The Raven That Refused to Sing (And Other Stories)

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Wilson, Steven
Etichetta: Kscope
Uscita: 2013
Durata: 54:03
Voto: 5/5

Steven Wilson, il massimo stakanovista del movimento progressive rock, nonché, quando non è impegnato con la carriera solista, capo della cult band britannica Porcupine Tree, produttore e protagonista di un sacco di side project interessanti, è tornato con un nuovo album solista. Questo polistrumentista e cantante ormai quasi leggendario, grande mecenate del prog rock di oggi e al tempo stesso accanito amante dell’eredità old school del genere, negli ultimi anni si è buttato a capofitto sulla strada solista, mettendo i Porcupine Tree temporaneamente su un binario morto. »The Raven That Refused to Sing (And Other Stories)« è il titolo del suo terzo album in studio e successore del capolavoro »Grace for Drowning« (2011). Stavolta Wilson ha unito con grande successo le forze in produzione con il leggendario ingegnere del suono e musicista Alan Parsons, che oltre a essere stato il capo della band art rock The Alan Parsons Project è noto anche come ingegnere del suono del capolavoro dei Pink Floyd »Dark Side of the Moon« (1973) e come collaboratore importante per la nascita dei classici dei The Beatles »Abbey Road« (1969) e »Let It Be« (1970).

Ma la lista degli ospiti di prestigio che hanno lavorato con Wilson a questo disco è ben lungi dall’essere finita, e non c’è da stupirsi: il boss dei Porcupine Tree negli ultimi anni si è costruito un bel mucchio di conoscenze importanti, cosa che si sentiva e si vedeva già nel lavoro precedente. Nel ruolo di chitarrista principale ritroviamo l’ex chitarrista degli Asia Guthrie Govan, mentre al basso, ai cori e al chapman stick c’è Nick Beggs (Kajagoogoo, Steve Hackett). Theo Travis, da anni membro delle leggende di Canterbury Soft Machine e Gong, ha dato una mano come fiatista con flauto, sassofono e clarinetto. Il chitarrista e cantante Jakko Jakszyk (ex-Level 42, The Tangent, 21st Century Schizoid Band) ha invece messo qua e là la sua voce nei cori.

»The Raven That Refused to Sing« ha iniziato a prendere forma durante il tour di »Grace for Drowning«, quando Wilson, tornato in studio, ha cominciato a impastare nuove composizioni pensate in origine per un futuro album dei Porcupine Tree. Poi ha cambiato idea e ha deciso di proseguire comunque sulla sua carriera solista, sempre più di successo, che dal punto di vista stilistico traccia parecchi paralleli con quello che Wilson di solito fa con i Porcupine Tree. Rispetto al predecessore, estremamente personale e soprattutto un giro sulle montagne russe tra stati emotivi diversi, »The Raven That Refused to Sing« – che ha anche una sfumatura un filo più jazz-fusion – è una raccolta di brani che raccontano storie di vita individuali. I testi di Wilson, dove stavolta regnano i ‘fantasmi del passato’, sono di nuovo intelligenti, nostalgici, piuttosto profondi e perspicaci, ma soprattutto molto ‘vissuti’, e danno all’ascoltatore parecchio su cui riflettere. La copertina è ottima e ricorda un po’ il Crimson King che sta sul retro della copertina interna dello storico esordio dei King Crimson: è di fatto un riflesso fedele dei testi sui fantasmi che dominano »The Raven That Refused to Sing«.

La leccornia epica d’apertura »Luminol« è un ibrido splendido tra art rock moderno e prog classico anni Settanta, che a Wilson – impegnato negli ultimi anni nelle ristampe di tanti classici del progressive – è sempre stato particolarmente caro. Il suono malinconico ma allo stesso tempo energico della chitarra elettrica è inconfondibilmente legato allo stile compositivo e strumentale di Steven, mentre le ondate di mellotron, le variazioni folli all’organo hammond firmate Adam Holzman e il flauto di Travis portano in questa composizione agitata, di continuo e con successo, un’atmosfera ‘d’antiquariato’, a tratti quasi pastorale. Negli intermezzi eterei e ambientali, in mezzo ai quali la voce melodica di Steven è sorretta con gusto da armonie vocali ipnotiche, ci sono anche arrangiamenti sinfonici di pianoforte sopraffini. Le ondate drammatiche di mellotron a tratti ricordano i tempi d’oro dei King Crimson classici, una delle band preferite di Wilson. Marco Minnemann, poi, ha un approccio jazzistico alla batteria molto simile a quello di Michael Giles, il batterista dei King Crimson originali. Il testo parla di un povero musicista di strada che, nonostante il talento, suona in strada dall’alba al tramonto con qualsiasi tempo, mentre i passanti si sono dimenticati da un pezzo che esista e col tempo lui è diventato una specie di fantasma che sparisce e riappare. Come tanti testi di Wilson, anche »Luminol« è in parte ispirato da un’esperienza vera, cioè l’incontro con un musicista di strada.

