The Single Factor
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Camel
Etichetta: Decca Records
Uscita: 1982
Voto: 2.5/5
Dopo l’inaspettato capolavoro “Nude” (1981), in cui i Camel erano tornati per un attimo agli alti standard del prog rock sinfonico che coltivavano negli anni 70, con “The Single Factor” si sono buttati quasi del tutto sull’AOR, il rock melodico fatto di linee di chitarra elettrica pulite, sintetizzatori e una produzione tirata a lucido, in certi punti quasi sintetica. Questo cambio di rotta improvviso (a mio parere ovviamente in peggio) è nato dalle forti pressioni dell’etichetta, che voleva a tutti i costi dei singoli da classifica dopo aver scoperto, inorridita, che la band non aveva nessuna intenzione di salutare così facilmente le sue opere stratificate e complesse. Così alla band, o meglio ad Andy Latimer, rimasto a quel punto l’unico membro originale, non restava altro che piegarsi a quella logica, se voleva sopravvivere al mercato musicale spietato degli anni 80. L’addio improvviso dell’ottimo batterista originale Andy Ward (nel libretto dell’album c’è scritto che non ha potuto partecipare per un infortunio alla mano e che sarebbe tornato nel disco successivo, ma poi non se ne fece nulla) fu un altro dei tanti colpi che si abbatterono sul gruppo in quel periodo, composto per questo album, oltre a Latimer (da lì in poi il vero fulcro della band, come dimostra anche la copertina con la sua faccia), da musicisti di passaggio.
Il che significa che su questo disco i Camel sono più un progetto solista di Latimer con una squadra di musicisti ospiti che una vera band. Eppure parliamo di nomi di tutto rispetto del mondo musicale, come l’ex tastierista Peter Bardens (la cui uscita molti fan hanno rimpianto a lungo), l’ex chitarrista dei Genesis Anthony Phillips (qui alle tastiere), il batterista Simon Phillips (Toto), il batterista Dave Mattacks (ex-Fairport Convention), il bassista e cantante David Patton, il cantante Chris Rainbow (entrambi The Alan Parsons Project) e così via. Nonostante questo, l’album suona più commerciale e meno progressivo di qualsiasi altro nella storia della band. La chitarra e la voce di Latimer sono rimaste tra i pochi tratti riconoscibili grazie ai quali l’ascoltatore capisce ancora di avere a che fare con i Camel, leggende del rock progressivo. I Camel si sono così uniti agli altri leggendari progsters britannici che negli anni 80 si sono commercializzati alla grande, anche se per lo più hanno mantenuto standard elevati sul piano dell’esecuzione tecnica. Ma a causa della produzione spesso sintetica tipica degli anni 80, a parte il contributo di Latimer suonano quasi irriconoscibili. Il risultato è un disco commerciale, pieno di potenziali hit AOR e con qualche rara perla che ricorda i vecchi tempi, quando i Camel erano tutta un’altra cosa. I suoni moderni ed elettronici, i sintetizzatori e una sezione ritmica molto più semplice, che con l’addio di Ward ha perso visibilmente la profondità che lui portava con la sua tecnica jazzistica e stratificata, conquisteranno soprattutto i fan di gruppi come The Alan Parsons Project, Asia o Foreigner.
