The Visitor

0 7

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Arena
Etichetta: Verglas Records
Uscita: 1998
Durata: 59:37
Voto: 5/5

Il capolavoro concettuale “The Visitor” segna una svolta nella storia degli ottimi neo prog rocker britannici Arena. Da progetto oscuro nato per portare avanti la tradizione musicale dei primi Marillion, con questa monumentale prova in studio la band è diventata definitivamente una realtà con un cuore e un’anima tutti suoi, oggi tra i portabandiera della fiamma prog rock. I due capi della baracca, il mago delle tastiere Clive Nolan (Pendragon, ex-Shadowland) e il batterista di culto Mick Pointer (ex-Marillion), avevano già dimostrato con i due ottimi album precedenti, “Songs from the Lions Cage” (1995) e “Pride” (1996), che negli Arena covava molto più estro artistico personale che nella maggior parte dei promotori del revival progressive rock degli anni ’90. Il loro impegno per la perfezione strumentale e compositiva, almeno dentro il mondo prog, non poteva più passare inosservato. Anche chi fino ad allora ne aveva ignorato l’esistenza ha dovuto ammettere, di colpo, che con “The Visitor” avevano creato uno dei classici del progressive rock.

“The Visitor” è un progetto concettuale drammatico in cui, attraverso atmosfere cupe e testi complessi, le immagini dei singoli brani prendono vita. Il concept, venuto in mente a Clive durante un soggiorno all’estero, ruota attorno a tante domande irrisolte, spesso semi-fantastiche e astratte, sulla vita e sulla morte. Come protagonisti compaiono personaggi diversi, metafore di grandi prove e tentazioni della vita. Le loro immagini grottesche mettono alla prova il protagonista del concept finché non arriva un misterioso visitatore vestito di nero in sella a una bicicletta, che rappresenta la morte dell’amore. Non mancano nemmeno le connotazioni religiose, tra cui l’ipocrisia della Chiesa e la questione della vita dopo la morte. Il concept di Clive si sposa alla perfezione con la natura drammatica e le atmosfere stratificate dei singoli brani, perché tiene l’ascoltatore col fiato sospeso dall’inizio alla fine. La malinconia celtica, marchio di fabbrica della band, anche stavolta abbonda.

Sul disco non ci sono lunghi epic come i classici “Solomon” e “Sirens”, ma “The Visitor” nel suo insieme è un unico grande epic, composto da brani relativamente brevi che formano un collage inscindibile del concept fantasmagorico di cui sopra. La maggior parte dei pezzi costruisce ponti stilistici drammatici tra il progressive rock sinfonico e il prog metal, con un uso copioso dei giochi di prestigio sintetizzati di Clive, di riff di chitarra incisivi e assoli sottili, e con una sezione ritmica sempre al lavoro. Il basso di culto John Jowitt (IQ, ex-Jadis), in coppia con Pointer, ha ancora una volta firmato un combinato ritmico eccezionale di potenza e raffinatezza.

La mossa decisiva verso un suono tutto loro, riconoscibile da lontano, stava però nell’arrivo del chitarrista poliedrico John Mitchell, che si era presentato come membro della band per la prima volta sull’EP “The Cry” (1997) e sul live “Welcome to the Stage” (1997). Mitchell si è rivelato una grande scoperta e uno dei chitarristi più raffinati della terza ondata del progressive rock: con un uso sottile della slide guitar porta avanti la tradizione sonora di giganti della sei corde come David Gilmour, Andy Latimer e Steve Rothery. Allo stesso tempo sa tirare fuori riff chitarristici decisamente incisivi, che quando serve fanno degli Arena la band neo prog più dura in circolazione. Il fenomenale cantante Paul Wrightson, con la sua voce carismatica e la sua grande estensione, porta nei brani una dose generosa di emozione. Nel suo canto rabbia, malinconia e mistero si mescolano con una finezza fuori dal comune. Con grande dispiacere di molti fan, “The Visitor” è stata l’ultima collaborazione di Paul con la band, ma dopo l’arrivo del non meno eccellente Rob Sowden il lutto è finito in fretta. Nel ruolo di grande collante e compositore principale veglia come al solito il signor Nolan, che ha ampliato le sue virtuosistiche frasi “alla Wakeman” con una presenza maggiore di sottili tendaggi sonori, utili a raffreddare le sezioni più surriscaldate.