»Drive Home« è una ballata malinconica e spiccatamente eterea che nel testo racconta in modo fantasmagorico una storia di amore perduto: una sera il protagonista guida in macchina e di colpo si accorge che la sua compagna, con cui stava parlando fino a pochi minuti prima, è sparita. Poi il suo spirito riappare e avverte l’autista che gli ‘ricorderà sempre quello che è successo quella notte’. Il trauma della perdita è semplicemente troppo grande, così il protagonista ha rimosso quel tragico evento dalla memoria, come se quella donna non fosse mai esistita. Si parla quindi di un fantasma femminile e di un tragico incidente d’auto, in perfetta sintonia con l’atmosfera triste, in cui la voce di Wilson – specie durante il ritornello dagli arrangiamenti sinfonici – si ritrova di nuovo benissimo nel ruolo di narratore sottile. Vari arrangiamenti acustico-orchestrali aiutano a creare un’atmosfera struggente, mentre l’assolo di chitarra finale di Govan è un vero balsamo per corpo e anima.

In »The Holy Drinker« si mescolano con grande successo prog rock sinfonico, prog metal e jazz fusion. È un brano estremamente complesso, il cui testo gira intorno all’ipocrisia, soprattutto quella quotidiana dei falsi moralisti, preti e politici in testa, che fanno continuamente la predica alla gente ‘comune’ invece di ripulire prima il proprio giardino. Qui entusiasma in particolare Travis, con le sue improvvisazioni folli al clarinetto, mentre i passaggi di chitarra ‘metallici’ portano la rabbia e l’asprezza necessarie, che nascono dall’impotenza davanti al fatto che la nostra società è governata da corrotti ipocriti di ogni risma. I passaggi brutali di chitarra costruiscono muri di suono massicci con le armonie vocali, mentre la sezione ritmica si muove con disinvoltura tra sfumature jazz e metal. Anche l’approccio vocale di Wilson stavolta è teatrale e incazzato fino in fondo, cosa tutt’altro che abituale per lui. Le trame di tastiere, con mellotron e pianoforte in testa, sono di nuovo coloratissime e piene di decorazioni improvvisate piene di spirito. Lo stesso vale per gli esperimenti solistici di Travis al flauto e per lo strato di organo hammond rabbioso che sfonda con tutta la sua forza i vari ritmi impazziti. Dopo una breve pausa nella parte finale del brano arriva una chiusura strumentale brutale e senza compromessi.

Anche »The Pin Drop« ha un testo e un’atmosfera fantasmagorici, e stavolta affronta un problema purtroppo ancora attualissimo, quello della relazione vuota in cui si sta solo per senso di sicurezza e approvazione sociale. Qui il colpevole è un uomo che ha ucciso la compagna e si è liberato del cadavere nel fiume, mentre ora dall’aldilà il suo spirito gli parla durante la sua follia. È un altro capolavoro estremamente complesso, pieno di sfumature ambient, dove il mood cambia praticamente di continuo seguendo i tanti cambi di tempo e i ritornelli eterei a più voci. In generale l’atmosfera oscilla di continuo tra nostalgia e angoscia. Le improvvisazioni di sassofono di Travis portano una sperimentazione jazz-fusion, mentre i passaggi di chitarra sono ruvidissimi e si incastrano alla perfezione con le ricche ondate di mellotron. La sezione centrale, dal sapore pastorale e dall’aria ‘vittoriana’, ricorda un po’ i Genesis classici, mentre le linee di chitarra e le armonie vocali eteree sono del tutto personali e si avvicinano il più possibile al classico sound dei Porcupine Tree.

