The Sum Of No Evil
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Flower Kings, The
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2007
Durata: 75:01
Voto: 4/5
I revivalisti svedesi del prog rock The Flower Kings non sono per niente contenti se ogni anno non sfornano almeno un nuovo album, non scrivono almeno un epic di oltre 20 minuti e almeno 70 minuti di musica (devo dire che sono piuttosto sorpreso che stavolta non si tratti di un doppio album). La loro ossessione per i tipici cliché del rock progressivo classico è da sempre ben nota a chi apprezza molto di più le band che hanno fatto la loro musica con l’anima e scoperto nuovi orizzonti sonori. Questi ultimi i Fiorellini di sicuro non li prendono troppo sul serio e li vedono solo come uno dei principali revivalisti prog, che continuano a suonare la musica che i loro idoli facevano al massimo della forma, prima di cambiare suono/andare in pensione/dedicarsi solo ai concerti. Qualcuno deve pur occuparsi di illuminare le giovani generazioni, e proprio i Fiorellini spesso riescono a introdurle nel meraviglioso mondo del rock progressivo e a spingerle a scoprire le radici del genere.
C’è chi aggiungerebbe che nel rock progressivo è già stato inventato tutto e che i Fiorellini sono i logici eredi delle band classiche del prog sinfonico, ma io non potrei proprio essere d’accordo. Sarebbe anche in totale contrasto con la missione fondamentale del genere. Per chi li conosce, i The Flower Kings sono una band piuttosto scarsa dal punto di vista progressive in termini di innovazione, ma un’ottima band prog in termini di creatività altissima, di bravura musicale e di capacità di unire melodia e complessità. Secondo me non esiste un amante del rock progressivo, nemmeno tra quelli che disprezzano il moderno revival sinfonico, che possa negare i meriti dei signori Roine Stolt e Tomas Bodin, da anni i volti principali della scuola svedese del prog rock sinfonico fondata sull’eredità di band come gli Yes. Questi due stakanovisti sono in grado di scrivere in poco tempo tanto di quel materiale che a quanto pare ne avanza ancora per l’album successivo. Quello poi lo stirano un po’, ci aggiungono un paio di idee nuove e nel giro di qualche mese il nuovo album dei The Flower Kings è pronto. Complimenti per la grinta pazzesca, ma io credo che a volte sia meglio prendersi qualche anno di pausa e creare un album che gli ascoltatori ricorderanno per unicità, suono proprio e innovazione, anziché seguire sempre gli stessi schemi.
Con il precedente “Paradox Hotel” (2006), un doppio album (mi sembra che con loro ormai vada così, a ogni album), avevano sorpreso positivamente per maturità e coerenza, ma a molti dava fastidio soprattutto la lunghezza spropositata, unita al solito problema di ripetere schemi prog sinfonici consolidati, che si ritrovano senza fatica nelle opere di band prog più note e affermate, in particolare gli Yes, evidentemente l’eterna ossessione di Stolt. Che novità e possibili sorprese porta allora “The Sum of No Evil”? Per grande sollievo, stavolta sull’album ci sono solo sei brani (nonostante questo, 75 minuti di musica, ma per fortuna il disco scorre bene e non contiene noiosissime “masturbazioni”), di cui tre epic da oltre 12 minuti, due pezzi più brevi (per i loro standard) e un super epic di oltre 24 minuti (senza almeno uno non si può, con loro bisogna ormai farci l’abitudine). Ci sono di nuovo tutti i soliti concetti musicali su cui funziona la band: tastiere stratificate, melodiche e in certi punti volutamente retrò, in stile “Wakeman”, ottime interazioni tra chitarra elettrica e sezione ritmica, parecchie voci drammatizzate oltre misura (secondo me in generale il loro punto debole, anche se le voci restano molto migliori di quelle di, per dire, Kaipa) e un alto grado di eclettismo nei singoli brani, che si appoggiano a schemi sinfonici classici. Come al solito abbiamo a che fare con i loro testi disperatamente triti, a sfondo positivista (che per fortuna almeno non sono patetici), con trasparenti imitazioni della tradizione poetica di band come gli Yes (quale titolo di brano potrebbe essere più banale di “Love Is The Only Answer”?). Se ignorate i testi, è molto meglio, perché la musica in sé è di nuovo a un livello compositivo invidiabile. Senza vibrazioni positive, d’altronde, con questi eterni burloni che piantano fiorellini non si va da nessuna parte. Per le esigenze dell’album è tornato in formazione l’eccellente batterista Zoltan Csörsz, il cui lavoro su “Paradox Hotel” si era sentito parecchio mancare. Stavolta nel disco non ci sono grandi sperimentazioni o improvvisazioni jazz, anche se qua e là ne spuntano qualcuna, di solito dominio esclusivo della linea ritmica Reingold/Csörsz. Nell’epic principale si trovano anche alcuni elementi di world music (soprattutto musica orientale), che portano la freschezza necessaria e ne fanno la parte più interessante dell’album.
