezza di gruppi i cui membri si avvicinano (in gran parte) ai sessant’anni. Su “The Power To Believe” i King Crimson suonano più vitali e più affamati di rivalsa di tante band di oggi, a prescindere dal genere. Chi li scoprisse con questo disco potrebbe pensare senza problemi di avere tra le mani una band prog rock moderna o un gruppo alternative/prog metal, e non i pionieri di un progressive rock in piena rinascita che si avvicinano al quarantesimo anniversario. I fan di lunga data, intanto, non dovrebbero stupirsi più di tanto, perché di quasi ogni loro album si potrebbe dire che non è la stessa band, ma un’altra, nuova. “The Power To Believe” è dunque solo un altro passo, logico, nell’evoluzione continua di queste leggende di un’epoca in cui la musica si faceva ancora con cuore e anima.
Robert Fripp, eccentrico maestro della chitarra e leader storico della band, insieme al suo storico braccio destro Adrian Belew, chitarrista e cantante, era riuscito a mettere in piedi per un po’ una formazione stabile, durata per due album di fila, il che per la tradizione del gruppo fino ad allora era senza dubbio un risultato non da poco. I King Crimson hanno varcato la soglia del nuovo millennio come un solido quartetto di veterani. In questa line-up anche i due più giovani (più giovani rispetto ai due vecchi e tenacissimi dinosauri citati sopra), maestri dei rispettivi strumenti, Trey Gunn alla Warr guitar (uno strumento simile al Chapman stick, solo ancora più adatto alla tecnica del tapping) e il batterista Pat Mastelotto, con il suo drumming massiccio ma al tempo stesso dinamico, hanno avuto un sacco di spazio per le loro “acrobazie” ritmiche, tanto che i sospiri per il ritorno di Tony Levin e Bill Bruford quasi non si sentivano più. Anche se Fripp coltiva con cura la sua fama di grande dittatore che tiene ogni filo sotto controllo, secondo me non sarebbe mai arrivato così lontano senza l’aiuto dei suoi compari americani. È proprio questo duo ritmico, affamato di rivalsa, a rendere questa formazione un altro capitolo assolutamente unico della loro storia.
Del resto, questa formazione aveva già dimostrato il suo valore nel precedente, ottimo “The ConstruKction Of Light” (2000), che in gran parte non aveva ricevuto critiche troppo lusinghiere, perché a molti recensori dava fastidio l’ammiccamento al sound di certi classici del passato. Non ho intenzione di infilarmi in queste faccende senza senso, ognuno ha i suoi gusti, ma resta il fatto che “The Power To Believe” è stato accolto molto meglio del predecessore anche dai fan di lunga data, e secondo me del tutto a ragione. I motivi principali di questo maggiore gradimento stanno in buona parte negli elementi alternative metal un po’ più marcati, anche se, come su ogni loro album fino a quel momento, ci trovi una tavolozza variopinta di suoni diversi: dall’avanguardia al metal, dall’ambient fino alla musica etnica coreana. E ci trovi anche tutti i loro marchi di fabbrica: l’alta complessità della maggior parte dei brani, i ritmi insoliti, le tante variazioni e l’imprevedibilità dei singoli motivi, i testi sarcastici e surreali di Adrian e l’atmosfera perlopiù cupa e postapocalittica. Il suono più duro rispetto al predecessore, che in certi punti sfiora il metal e per ferocia può tranquillamente stare accanto a “Red” (1974) come il loro album più pesante fino ad allora, è secondo me proprio ciò che rende il disco così attraente anche per chi non fa parte dei fan storici e, per la maggior parte, non era nemmeno nato quando la band esordì. Il che, a modo suo, è positivo, perché così la cerchia dei loro estimatori si è allargata ancora, soprattutto dopo il tour in coppia con gli alter metaller americani Tool, arrivato subito dopo l’uscita del disco. La simpatia per le sonorità metal, comunque, l’avevano già mostrata su diversi album precedenti. Dopo aver creato l’antico classico “21 Century Schizoid Man”, Fripp dichiarò che da lì in avanti non avrebbe mai più suonato metal, ma poi si è dovuto mordere la lingua più di una volta. E probabilmente gli si rivolterebbe lo stomaco se sapesse quanti prog metaller oggi lo contano tra i loro eroi.
Un po’ di questo suono più “popolare” lo deve di sicuro anche all’ottima produzione, dal sapore moderno. Nonostante queste tendenze moderne, però, sul disco sono tornati anche alcuni elementi quasi dimenticati della loro storia. Come nel leggendario capolavoro “In The Wake Of Poseidon” (1970), anche qui all’inizio e alla fine c’è un a cappella, un breve brano di raccordo a carattere narrativo che dà all’album una certa aria da concept. E anche se “The Power To Beleive” ufficialmente non è un concept album (come, sorprendentemente, nessun album del loro passato), a fare da filo rosso ci sono i pezzi intitolati “The Power To Believe”, che mantengono quell’atmosfera cupa e postapocalittica descritta nel primo paragrafo della recensione.