»The Watchmaker«, un’altra storia di fantasmi, ha un’introduzione delicata suonata alla chitarra acustica che si sposa alla perfezione con il timbro spiccatamente malinconico di Wilson. Stavolta il testo parla di un vecchio orologiaio per cui il lavoro era tutto e che, incapace di mostrare i sentimenti, ha trascurato totalmente la moglie, con cui ha vissuto per più di cinquant’anni. In realtà non l’ha mai amata e l’ha trattata come un accessorio necessario. Alla fine, quando ormai gli era diventata insopportabile, l’ha uccisa e ha nascosto il cadavere nella cantina sotto il laboratorio. Ma dopo cinquant’anni di vita insieme la moglie non ha intenzione di lasciarlo andare così, e dopo un po’ il suo spirito torna dall’aldilà e si porta via l’orologiaio infernale. Anche qui, sia nel testo sia nella sezione acustica iniziale, si potrebbero tirare certi paralleli d’atmosfera con i Genesis classici e i King Crimson, a cui storie fantasmagoriche di questo tipo piacevano da morire all’inizio dei Settanta (per esempio i brani »The Musical Box« e »The Letters«). All’introduzione pastorale segue una parte strumentale dagli arrangiamenti orchestrali e intessuta di passaggi di flauto, in cui brilla soprattutto Govan con improvvisazioni di chitarra folli, anche se gli altri compagni virtuosi gli fanno una concorrenza serrata. Gli inserti melodrammatici di pianoforte e le armonie vocali eteree fanno salire con successo la tensione di un’atmosfera misteriosa e angosciante: il signor Wilson e i suoi soci raggiungono un nuovo livello di brillantezza negli arrangiamenti. La sezione finale, dove spicca soprattutto Nick Beggs con le sue linee di basso tintinnanti, è un puro stacco jazz fusion e un crescendo di un’atmosfera sempre più raggelante, mentre lo spirito della moglie torna dall’aldilà per fare i conti con il ‘caro’ marito.

L’album si chiude con la title track, cioè »The Raven That Refused to Sing«, ancora un capolavoro epico con un testo di fantasmi. Rispetto agli altri testi del disco è decisamente contemplativo e alla fine lascia perfino un raggio di luce ottimista. Anche stavolta il protagonista è un vecchio, ma questa volta una persona positiva. Questo vecchietto è un nostalgico convinto, che con la mente torna sempre all’infanzia, ai giorni più belli della sua vita. Allora giocava con la sorella, quella che per lui contava di più e che è morta giovanissima. Dopo la sua morte la vita del vecchio è diventata spiritualmente misera e vuota. Un giorno, in giardino, il vecchio vede all’improvviso un corvo misterioso e lo riconosce come la manifestazione fisica dello spirito di sua sorella, tornata dall’aldilà dopo tanti anni. Si convince che, se riuscirà in qualche modo a insegnare al corvo a cantare, sentirà di nuovo la voce della sorella e potranno volare insieme nell’aldilà. Di conseguenza l’atmosfera di questo brano, lirico e piuttosto profondo, è spiccatamente malinconica, ma col tempo, dopo un crescendo ben riuscito su un pianoforte fragile, iniziano a prevalere sfumature orchestrali un po’ più ottimistiche e serene, quasi epiche, con flauto e mellotron in prima fila. La voce di Wilson, con la sua natura così contemplativa, ha ancora una volta la capacità meravigliosa di scuotere anche l’ascoltatore dal cuore più duro e di risvegliare in lui tante emozioni più alte, quasi dimenticate.

»The Raven That Refused to Sing (And Other Stories)« è il miglior album solista di Wilson finora e un altro tassello di una serie ininterrotta di capolavori del progressive rock contemporaneo: con questo disco il musicista e produttore a tutto tondo conferma ancora una volta di essere il principale eroe delle forme sperimentali del rock del momento. Questo lavoro stratificato, che oltre a un contenuto musicale brillante vanta una produzione fenomenale che merita un inchino profondo, non lo si può semplicemente lodare abbastanza ed è quasi certo che entrerà presto tra i grandi classici della storia del progressive rock. »The Raven That Refused to Sing« è già a inizio anno il candidato principale a miglior album progressive rock del 2013. A Steven spetta in futuro un compito difficilissimo, quello di mantenere e portare avanti questa serie incredibilmente riuscita di capolavori in studio con cui fissa nuovi standard per il prog rock di oggi, ma da un maestro così ci si può sempre aspettare sorprese della migliore specie.

 

Formazione

Steven Wilson – voce, mellotron, tastiere, chitarra, basso su “The Holy Drinker”
Guthrie Govan – chitarra solista
Nick Beggs – basso, Cheapman stick su “The Holy Drinker”, cori
Adam Holzman – tastiere, organo hammond, pianoforte, minimoog
Marco Minnemann – batteria, percussioni
Theo Travis – flauto, sassofono, clarinetto

MUSICISTI OSPITI:
Jakko Jakszyk – cori su “Luminol” e “The Watchmaker”
Alan Parsons – assolo di chitarra su “The Holy Drinker”
arrangiamenti orchestrali di Dave Stewart, eseguiti da un’orchestra da sessione londinese

Produzione

Steven Wilson e Alan Parsons

Tracklist

1. Luminol
2. Drive Home
3. The Holy Drinker
4. The Pin Drop
5. The Watchmaker
6. The Raven That Refused to Sing

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