The Well’s on Fire
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Procol Harum
Etichetta: Eagle Records
Uscita: 2003
Durata: 59:13
Voto: 3.5/5
»The Well’s on Fire« è stato l’undicesimo album in studio dei pionieri inglesi del progressive rock Procol Harum. L’ultimo disco con il tastierista originale Matthew Fisher fu un risultato un filo migliore del mediocrissimo predecessore »Prodigal Stranger« (1991), che dopo il (nuovo) addio del chitarrista originale Robin Trower aveva lasciato in bocca un retrogusto amaro, mentre la maggior parte dei fan dei Procol Harum non considera nemmeno »The Long Goodbye« (1995) un vero album in studio, visto che, a parte i classici rifatti da capo, conteneva un solo brano inedito. Della ‘vecchia guardia’ su »The Well’s on Fire« sono rimasti, oltre a Fisher, solo il cantante, pianista e capo non ufficiale della band Gary Brooker e il paroliere Keith Reid, che fin dalla nascita del gruppo aveva lo status di membro ufficiale. Dalla squadra di »Prodigal Stranger« è rimasto il batterista Mark Brzezicki (Big Country, Ultravox, The Cult), mentre le new entry erano il bassista Matt Pegg e il chitarrista Geoff Whitehorn (ex-If, Crawler), anche se quest’ultimo era nella band già dal 1991, quando aveva preso il posto di Trower, tornato solo per un attimo. Pegg, che è noto soprattutto per la collaborazione con l’ex cantante/chitarrista degli It Bites Francis Dunnery, è tra l’altro figlio del bassista di lungo corso di Fairport Convention e Jethro Tull Dave Pegg.
La prima metà dell’album è un po’ più forte del resto, dove prevalgono pezzi meno ispirati, come se al gruppo avesse iniziato a mancare piano piano l’ispirazione in fase di scrittura. Brooker, pur avendo ormai quasi sessant’anni, era ancora in splendida forma vocale. Insieme al tipico suono degli organi Hammond di Fisher, alle svariate parti di chitarra di Whitehorn e ai testi inconfondibili di Reid, ancora una volta pieni di (auto)ironia, humor nero, lirismo commovente e messaggi sociali pungenti, gli riesce più volte di far rivivere sul disco quell’atmosfera romantica che contraddistingueva i classici album dei Procol Harum di trent’anni e più prima. »An Old English Dream« ha un titolo azzeccatissimo, perché il testo, con un taglio da humor nero, tocca la nostalgia del conservatore inglese medio per la grandezza di quello che un tempo era un potente impero. Gli arrangiamenti di pianoforte, quasi da natura morta, vengono spesso spezzati da possenti parti di chitarra, mentre la voce così particolare di Brooker e il caldo suono degli organi Hammond di Fisher evocano insieme un bel po’ della classica magia ambientale dei Procol Harum.
»Shadow Boxed«, senza dubbio il pezzo più tosto del disco, ha come ospite speciale Roger Taylor (Queen) alla voce, che con il suo tipico falsetto sullo sfondo cura benissimo le armonie vocali di accompagnamento, mentre stavolta, grazie a chitarre incazzate, passaggi di batteria affilati e un Brooker insolitamente furioso al canto, si va quasi dalle parti dell’hard rock. A questa creatura vivacissima segue »A Robe of Silk«, un brano più tradizionale dei Procol Harum, con una vena scherzosa e una melodia di pianoforte maliziosa, che ricorda un po’ certi vecchi standard umoristici nello stile di »Good Captain Clack« o »The Devil Came From Kansas«. Con la decente ma poco emozionante ballata al pianoforte »The Blink of an Eye« i Procol Harum si ritrovano di colpo nel XXI secolo, sia nel suono sia nella produzione, anche perché stavolta gli organi Hammond sono relegati a un ruolo del tutto marginale.