“One More Time”, nell’intro, soprattutto per il suono delle tastiere, suona come un omaggio agli ELP, perché contiene una bella dose di sinfonismo teatrale. C’è anche l’immancabile ritornello pomposo e maestoso, anche se già sentito mille volte nei loro lavori passati (meno male che non li ascolto spesso). Il brano si appoggia per lo più su un tempo in 6/8, le texture melodiche delle tastiere sono distribuite con gusto e c’è pure un finale solido. L’epic centrale del disco, il già citato “Love Is The Only Answer” di oltre 24 minuti, è sicuramente il pezzo più interessante ed eclettico dell’album, anche grazie alla presenza di numerosi elementi di world music e jazz. L’intro si basa su tastiere adagiate su scale pentatoniche asiatiche, e colpisce anche il buon uso del basso fretless. Ogni tanto Stolt imbraccia anche un sitar elettrico, che dà al brano un forte sapore orientale. Lo sviluppo del pezzo cambia più volte e la band sorprende perfino con alcune sezioni inaspettate e piuttosto atipiche. Dopo il secondo passaggio, per esempio, arriva una sezione di impronta metal con una chitarra fortemente distorta in primo piano. La sezione centrale in stile trovatore ci porta in una parte tranquilla dominata dal synth, seguita da un bel solo di tastiere. Poi arriva un’ottima sezione jazz fusion, dove entra un sassofono ospite. Questa sezione, molto in stile Zappa, è anche il mio momento preferito del disco. Bravi. Penso che si sarebbero potuti concedere più spesso escursioni jazz del genere, al posto della tradizionale abbondanza di schemi sinfonici pomposi, dove saltano fuori le fin troppo evidenti influenze degli Yes.
“Trading My Soul” è una ballata cupa (di solito nei loro album ce n’è almeno una, probabilmente per non sembrare troppo allegri). In esperimenti del genere, che richiedono un’espressione vocale più ricca, emerge il loro handicap su questo fronte, anche se nei ritornelli se la cavano bene con delle solide armonie vocali. Il testo è disperatamente banale e stra-usato (a volte ho perfino la sensazione che si prendano gioco degli ascoltatori), ma come ripeto, questa è una band che non si ascolta di certo per i testi. Il brano contiene comunque buoni arrangiamenti sinfonici e melodie affascinanti. L’interazione tra tastiere e chitarra è a un livello alto, ed è qui che si vede la vera maestria dei due musicisti guida della band. “The Sum Of No Reason” è un altro epic piuttosto solido, con un uso interessante del vibrafono nelle sezioni tranquille, che di nuovo crea un’atmosfera orientale. Di tanto in tanto si finisce in sezioni dure, che suonano come un misto tra prog metal ed esperimenti fusion alla Zappa. Di queste sezioni strumentali variabili ce ne sono in abbondanza, anche se la melodicità resta sempre molto alta. Anche questo è uno dei momenti più interessanti del disco. L’unico strumentale dell’album, “Flight 999 (Brimstone Air)”, il cui titolo è più che evidentemente un richiamo al simbolico opposto del famigerato numero del diavolo (ah, sì…questi svedesi ogni tanto toppano alla grande, quando vogliono sembrare fin troppo intelligenti e spirituali, ben oltre il limite del buon gusto). Dopo il canto del gallo arriva una fusion interessante, in cui si sentono soprattutto molti elementi di jazz e di musica circense. Il brano punta soprattutto su sintetizzatori, passaggi di batteria e un uso massiccio del wah wah sulla chitarra. Si distingue per dinamica e spontaneità, quindi è un altro dei momenti migliori del disco. L’epic conclusivo “Life In Motion” è invece di nuovo tipicamente yesiano e sinfonico, con un largo uso della steel guitar, tante passate melodiche di chitarra elettrica e un’abbondanza di tastiere spaziali. Ci sono naturalmente anche numerose sezioni trionfali, senza le quali non si va da nessuna parte. Una chiusura molto solida, ma piuttosto tipica e ormai quasi prevedibile.
“The Sum of No Evil” è un altro prodotto musicalmente superbo, uscito dalle dita di musicisti tutti eccellenti e di grande talento. Sicuramente rientra tra i loro album migliori. Anche se rispetta alla lettera i loro schemi consolidati, stavolta il grado di originalità propria è almeno un po’ più alto del solito e non capita che un motivo ti suoni per caso come copiato di peso da qualche classico del prog, come succedeva spesso in passato. Però ciò che all’album manca, e a quanto pare mancherà sempre ai Re dei Fiori, –è un suono proprio e riconoscibile, e quindi un’anima propria. Mentre molti dei loro modelli si riconoscevano al suono già da lontano, una cosa del genere per gli album dei Flower Kings non posso proprio dirla. È proprio questo che con loro mi lascia sempre diviso: della maggior parte dei loro album non riesco né a parlare troppo male, né a parlare troppo bene, ed è il motivo principale per cui nessuno di essi, nonostante l’esecuzione eccellente e alcune melodie seducenti, riesco a dichiararlo un capolavoro. Lo stesso vale per “The Sum of No Evil”: con questo disco i The Flower Kings non hanno certo scoperto l’acqua calda, ma non hanno lasciato i loro fan a piedi e hanno fatto l’album che questi si aspettavano. Tutti gli altri, quando ci viene voglia di rock progressivo sinfonico ricco di contenuto e innovativo, preferiamo tornare indietro nel passato.
Formazione
Roine Stolt – voce, chitarra
Hasse Fröberg – voce, chitarra
Jonas Reingold – basso
Tomas Bodin – tastiere, cori
Zoltan Csörsz – batteria, percussioni
Hasse Bruniusson – marimba, percussioni
Produzione
Roine Stolt
Tracklist
1. One More Time (13:05)
2. Love Is The Only Answer (24:30)
3. Trading My Soul (6:25)
4. The Sum Of No Reason (13:25)
5. Flight 999 (Brimstone Air) (5:00)
6. Life In Motion (12:33)