 “The Visitor” è un album di svolte drammatiche, trionfi maestosi e confessioni da brividi. Nella tradizione dei migliori concept album, anche qui si passa da un brano all’altro con grande fluidità. Suoni inquietanti annunciano l’inizio dell’epico classico “A Crack In The Ice”, il brano più lungo del disco. Frasi di chitarra incisive ma malinconiche sono intrecciate con un gran senso della misura tra linee di synth battagliere, mentre in mezzo si infilano dinamici passaggi di batteria. Wrightson, con una prova vocale eccezionale e ricchissima di emozione, fa in modo che l’atmosfera drammatica non cali mai, nemmeno per un attimo. A far restare a bocca aperta c’è il passaggio raffinato e inaspettato da motivi cupi, quasi brutali, a colori più luminosi e ottimisti, seguito da un ribaltamento ancora più drammatico verso un finale cupo e agghiacciante.

“Pins and Needles”, grazie a una melodia raffinata di chitarra acustica, a texture di synth dal suono alto e a un canto dal tocco romantico, regala una breve tregua all’atmosfera drammatica. Segue un passaggio diretto in un altro classico, la bellissima “Double Vision”, dove l’ascoltatore si sente strappare il cuore da un assolo di chitarra piangente e da un canto teatrale. Le texture di synth di Clive garantiscono il tipico pomp neo prog. Lo strumentale “Elea” regala un momento ambient breve ma commovente, con tanti pattern di synth drammatici sullo sfondo, armonie vocali corali e, in primo piano, il gustosissimo assolo di chitarra di Mitchell.

L’epic altamente drammatico “The Hanging Tree”, in cui rivivono antiche leggende di un passato oscuro e l’eterno enigma della vita dopo la morte, è uno dei vertici del disco. Come in “A Crack in the Ice”, anche stavolta il fascino sta soprattutto nella transizione sottile tra motivi malinconici delicati, quasi fragili, di chitarra acustica, frasi incisive e rivelazioni sinfonico-ambientali. All’introduzione morbida, dal colore acustico, segue un passaggio drammatico in una sezione potente e stratificata, dove all’ascoltatore arrivano addosso due assoli possenti, di chitarra e di tastiere. A tenere tutto insieme c’è l’interpretazione ultraterrena di Wrightson, in cui riversa tante di quelle emozioni colorate che la maggior parte dei cantanti pop di oggi non riuscirebbe a esprimere in una carriera intera. La parte migliore arriva con un ritornello maestoso, quasi illuminista, in cui si intrecciano una bellezza espressiva incredibile e la malinconia, mentre sullo sfondo scorrono possenti cortine di synth. Per il gran finale, poi, Mitchell annienta definitivamente la concorrenza con un altro assolo di slide che sale dritto al cielo.

“A State of Grace” è una creazione estremamente cupa, il cui testo ruota attorno all’ipocrisia della Chiesa. L’interpretazione teatrale di Paul nei panni di un prete pedofilo che attira con parole dolci la sua vittima innocente è il cuore di questo brano eccezionale. L’atmosfera sacrale ma da brividi nasce dall’accompagnamento dinamico di synth stratificati, armonie corali occasionali e frasi di chitarra piangenti. Il breve strumentale “Blood Red Room”, con una voce narrante e inquietanti pattern ambient di synth, fa da ponte verso “In the Blink of an Eye”, un altro epic fenomenale nella migliore tradizione della band. Questo pezzo ottimo si piega sotto il peso di un’energia cataclismica, svolte inaspettate e assoli da mozzare il fiato. Frasi di chitarra incisive attraversano, su una dinamica ritmica eccezionale, i soliti spiritismi dei synth, mentre il canto di Wrightson, ancora una volta, non lo si può lodare abbastanza. Qui si conferma nel modo più bello tutta la grandezza della band nell’intreccio sapiente tra tradizione prog rock sinfonica ed elementi prog metal.