“No Easy Answer” è un pop rock/AOR quasi perfetto nello stile dei The Alan Parsons Project e, con una promozione migliore da parte dell’etichetta, sarebbe di certo stato un hit radiofonico. Se non ci fossero la chitarra e la voce di Latimer, riconoscibili a un miglio di distanza, faticherei a dire che sono i Camel. “You Are The One” prosegue sulla stessa linea: AOR commerciale, nato per girare alla radio, che all’epoca spaccava di sicuro e oggi suscita solo nostalgia per gli anni 80. Il cantante e bassista ospite David Patton canta in “Heroes”, che parte con un’introduzione maestosa di sintetizzatori ma poi scivola presto in una power ballad AOR dolce alle orecchie. Lo strumentale romantico “Selva” riesce finalmente a catturare almeno un po’ del vero spirito dei Camel, quello a cui è abituata la maggior parte dei fan. Con le tastiere ambient e gli splendidi assoli di slide guitar di Latimer, è uno dei rarissimi momenti davvero esaltanti del disco. “Lullabye”, come dice il titolo, è una breve ninna nanna strumentale che non lascia niente all’ascoltatore. Lo strumentale “Sasquatch”, invece, è un pezzo molto bello, in cui brillano straordinarie melodie di chitarra a tre voci con passaggi melodici, assoli di gusto e un ottimo intreccio tra chitarre e synth, mentre la sezione ritmica tira un po’ verso quella che all’epoca usavano spesso le band neo-prog. Insomma, qua e là i Camel dimostrano di non aver rinunciato del tutto agli elementi progressivi. “Manic”, d’altro canto, è una deviazione totale da tutto ciò che i Camel rappresentano: puro AOR/rock melodico nello stile degli Asia o persino dei Magnum, con i synth spinti in primo piano e una ritmica regolare ma tirata. Latimer si concede perfino un assolo hard rock per lui insolito. Al terzo minuto arriva un interessante passaggio strumentale con una spessa ondata di sintetizzatori, che però non basta a mandare in estasi il fan medio della band. “Camelogue” è una solida power ballad che simboleggia il tragico sfaldamento della formazione originale e classica (Latimer, Bardens, Ward, Ferguson), quella che ha creato i loro lavori migliori, e nel testo risuona la nostalgia di Andy per i bei tempi, quando non erano ancora prigionieri di un’etichetta famelica e potevano suonare quello che volevano. Questa nostalgia si fa ancora più profonda sul finale, con il suo assolo di chitarra finissimo. “Today’s Goodbye” nell’introduzione ha linee vocali a più voci insolite per i Camel e, soprattutto nei ritornelli, mi ricorda più gli Styx (senza il loro frequente patetismo, ovviamente) che le leggende del prog rock sinfonico britannico. Questa sensazione spiacevole non la salvano nemmeno le sempre ottime parti di chitarra di Andy e la sua voce riconoscibile (a volte vorrei che avesse cantato tutti i pezzi del disco da solo, senza ospiti). “A Heart’s Desire” è una breve ballad cantata dall’ospite Chris Rainbow, che sfocia nello strumentale conclusivo “End Peace”, l’unico momento del disco in cui si sentono arrangiamenti orchestrali e tastiere stratificate (suonate nientemeno che da Anthony Phillips), che un tempo erano una parte amata del patrimonio musicale dei Camel. Si mescolano con una slide guitar di una malinconia struggente e chiudono in modo appagante questo disco, per i fan della band parecchio controverso.
“The Single Factor” viene spesso indicato come il disco peggiore della band, con la scusa che qui il gruppo si sarebbe “venduto”, anche se dal punto di vista tecnico è un buon album, la cui sfortuna è semplicemente di non raggiungere i soliti alti standard dei Camel e di accontentare più gli amanti dell’AOR che quelli del rock progressivo. Anche se contiene molte deviazioni dalle acque del prog rock, ci sono ancora abbastanza buoni pezzi da non poterlo bollare come un colpo a vuoto totale. Il problema principale di “The Single Factor” è soprattutto la sua discontinuità: accanto a una manciata di pezzi nella media, quelli migliori svaniscono in fretta. Dopo un capolavoro come “Nude”, rappresenta inoltre un calo creativo improvviso e pesante, perché gli manca cronicamente la vera anima della band, quella che con i dischi degli anni 70 ci aveva entusiasmato con composizioni maestose e innovative. Per questo “The Single Factor” è destinato solo agli amanti dell’AOR e ai fan più fedeli della band, che perdonano anche questi rari segni di debolezza musicale e sanno accettare il fatto che anche loro sono solo comuni mortali.
Formazione
Andy Latimer – voce, chitarra, pianoforte
Graham Jarvis – batteria
Peter Bardens – organo, mini moog
David Paton – basso, voce
Chris Rainbow – voce
Dave Mattacks – batteria
Haydn Bendall – tastiere
Duncan Mackay – tastiere
Simon Phillips – batteria
Francis Monkman – tastiere
Anthony Phillips – tastiere
Tristan Fry – cetra
Jack Emblow – fisarmonica
Produzione
Tony Clark
Tracklist
1. No Easy Answer (2:55)
2. You Are the One (5:20)
3. Heroes (4:47)
4. Selva (3:30)
5. Lullabye (0:55)
6. Sasquatch (4:40)
7. Manic (4:24)
8. Camelogue (3:41)
9. Today’s Goodbye (4:04)
10. A Heart Desire / End Peace (4:00)
Durata dell’album: 38:16