The Void

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Beardfish
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2012
Durata: 76:15
Voto: 4/5

Gli svedesi Beardfish, giovani promesse del progressive rock, con »The Void« hanno già messo a segno il loro settimo album in studio in meno di nove anni: segno che in tutto questo tempo sono stati iperproduttivi nel creare musica ritmicamente complessa e arrangiata in maniera ricchissima, dove tutte le loro virtù da virtuosi vengono fuori fino in fondo. Nonostante dal precedente »Mammoth« (2011) sia passato meno di un anno, questi progster eclettici si sono affrettati a sfornare »The Void«, che stilisticamente è tutta un’altra storia rispetto al predecessore, visto che, contro ogni aspettativa, ogni tanto svolta anche verso il mondo del metal progressivo.

I Beardfish, infatti, non erano mai suonati così cupi, intransigenti e brutali come in certi pezzi di »The Void«, dove non mancano il martellare del doppio pedale, le sfuriate di chitarra e perfino l’uso, comunque rarissimo, del growl: roba che, a giudicare dalle prove vocali del passato, difficilmente avresti attribuito al tastierista/cantante Rikard Sjöblom. Evidentemente i ragazzi dei Beardfish, che avevano voglia di nuovi esperimenti sonori, come avevano già lasciato intuire su »Mammoth«, per un po’ si sono fatti prendere dalla scena metal, dove gli scandinavi sono sempre stati forti. Detto questo, ogni allarme sul fatto che i Beardfish si siano trasformati del tutto in una band di prog metal tecnicamente aggressivo è superfluo, perché questa conclusione vale solo per qualche pezzo d’apertura, mentre sull’album continua a dominare il loro inconfondibile approccio da progrock sinfonico, con l’influsso ben riconoscibile delle leggende prog, Genesis, King Crimson, Yes e Gentle Giant in testa.

»The Void« non è un concept album vero e proprio, anche se al centro c’è la suite epica in più parti »Note«, che porta avanti la storia della narrazione iniziale »Introduction« su un mago veggente che lascia questo mondo in rovina, in cui sente un vuoto interiore sempre più grande, e se ne va in un’altra dimensione, più accogliente. Dopo un po’ la curiosità ha la meglio e lui torna nel nostro mondo, scoprendo che l’unica cosa cambiata in meglio in tutto questo tempo è lui stesso. A fare da voce narrante nell’introduzione sul mago è stato ospite il tastierista/cantante Andy Tillison dei The Tangent, che nel 2008 i Beardfish hanno accompagnato in tour come gruppo spalla.

Già nell’opener strumentale »Voluntary Slavery« i Beardfish ricordano più dei Fates Warning e ogni tanto una versione prog metal degli Opeth che i loro modelli prog rock della vecchia scuola, e anche l’approccio vocale di Sjöblom è un po’ più aggressivo del solito, visto che ogni tanto si lascia andare a brevi growl da death metal. Eppure, tra i passaggi di chitarra hard rock e i crash di batteria senza pietà, a regnare sono i cambi melodici e le variazioni strumentali intelligenti, così alla fine questo insolito esperimento prog metal risulta perfino divertente. »Turn To Gravel«, che prosegue sulla strada stilistica insolita, è un pezzo ancora più cupo e nichilista, con chitarre sporche e passaggi selvaggi, mentre la voce di Sjöblom è piena di rabbia e dolore. Le improvvisazioni brutali e «supersoniche» ti fanno letteralmente «saltare la testa» e piaceranno a tutti gli amanti della superiorità tecnica senza compromessi.