Dopo la breve introduzione a cappella “The Power To Believe I: A Capella”, un haiku vocale di Adrian sul ritorno della fede, passato attraverso un effetto, che fa da “riscaldamento”, parte una vera e propria marcia infernale. L’affilatissimo strumentale “Level Five”, senza dubbio uno dei pezzi più devastanti della loro storia, ti passa da parte a parte con i suoi poliritmi, i passaggi di chitarra aggressivi e gli effetti d’avanguardia. Allo stesso tempo crea un’atmosfera quasi claustrofobica che, parlando per me, è un po’ come scendere in ascensore dritto nel quinto cerchio di un inferno ultra-industrializzato. Mentre si incrociano le linee di chitarra così particolari dei due chitarristi, i passaggi drammatici della batteria e la linea di basso imbronciata, i ritmi sparpagliati cambiano di secondo in secondo. Le parti di chitarra dal suono malvagio, a semitoni, e lo scambio dei singoli assoli non testimoniano soltanto l’eccezionale preparazione tecnica dei due chitarristi, ma li fanno anche artefici chiave dell’atmosfera cataclismatica. Come hanno già fatto parecchie volte in passato, anche qui provvedono a un cambio drammatico d’atmosfera. Dopo il “colpo” iniziale arriva infatti la bellissima ballata romantica “Eyes Wide Open”, dove possiamo ammirare di nuovo le doti vocali di Adrian, in particolare il suo timbro inconfondibile, che qui ha la possibilità di ipnotizzare con tutta la sua sottigliezza. Anche le singole, delicate linee di chitarra e il ricco ondeggiare dei soundscape di Fripp creano una magia romantica fuori dal comune e aggiungono un pizzico di nostalgia. Secondo me una delle loro ballate migliori in assoluto, nonché il brano più ottimista e leggero dell’intero album e probabilmente l’unico che si può ascoltare a volume alto senza conseguenze con tutta la famiglia, nonni compresi.
Già con il pezzo successivo la pacchia è finita e la band torna nel suo mondo “di casa”, quello postapocalittico di maschere respiratorie e impianti emotivi. Lo strumentale elettrizzato “Elektrik”, che contiene una breve introduzione misteriosa su effetti di chitarra, è un efficace ritorno coi piedi per terra. Ascoltandolo non è difficile immaginarsi una corsa vertiginosa attraverso una centrale elettrica invasa da mutanti impazziti. Nel momento in cui irrompe un riff di chitarra drammatico, quasi paranoico, e parte il ritmo staccato, la band naviga di nuovo su forti note d’avanguardia. I tanti, rapidi cambi di ritmo, i passaggi di chitarra vertiginosi e gli effetti di chitarra malinconici sono i tratti principali di questo ottimo brano. Il passaggio incisivo sulla chitarra di Adrian e il lavoro della batteria tolgono il fiato, mentre l’incontro finale delle due linee di chitarra è da leccarsi i baffi. Chi è un maestro è un maestro, punto. Dopo una breve introduzione sui soundscape di Fripp, che suonano come il fruscio del vento, arriva la prelibatezza dal taglio alternative metal “Facts Of Life”, che è sicuramente uno dei vertici del disco e un altro peso massimo sonoro. L’introduzione calma viene tagliata all’improvviso da colpi di batteria secchi che si ripetono a intervalli. Poi irrompe un riff di chitarra aggressivo e la voce di Adrian, impastata da un effetto, canta il testo grottesco sui “sei milioni di formiche che ogni giorno strisciano sul vassoio” (ottima metafora della quotidianità umana e della folla senza testa che si attacca alla routine di ogni giorno). In questo pezzo c’è tutto ciò che entusiasma sia i fan tradizionali sia quelli nuovi: poliritmi a profusione, linee di chitarra sparpagliate, un assolo di chitarra scatenato e un ritornello sarcastico bellissimo, che è un’intelligente presa in giro della società svalutata di oggi. Non esagero per niente se la definisco un altro classico dei Crimson. Subito dopo arriva lo strumentale dal taglio ambient “The Power To Believe II”, dove nell’introduzione regnano i soundscape di Fripp e un sacco di effetti elettronici. In mezzo si alternano le parti di chitarra tipiche di Adrian. Più avanti entra anche un inserto ambient dal sapore orientale, su bacchette di bambù, campanellini e percussioni, che in una forma un po’ diversa, con il titolo “Shoganai”, è uscito anche sul mini album “Happy With What You Have To Be Happy With” (2002). Dentro questa sezione irrompono anche l’haiku di Adrian dell’inizio del disco e un ricco strato di soundscape. Il tutto amplifica la meravigliosa atmosfera ambient, capace di portare l’ascoltatore rapito fin su in paradiso. Variazioni ambient così le sanno fare solo i King Crimson e forse una manciata di altre band, capaci di portarti da un minuto all’altro dall’inferno al paradiso e ritorno.
Lo strumentale tenebroso “Dangerous Curves” è uno dei pezzi più complessi del disco, il che significa anche uno dei più profondi dal punto di vista sonoro. Dopo l’introduzione di soundscape che ricordano il suono di un mellotron, arriva uno strato ambient di onde sonore, una tesa escalation ritmica, effetti speciali e tanti campioni elettronici. È di nuovo uno di quei pezzi che offrono la risposta a come suoneranno, più o meno, nei prossimi anni la maggior parte delle band rock (prog) moderne, con in testa fuoriclasse come i Porcupine Tree, che fino ad allora avevano creato parecchi brani affini per taglio ambient ed elettronico, ma mai così sinistri. Segue un altro “ferro rovente” alternative metal, l’incandescente “Happy With What You Have To Be Happy With”, l’unico brano del disco che avrebbe forse anche qualche chance di successo commerciale. Questo esperimento alter/prog metal è uno dei pezzi più duri e più controversi della loro storia, che si piega sotto il peso dei passaggi di chitarra a semitoni e della voce di Adrian, volutamente da teppistello. Il testo è ottimo ed è un’altra presa in giro dell’apatia generale della società moderna. Probabilmente i fan di vecchia data non ne saranno troppo entusiasti, mentre per me è un altro dei vertici del disco. “The Power To Believe III” si apre con l’haiku iniziale di Adrian e un meraviglioso strato di soundscape, che ogni tanto viene tagliato in modo aggressivo da colpi di batteria. Poi arriva la linea di chitarra di Adrian, nervosa e tirata, tanti passaggi di batteria imponenti e la Warr guitar di Gunn che infuria. Il tutto si placa gradualmente del tutto e si chiude in modo inatteso. La conclusiva “The Power To Believe IV: Coda” è un a cappella simbolico sui soundscape di Fripp, dove ancora una volta si ripete quell’haiku di Adrian sul “ritorno della fede”, che puoi interpretare come preferisci: o come una delle rare lodi liriche all’amore nella loro storia, o come un altro sarcasmo in più.
“The Power To Believe” per i miei occhi e le mie orecchie è un indiscutibile capolavoro, uno dei migliori album nella storia della band e uno dei migliori album progressive rock di inizio secolo. Con questo disco i King Crimson hanno dimostrato (di nuovo) perché sono con ogni probabilità l’unica band prog originale ancora progressiva nel senso vero del termine. Metterei questo album in alto anche rispetto a tutta la loro discografia, che per me non contiene un solo momento sbagliato, ma quasi solo capolavori. Non esagero per niente se scrivo che i principali fondatori del progressive rock, anche dopo l’uscita di “The Power To Believe”, restano il gruppo più progressivo della “vecchia guardia” pure nel nuovo secolo. Con questo album i King Crimson hanno ridato la fede che certi “dinosauri” della musica non vanno assolutamente dati per spacciati e che i loro tanti allievi hanno ancora parecchio da imparare prima di guadagnarsi davvero l’aggettivo “progressivo”. Se qualcuno mi chiedesse quale band sia ancora oggi l’incarnazione del progressive rock, la risposta sarebbe semplicissima. E se qualcuno mi chiedesse come sarà il futuro della musica intelligente, ispirata, creativa e sperimentale nei prossimi dieci anni, gli metterei su proprio questo capolavoro.
Formazione
Adrian Belew – voce, chitarra, percussioni elettroniche
Robert Fripp – chitarra, soundscapes
Trey Gunn – Warr guitar, basso
Pat Mastelotto – batteria
Produzione
King Crimson
Tracklist
1. The Power to Believe I: A Cappella (0:44)
2. Level Five (7:17)
3. Eyes Wide Open (4:08)
4. Elektrik (7:59)
5. Facts of Life: Intro (1:38)
6. Facts of Life (5:05)
7. The Power to Believe II (7:43)
8. Dangerous Curves (6:42)
9. Happy With What You Have to Be Happy With (3:17)
10. The Power to Believe III (4:09)
11. The Power to Believe IV: Coda (2:29)
Durata dell’album: 51.11