The Soft Machine
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Soft Machine
Etichetta: Universal Music Group
Uscita: 1968
Durata: 41:30
Voto: 4/5
Leggende della scena di Canterbury, i Soft Machine sono una delle band più importanti e pionieristiche del rock progressivo e, allo stesso tempo, una delle più oscure: pur avendo tra le loro fila alcune delle menti musicali britanniche più dotate del XX secolo, non hanno mai conosciuto il successo commerciale, eppure ancora oggi godono di un rispetto enorme tra tutti gli appassionati di forme musicali sperimentali. I Soft Machine, che hanno preso il nome dal libro ‘The Soft Machine’ di William S. Burroughs, nella loro carriera relativamente breve, appena 13 anni (se non si contano i loro eredi Soft Machine Legacy, dove suonano alcuni ex membri), si sono evoluti musicalmente praticamente senza mai fermarsi. Questi rappresentanti fondamentali della scena di Canterbury sono stati pionieri del rock psichedelico, padri del rock progressivo e, poco più tardi, anche tra i primi a lanciarsi nel jazz rock fusion.
Le radici dei Soft Machine affondano nei The Wilde Flowers, la band da cui sono nati anche i Caravan, altrettanto cult e altrettanto importanti per la scena di Canterbury. In questa incubatrice dei padri del rock progressivo si guadagnavano il pane anche tre futuri membri dei Soft Machine: il batterista/cantante Robert Wyatt, il cantante/bassista Kevin Ayers, scomparso da poco, e il bassista Hugh Hopper, anche lui purtroppo già morto. Dopo lo scioglimento dei The Wilde Flowers nel 1966, Wyatt e Ayers (Hopper li raggiungerà come membro ufficiale solo nel 1969) uniscono le forze con il chitarrista/cantante Daevid Allen e il tastierista Mike Ratledge. Insieme sono durati un solo anno e in quel periodo hanno registrato un paio di demo e il loro primo e unico singolo con questa formazione, intitolato »Love Makes Sweet Music«. Per un breve periodo nella line-up originale dei Soft Machine è passato anche un secondo chitarrista, l’americano Larry Nowlin, che però se n’è andato prima ancora di mettere piede in studio.
La formazione originale si è sfaldata perché nel 1967, al ritorno della band da un concerto in Francia, le autorità inglesi hanno impedito all’australiano Allen (che più tardi fonderà i Gong) di rientrare in Inghilterra, e così per i due anni successivi hanno funzionato come trio. Per un po’ si è unito a loro come chitarrista anche il futuro membro dei The Police Andy Summers, ma non è durata granché: su richiesta di Ayers ha dovuto salutare tutti ancora prima di potersi far valere come si deve. I continui casini con i chitarristi fin dall’inizio della carriera hanno probabilmente pesato più di tutto sul fatto che i Soft Machine, per gran parte della loro storia, non hanno dato molta importanza alla chitarra nel loro sound: la maggior parte dei loro lavori in studio fino al 1973, quando per un breve periodo si è aggiunto il chitarrista virtuoso Allan Holdsworth, è infatti senza chitarre.
La genesi del loro debutto »The Soft Machine« (nella ristampa chiamato anche »Volume One«) risale al 1968, quando durante un tour negli Stati Uniti hanno accompagnato come gruppo di supporto i Jimi Hendrix Experience. Durante quel tour si sono fermati anche a New York, dove hanno registrato in fretta e furia il debutto in questione, che a ragione è considerato un classico del rock psichedelico e del proto prog rock. Il ‘mantra’ vocale psichedelico di Wyatt, con Ayers a dargli man forte sullo sfondo, è il tratto distintivo dell’opener »Hope For Happiness«, un’apertura decisamente lenta per »The Soft Machine«. Questi manierismi vocali andavano fortissimo all’apice dell’era psichedelica, cioè nel 1968, e già allora lo sfortunato Wyatt, inchiodato su una sedia a rotelle dal 1° gennaio 1973 in poi, sfoggiava un’impressionante abilità dietro le pelli e un approccio vocale assolutamente riconoscibile. Insieme alle colate d’organo di Ratledge e alle linee di basso sferraglianti di Ayers, nella generale indisciplina psichedelica fanno entrare un soffio di jazz, il che vuol dire che le fondamenta dei successivi exploit jazz fusion erano state gettate già proprio all’inizio.
Il caos psichedelico con elementi di avanguardia e un’offerta di linee di basso innovativa per l’epoca si avvertono anche nel pezzo firmato da Ayers, »Joy of a Toy«, uscito pure come singolo e poi diventato il titolo del debutto solista di Kevin del 1969. Dopo la reprise di »Hope For Happiness«, scombinata e intrisa di improvvisazioni ‘violente’, arriva »Why I Am So Short?«, dove i Soft Machine mettono in mostra il loro classico senso dell’umorismo nero e dell’autoironia britannici, mentre l’orgia psichedelica di »So Boot If At All« è piena di cambi di tempo bizzarri e variazioni ritmiche folli, guidate da sbandate di batteria che ancora oggi sono affascinanti, e che poi hanno sviluppato e portato avanti negli album in studio successivi.
Nella cosa più melodica che i Soft Machine abbiano mai fatto, »A Certain Kind«, a farsi notare con il suono sacrale dell’organo è il tastierista Ratledge, mentre Wyatt dimostra per la prima volta nell’album che, oltre ai ‘viaggi’ psichedelici, era capace anche di tante interpretazioni vocali commoventi. »Save Yourself« contiene una rilettura psichedelica del popolare tema della serie comica su Batman con Adam West nel ruolo principale, andata in onda per la prima volta proprio nella seconda metà degli anni Sessanta, e offre uno sguardo un po’ più cupo sulla psichedelia con tanti suoni di tastiera bizzarri, mentre Wyatt e Ayers si completano alla grande con i loro approcci vocali inconfondibili. »Priscilla«, dove si sente già chiaramente la futura brillantezza improvvisativa dei Soft Machine, contiene splendidi passaggi d’organo e sfumature ritmiche jazz piene di spirito.
»Lullabye Letter«, un po’ pesante dal punto di vista vocale, è imbottita di sbandate ritmiche bizzarre e di un assolo d’organo magnifico, un’anticipazione delle straordinarie capacità virtuosistiche di Ratledge. »We Did It Again« contiene un riff di chitarra ripetitivo fino a diventare quasi fastidioso, che suona come se fosse stato preso in prestito di peso dall’hit dei The Kinks (e più tardi dei Van Halen) »You Really Got Me«. Il breve strumentale »Plus Belle Bas Qu’une Poubelle« contiene improvvisazioni di chitarra e basso da matti e una marcia di batteria impazzita. »Why Are We Sleeping?«, che si comporta addirittura ‘con capo e coda’, contiene texture di tastiera completamente psichedeliche, mentre Wyatt, aiutato stavolta dalle voci di accompagnamento del gruppo femminile The Cake, si cimenta tra le altre cose anche in una narrazione poetica. »Box 25/4 Lid« è solo una breve chiusura strumentale con un’improvvisazione di basso nervosa di Ayers.
»The Soft Machine« è un’opera pionieristica e uno degli album più importanti della scena di Canterbury, e quindi del primo rock progressivo, anche se, in mezzo a tante sbandate improvvisative già allora di altissimo livello, era ancora pieno di slancio giovanile e di attriti stilistici nella ricerca di un’identità sonora tutta sua. Subito dopo la fine del tour americano Ayers ha annunciato l’addio e l’inizio della carriera solista, il che ha causato lo scioglimento dei Soft Machine, ma loro si sono rimessi in piedi in fretta e hanno invitato nei ranghi un nuovo bassista, Hugh Hopper, ex tour manager, compositore ed ex musicista occasionale, che aveva collaborato anche ad alcuni brani di »The Soft Machine«.
Formazione
Robert Wyatt – batteria, voce principale
Mike Ratledge – organo, pianoforte
Kevin Ayers – basso, voce principale, cori, pianoforte
MUSICISTI OSPITI:
Hugh Hopper – basso
The Cake – cori
Produzione
Chas Chandler e Tom Wilson
Tracklist
1. Hope for Happiness
2. Joy of a Toy
3. Hope for Happiness (reprise)
4. Why Am I So Short?
5. So Boot If At All
6. A Certain Kind
7. Save Yourself
8. Priscilla
9. Lullabye Letter
10. We Did It Again
11. Plus Belle qu’une Poubelle
12. Why Are We Sleeping?
13. Box 25/4 Lid