Nell’ottima »They Whisper«, che regala un contrasto stilistico eccezionale, i Beardfish dimostrano finalmente di non aver dimenticato come si suona il progressive rock sinfonico, e accontentano i fedelissimi della tradizione con i loro tipici trucchi di arrangiamento e improvvisazione. Andamenti ritmici imprevedibili e cambi di tempo sono sempre in primo piano, mentre Sjöblom dimostra a ogni passo di non essere solo un eccezionale camaleonte vocale, ma anche un appassionato virtuoso delle tastiere, che adora gli arrangiamenti sinfonici epici. Però la frequentazione col metal progressivo non è finita qui, e la band lo prova con la bomba fragorosa »This Matter Of Mine«, dove il batterista Magnus Ӧstgren si concede una serie di stacchi brutali, mentre Sjöblom torna a «scatenarsi» quando, in mezzo a passaggi di chitarra strumentali e sfumature ritmiche feroci, alza la tensione cupa con il suo canto drammatico (e un growl occasionale, minimo).

Nello strumentale fantastico e stilisticamente variegatissimo »Seventeen Again« i Beardfish mostrano di non avere paraocchi di genere e si fanno valere con una parte iniziale sottile a base di jazz rock fusion, seguita da un passaggio epico verso una sezione nostalgica con armonie possenti e fluttuanti tra chitarra elettrica e organo Hammond, che ancora una volta richiama il prog rock «della vecchia scuola». Tra tante improvvisazioni spiritose, il brano cambia di continuo struttura e atmosfera, secondo dopo secondo, senza perdere la componente melodica: ed è proprio questa la qualità principale dei Beardfish, grazie alla quale si sono distinti così in fretta dagli altri revivalisti del prog e sono diventati interessanti anche per certi puristi del prog un po’ più schizzinosi.

»Ludvig & Sverker«, che diventerà di sicuro un classico dei concerti, ha un motivo centrale geniale con cui i Beardfish mostrano anche un po’ di sensibilità pop rock, cosa che in passato avevano già fatto più volte. »He Already Lives In You« è un’altra miscela dalle atmosfere variegate, con elementi di hard rock in evidenza grazie a passaggi d’organo frusciante e variazioni di chitarra affilate, mentre Sjöblom con le sue urla acute sottolinea ancora di più quanto la band conosca bene l’eredità dei Deep Purple. La suite in più parti di quasi sedici minuti »Note« è il clou atmosferico dell’intero »The Void«, dove in tutte e quattro le parti i Beardfish mettono in scena un viaggio simfoprogrock indimenticabile, con tanti colpi di scena inaspettati e senza un solo momento noioso. Per chiudere l’album i Beardfish si «riposano» un po’ e con la ballata toccante »Where The Lights Are Low«, dominata da malinconiche variazioni di chitarra blues rock, dimostrano ancora una volta la loro straordinaria varietà stilistica e un orecchio finissimo per le tante influenze musicali diverse.

I Beardfish con »The Void« hanno voluto provare qualcosa di diverso, qualcosa di fresco, così si sono messi a sperimentare col prog metal, e alla fine il risultato è meglio di quanto la maggior parte della gente si sarebbe immaginata. Almeno chi conosce bene volto e opere di questi eclettici progster svedesi non è rimasto granché sorpreso da questa svolta stilistica, visto che i Beardfish hanno dimostrato più volte di infischiarsene dei confini di genere e di saper suonare praticamente tutto quello che gli «salta in mente». Chissà, magari »The Void« con la sua natura a tratti brutale e cupa porterà nel meraviglioso mondo dei Beardfish anche qualche metallaro non troppo fissato coi generi, stufo dei canti vichinghi e dei ruggiti demonizzati.

Formazione

Rikard Sjöblom – voce e tastiere
David Zackrinsson – chitarra
Robert Hansen – basso
Magnus Östgren – batteria

MUSICISTA OSPITE:
Andy Tillison (The Tangent) – voce recitante (1)

Produzione

Beardfish

Tracklist

1. Intro (0:30)
2. Voluntary Slavery (6:33)
3. Turn To Gravel (5:30)
4. They Whisper (6:06)
5. This Matter Of Mine (7:06)
6. Seventeen Again (7:44)
7. Ludvig & Sverker (8:06)
8. He Already Lives In You (6:38)
9. Note (15:50)
I. Note
II. Descending
III. The Void
IV. Note (reprise)
10. Where The Lights Are Low (5:41)
Bonus track:
11. Ludvig & Sverker (Solo Piano Version) (6:34)

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