»The VIP Room«, di taglio blues rock, dove di nuovo provano a suonare un po’ più ‘moderni’, si apre con un riff promettente, ma nel complesso il pezzo lascia sensazioni piuttosto contrastanti: nonostante tante parti energiche e buone sezioni strumentali, sembra che volessero a tutti i costi svecchiare il proprio suono. »The Question«, d’impronta jazz, è un contrasto netto, perché poggia soprattutto su arrangiamenti di pianoforte rilassanti, linee di basso funk e sul calore vocale inconfondibile di Brooker, mentre il bonus in più è un breve ma frizzante assolo di organo Hammond. »This World Is Rich (For Stephen Maboe)« è una ballata di risveglio delle coscienze, con armonie vocali di accompagnamento di matrice gospel, che attraverso la voce rattristata di Brooker richiama l’attenzione sull’ingiustizia cupa di questo mondo, dove le disuguaglianze sociali crescono sempre di più. Purtroppo, più che un inno capace di riempire l’ascoltatore di energia critica verso la società e di voglia di cambiare le cose, suona come il lamento di un uccellino offeso. Uno dei momenti migliori è senza dubbio la ballata romantica »Fellow Travellers«, costruita sull’arrangiamento di »Lascia Ch’io Pianga«, capolavoro classico del leggendario compositore Georg Friedrich Händel, perché per struttura e atmosfera ricorda un po’ l’indimenticabile ospitata di Brooker nel classico degli The Alan Parsons Project »Limelight«.
»The Wall Street Blues« è, come dice già il titolo, di nuovo un pezzo più blues rock, che nonostante l’esecuzione sentita ed energica e i buoni arrangiamenti di pianoforte non lascia un’impressione particolarmente profonda. »The Emperor’s New Clothes« invece torna più in sintonia con le tradizionali ballate romantiche dei Procol Harum, e nel testo non mancano scherno e ironia verso la società. »So Far Behind«, energico, dove tornano in primo piano i capolavori d’organo scintillanti e le armonie vocali drammatiche, naviga ancora con successo tra ritmi funk e hard rock. »Every Dog Will Have His Day« è una creatura giocosa con un testo arguto, in mezzo al quale Brooker dimostra ancora una volta la sua versatilità vocale, mentre Fisher si sfoga con variazioni d’organo da sbruffone. Il brano strumentale dal sapore sacro »Weisselklenzenacht (The Signature)«, dove in primo piano ci sono i capolavori d’organo di Fisher, chiude l’album in modo drammatico.
»The Well’s on Fire« non è stato per niente un passo falso, anzi: per molti versi si avvicina ai dischi classici dei Procol Harum. I vecchi leoni del progressive rock hanno cercato di fare un album capace di portarli con successo, a livello di suono, nel XXI secolo, senza deludere i fan di lunga data e senza sacrificare il loro sound classico, e fino a un certo punto ci sono perfino riusciti. Dopo la delusione piuttosto pesante di »Prodigal Stranger«, è stato un segnale quanto mai incoraggiante e la prova che le cose stavano tornando nella direzione giusta. Purtroppo su »The Well’s on Fire« mancavano i pezzi ‘senza tempo’, quelli che l’ascoltatore non dimentica mai, per cui non è possibile un vero confronto con i loro evergreen più celebri. Dopo l’uscita di Fisher, che in seguito, dopo una lunga battaglia legale sui meriti di composizione del successo »A Whiter Shade of Pale«, ha ottenuto quello che voleva, i Procol Harum per un bel pezzo non si sono più messi a fare musica nuova e, ormai attempati, si sono dedicati piuttosto ai tour. È stata probabilmente una scelta piuttosto saggia, visto che, nonostante la forma vocale entusiasmante di Brooker, era difficile mantenere l’originale magia ambientale degli anni Sessanta e Settanta e allo stesso tempo suonare il più moderni possibile.
Formazione
Gary Brooker – voce, pianoforte
Matthew Fisher – organo Hammond
Geoff Whitehorn – chitarra
Matt Pegg – basso
Mark Brzezicki – batteria
Keith Reid – testi
MUSICISTI OSPITI:
Roger Taylor (Queen) – cori (2)
Produzione
Rafe McKenna & Procol Harum
Tracklist
1. An Old English Dream (4:41)
2. Shadow Boxed (3:34)
3. A Robe of Silk (2:43)
4. The Blink of an Eye (4:42)
5. The VIP Room (4:55)
6. The Question (5:01)
7. The World Is Rich (5:20)
8. Fellow Travellers (4:47)
9. Wall Street Blues (4:26)
10. The Emperor’s New Clothes (4:17)
11. So Far Behind (3:51)
12. Every Dog Will Have His Day (5:20)
13. Weisselklenzenacht (The Signature) (5:24)