Su “(Don’t Forget to) Breathe” torna l’atmosfera fantasmagorica in cui prendono vita gli incubi, guidati da vampiri e lupi mannari. L’introduzione contiene oscuri passaggi di chitarra fatti passare attraverso un effetto particolare, mentre il canto di Wrightson è di nuovo intriso di una malinconia straordinaria. Nel finale conquista ancora la costruzione di un motivo maestoso ma struggentemente triste. Lo strumentale “Serenity” è costruito su un assolo di slide piangente e su cortine sonore ambient. Dopo questo breve requiem arriva “Tears in the Rain”, un altro epic possente con un’introduzione solenne di tastiere e un’interpretazione sarcastica su un clown triste (un’altra delle tante metafore di Clive, stavolta per la follia). Armonie sinfoniche dal sapore celtico e delicati passaggi di pianoforte nel finale portano a uno dei migliori raccordi nella storia dei concept album.

Una voce misteriosa e cortine ambient sfociano in modo esplosivo nel prossimo classico epico, “Enemy Without”, che rappresenta il culmine drammatico e super melodico del disco. Il cuore di questo brano imponente sta nel suo ritornello maestoso (e un nuovo inchino al signor Wrightson), composto da armonie vocali contagiose. Le linee drammatiche dei synth sono di nuovo adagiate in modo straordinario dentro frasi di chitarra stratificate, in compagnia di passaggi ritmici impulsivi. Questo inno indimenticabile è ancora oggi uno dei punti forti dei loro concerti. Segue una transizione diretta nella tesissima e incisiva “Running From Damascus”, dove non mancano i giochi di prestigio alle tastiere di Nolan, i passaggi ritmici assassini e la magia chitarristica di Mitchell. In mezzo, a sorpresa, tornano il ritornello e il motivo centrale di “A Crack in the Ice”. La voce di Wrightson, in un’altra prova eccezionale, esprime il desiderio del protagonista di luce e redenzione.

Al gran finale, orgasmo prog rock compreso, pensa la title track, di cui si potrebbe parlare anche come della rivelazione finale in cui il protagonista del concept trova la sua pace interiore. Questo brano monumentale vanta quella magia ambient che di solito si poteva ammirare nei più grandi maestri del pathos progressive rock, come Pink Floyd o Camel. La sua natura ricca di confessione trasuda una maturità compositiva e strumentale straordinaria, mentre l’assolo di slide conclusivo di Mitchell ti scuote fino in fondo. L’autore della recensione è pronto ad ammettere senza vergogna che, davanti alla sua indescrivibile finezza, gli si inumidiscono spesso gli occhi.

“The Visitor” è un’epopea prog rock cupa con cui la band ha messo a segno il suo primo capolavoro. Questo splendido concept album è uno dei classici del progressive rock anni ’90 e non può mancare in nessuna casa che si rispetti. ”The Visitor” all’uscita ha raccolto tante reazioni molto positive, ma non ha portato un successo commerciale tangibile, di quello che per dedizione e olio di gomito si sarebbero senz’altro meritati. Ne è seguito un tour di successo, durante il quale Paul si è rivelato anche un ottimo attore, interpretando i vari personaggi del concept di “The Visitor”. “The Visitor” è un album di tanti primati. Con questo disco gli Arena hanno cementato per sempre la loro identità artistica, hanno presentato al mondo musicale più ampio il genio chitarristico di John Mitchell e hanno piantato un cartello stradale per il progressive rock del nuovo millennio.

Formazione

Paul Wrightson – voce
John Mitchell – chitarra e voce di accompagnamento
Clive Nolan – tastiere e voce di accompagnamento
John Jowitt – basso e voce di accompagnamento
Mick Pointer – batteria

Produzione

Clive Nolan e Simon Hanhart

Tracklist

1. A Crack In The Ice
2. Pins And Needles
3. Double Vision
4. Elea
5. The Hanging Tree
6. A State Of Grace
7. Blood Red Room
8. In The Blink Of An Eye
9. (Don’t Forget To) Breathe
10. Serenity
11. Tears In The Rain
12. Enemy Without
13. Running From Damascus
14. The Visitor

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie