The Unquiet Sky

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Arena
Etichetta: Verglas Records
Uscita: 2015
Durata: 55:38
Voto: 5/5

I campioni del neo-prog Arena, che si sono garantiti uno status di culto già alla fine degli anni Novanta, con »The Unquiet Sky« hanno pubblicato il loro ottavo album in studio. Per fortuna stavolta non c’è stato bisogno di aspettare tanto quanto per il predecessore »The Seventh Degree of Separation« (2011), che i fan hanno atteso ‘un’eternità’ e su cui aveva fatto il suo debutto (ora ex) il nuovo cantante Paul Manzi. Proprio Manzi, che ormai si è ‘sistemato’ alla perfezione al microfono della band, tanto che ora è molto più facile digerire l’addio al suo indimenticabile predecessore Rob Sowden, è insieme al mago delle tastiere Clive Nolan, autore sul nuovo album di alcuni arrangiamenti sinfonici davvero rinfrescanti, il principale responsabile del fatto che »The Unquiet Sky« sia venuto così bene da poter essere già paragonato ai migliori lavori degli Arena come  »The Visitor« (1998), »Immortal« (2000) e »Contagion« (2003). A questi ultimi »The Unquiet Sky« si avvicina anche stilisticamente in certi brani, e in generale si discosta parecchio dall’approccio scelto dagli Arena su »The Seventh Degree of Separation«, che nonostante la sua natura in parte di transizione era comunque un gran bel colpo e ha ulteriormente consolidato lo status di una band che finora, in carriera, non ha mai deluso.

»The Unquiet Sky«, il primo album degli Arena con il nuovo bassista Kylan Amos, subentrato all’amatissimo Jon Jowitt (ex-IQ, Jadis) e autore, oltre alle linee di basso, anche di tutta la parte grafica/illustrata, è, come il suo predecessore, un concept album: secondo le parole di Nolan è in parte ispirato a un racconto dell’orrore dello scrittore M.R. James. Nella storia entra in scena la maledizione di demoni e lupi mannari che tormenta una contea inglese apparentemente tranquilla, cosa che Nolan, come suo solito, avvolge con una serie di metafore in un racconto cupo sulla manipolazione religiosa/politica, sull’esistenza di una vita dopo la morte e sulla redenzione.

Sul piano atmosferico »The Unquiet Sky« prosegue la lunga tradizione degli Arena nel creare atmosfere cupe e tesi drammi vittoriani, ma nel complesso è per natura un po’ meno oscuro del predecessore, mentre la maggior parte degli arrangiamenti è più melodica e dà ai singoli brani un tocco ‘retrò’, che porta alle già citate affinità con i classici del passato. Significa che unisce una combinazione quasi perfetta di vecchio e nuovo. Oltre a un Manzi in splendida forma, al promettente esordiente Amos al basso e ai veterani sempre affidabili Nolan e il batterista Mick Pointer, ha fatto un lavoro affascinante anche il virtuoso della chitarra John Mitchell (It Bites, Lonely Robot), che con assoli raffinati dà più volte un’impennata al classico dramma Arena, nel miglior senso dell’espressione.

»The Demon Strikes«, lanciato da un’introduzione orchestrale drammatica, è il classico catalizzatore di atmosfera agitata degli Arena e, di conseguenza, è intriso di variazioni chitarristiche infuocate e di un vero e proprio teatro vocale. Nei vari brani di »The Unquiet Sky« Manzi si presenta con un’autorevolezza decisamente maggiore rispetto al suo debutto con gli Arena, mentre Nolan non aveva idee così interessanti da parecchi anni in fatto di dramma sinfonico, soprattutto nell’uso dei sintetizzatori. Su »How Did It Come To This?« domina un’autentica drammaticità malinconica, resa ancora più profonda dalle armonie sinfoniche e dall’improvvisazione chitarristica di Mitchell, di una profondità quasi ambient. »The Bishop of Lufford«, coronato da un ritornello azzeccatissimo, unisce un efficace e fluido alternarsi di tempi veloci e pacati, a cui si adatta anche la voce teatrale di Manzi.

»Oblivious to the Night« è un pezzo più breve che regala qualche bel momento contemplativo, mentre il cupo »No Chance Encounter«, uno dei momenti più duri di »The Unquiet Sky«, ricorda parecchio, a livello stilistico, qualcosa che avrebbe potuto trovare posto su »Contagion«. Lo strumentale »Markings on a Parchment« è un altro bellissimo momento dal sapore ambient, rovinato sullo sfondo, tra arrangiamenti sacrali, da un borbottio ‘demoniaco’. Segue il passaggio alla title track, che con la sua mistica parte introduttiva tira un po’ verso i Genesis tra il 1976 e il 1977, ma dura poco: per il resto è un vero classico degli Arena, in cui il dramma cresce di secondo in secondo e tutti gli strumentisti hanno un sacco di spazio per ‘sgranchirsi’ in assolo.

»What Happened Before«, un altro centro con un tocco ‘retrò’, ha un’introduzione di pianoforte neoclassica e una prestazione vocale appassionata, mentre nel seguito si impone un dramma estremamente teso. »Time Runs Out« ha una certa somiglianza con il classico di »The Visitor« »A Crack in the Ice«, anche se si tratta di un brano quasi del tutto originale: ha un ritornello completamente diverso, un’energia ambient più luminosa e un interessante riff di chitarra un po’ hard rock. »Returning the Curse« porta con sé qualche texture di sintetizzatore più ‘modernista’ e un assolo brillante di Nolan, mentre Manzi mette di nuovo in scena un vero dramma vocale, che trova la sua rivelazione in un ritornello intelligente.

»Unexpected Dawn« è una ballata malinconica con qualche spruzzata acustica ogni tanto e un’ottima escalation di momenti strumentali drammatici. Tutte le composizioni dell’album sono qualitativamente piuttosto alla pari, quindi non ci sono grosse oscillazioni né in alto né in basso, con l’eccezione del culmine finale, il capolavoro epico »Traveller Beware«, che si può dichiarare il momento più ambizioso di »The Unquiet Sky«, anche se per intensità drammatica non raggiunge la monumentale »Opera Fanatica«, figurarsi »Moviedrome« (questi ultimi due pezzoni epici rientrano comunque tra i cinque migliori lavori della discografia degli Arena finora). Resta comunque una delle migliori chiusure di un album in studio nella loro storia.

Eccezionalmente equilibrato dal punto di vista qualitativo, »The Unquiet Sky« è un classico album degli Arena che richiamerà alla mente di molti i loro migliori traguardi del passato, ma allo stesso tempo mescola il giusto dosaggio di formula vincente e novità, tanto da risultare a ogni nuovo ascolto ancora più entusiasmante e interessante. Gli Arena hanno inoltre creato uno dei principali candidati al miglior album prog rock del 2015. Ora non resta che incrociare le dita perché questa versione della band regga insieme a lungo e, se possibile, organizzi più tour nelle immediate vicinanze della Slovenia, dove fino a poco tempo fa i loro fan si potevano contare sulle dita di entrambe le mani.

Formazione

Paul Manzi – voce
John Mitchell – chitarra
Clive Nolan – tastiere
Kylan Amos – basso
Mick Pointer – batteria

Produzione

Clive Nolan

Tracklist

1. The Demon Strikes (5:37)
2. How Did it Come to This? (4:30)
3. The Bishop of Lufford (5:24)
4. Oblivious to the Night (2:47)
5. No Chance Encounter (4:30)
6. Markings on a Parchment (2:19)
7. The Unquiet Sky (5:29)
8. What Happened Before (4:55)
9. Time Runs Out (4:39)
10. Returning the Curse (3:48)
11. Unexpected Dawn (3:52)
12. Traveller Beware (7:40)

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