This Wicked Nest
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Helstar
Etichetta: AFM Records
Uscita: 2014
Durata: 51:33
Voto: 4/5
Gli Helstar, leggende texane della vecchia scuola americana dello speed metal, non mollano di un millimetro. Alla fine dello scorso aprile hanno pubblicato per AFM Records il loro terzo vero album in studio dopo la reunion, l’ottavo in totale in carriera! L’hanno già portato in giro per l’Europa e, in questo tour, a metà maggio si sono fermati di nuovo anche a Lubiana. Subito una nota: su questo disco c’è anche un nostro connazionale, il bassista Matej Sušnik, come aiuto in studio. È entrato a suonare il basso al posto del bassista originale della band, Jerry Abarca, che era malato. Matej, uno dei bassisti più talentuosi della giovane guardia, si è guadagnato la piena fiducia di James Rivera e compagni grazie alle collaborazioni dei Metalsteel con James Rivera nel progetto Sabbath Judas Sabbah. Matej ha fatto da bassista di supporto per gli Helstar anche in qualche concerto.
»This Wicked Nest« non è altro che il classico album degli Helstar. I ragazzi mantengono intatta l’essenza del loro marchio e del loro lavoro, un filo che attraversa tutto il periodo dai primi anni Ottanta in poi, quando la band tirò fuori tre album di culto con cui si è scolpita per sempre, a lettere cubitali, sulla mappa del metal mondiale. I tempi sono cambiati. La band è molto più esperta e suona tecnicamente molto meglio di negli anni Ottanta. Solo che l’impatto non riesce più a scioccare come quando è sbucata sulla scena all’epoca. Una squadra così rodata, dove regna un’amicizia di lunga data e nessuno gioca a nascondino, trova compromessi in un attimo e arriva a un’intesa comune quando c’è da mettere in pratica le idee. Visto che lo stile degli Helstar è ormai piantato e riconoscibile, è logico che ogni tanto la band provi a deviare, per quanto lo permettano gli schemi base dello speed/thrash metal. Eh sì. Anche in questo disco la linea sottile tra speed metal e thrash metal è spesso sfumata, e non è certo una novità quando si parla degli Helstar.
I chitarristi Larry Barragan e Rob Trevino sono co-responsabili dei riff di tutti i brani nuovi. Nello strumentale Isla De Las Munecas ha dato una mano con gli arrangiamenti perfino Jeff Loomis (Nevermore). Per quasi tutto l’album (l’eccezione è il brano Cursed) gli Helstar sono praticamente carichi al massimo. Riff taglienti e veloci come un rasoio, con il confine tra speed e thrash metal spesso cancellato, restano la premessa di base del duo di chitarre. Le frasi principali sono di nuovo ben decorate con armonie in terze, suonate a velocità infernale sulle stesse frasi. Ma la parte più gustosa di tutto l’album sono ancora una volta le acrobazie virtuosistiche degli assoli inesauribili di entrambi i chitarristi. A buttare benzina sul fuoco nello sviluppo dinamico dell’album ci pensano l’inventiva e la grande fantasia dell’ottimo Michael Lewis alla batteria, mentre Sušnik è tecnicamente impeccabile nel suo compito. Ovviamente l’elemento più importante della musica degli Helstar, il loro marchio di fabbrica, è lo straordinario urlatore James Rivera, che anche stavolta porta tutta la sua personalità. Il vocalist carismatico è di nuovo tradizionalmente cupo, drammatico senza un attimo di tregua. Semina sensazioni di rovina, male, apocalisse. I temi di base sono di nuovo l’ammiccamento all’occulto, un bel po’ di scenari post-apocalittici nei versi, e la morte come ultimo giudice (e boia). Insomma. I temi preferiti di Rivera, da cui il tipo non si schioda. Anche in questo disco Rivera mette alla prova tutto quello che la sua gola può fare. Incanta l’ascoltatore soprattutto con la prestazione vocale in un brano come Defy The Storm, dove usa insieme un vocione gutturale estremamente aggressivo, che a stento tiene la melodia nelle strofe, e lo completa nel ritornello con un pulito altissimo (la sua ricetta più riconoscibile). Allo stesso tempo, Defy the Storm è uno dei pezzi più aggressivi dell’intero album. Rivera resta un vero diavoletto. L’incarnazione estrema di Dio e Halford in un colpo solo.
Fino al sesto brano, Cursed, l’album rotola alla massima velocità, tra aggressività sfrenata e sinistra minaccia. In pratica gli Helstar scalano la marcia solo per un attimo, in questa parte. In Souls Cry, dove James sviluppa con la voce più melodia. È praticamente il brano più melodico del disco, grazie allo spazio che Rivera si conquista con le linee vocali. Per il resto le cose procedono ancora con la tipica durezza di colpi veementi, aggressività sfrenata e ruvidezza di produzione, come richiede il carattere musicale della band. Poi arriviamo a Cursed, che si stacca un po’ dal resto dell’album. Nel ritornello vira volutamente su un rotolare lento, comandato da un riff «cavo e sordo» abbassato di un semitono. La rovina della maledizione e dell’incantesimo è ancora una volta il cuore del suo messaggio! Eh sì. Si percepisce un lontano, sinistro respiro dei Black Sabbath della vecchia scuola. Un punto particolarmente interessante del disco è anche la conclusiva Magormissabbib. Verrebbe da dire un Nosferatu della nuova era per gli Helstar. Il brano più thrashizzato dell’album, con un riff principale che ricorda le caratteristiche degli approcci della »Bay Area«. In realtà il pezzo dura solo poco più di cinque minuti, e gli ultimi due minuti d’uscita del brano (e dell’album) si chiudono in modo teatrale con una preghiera femminile ad Alahu. È un altro dei brani più complessi dell’album, saldato da diversi cambi improvvisi di motivo e variazioni d’atmosfera, dove l’apocalitticità di Rivera non molla nemmeno per un istante..
»This Wicked Nest« è un nuovo album degli Helstar davvero, davvero ottimo. I brani non hanno tutta la varietà di atmosfere del materiale dell’ottimo predecessore »Glory Of Chaos« (2010), ma la direzione resta una sola. L’apocalisse finale. Un disco pieno di cupezza e del nero più nero che la vostra fantasia riesca a produrre, che conserva l’aggressività eccezionale del predecessore. »The Wicked Nest« ha tutti i marchi di fabbrica tradizionali della band, che ancora una volta ha superato la prova del tempo, vestita dell’ultimo grido della moderna produzione di alto livello, ereditata da »Glory Of Chaos«. È un album che, per le composizioni più lunghe e i molteplici cambi di tempo e di motivo, è un osso più duro da rosicchiare, ma rispetto al passato degli Helstar non è più una novità. Un vero album che non scende a compromessi con nessuno. Un album che i fan degli Helstar accoglieranno a braccia aperte e che piacerà moltissimo anche agli amanti della vecchia scuola dello speed/thrash metal americano. E un’ultima cosa. Di questo album dobbiamo andare particolarmente fieri anche noi cittadini della Repubblica di Slovenia. Non capita proprio ogni giorno che con una band considerata, per attività ed eredità degli anni Ottanta, una delle più importanti nello sviluppo della dottrina metal americana, collabori un musicista sloveno (in questo caso Matej Sušnik). In questo modo anche il metal sloveno (con tutti i suoi sottogeneri) ha ottenuto un grande riconoscimento sulla scena internazionale, anche se il suo valore e la sua alta qualità li riconosciamo troppo poco noi per primi, e spesso li apprezziamo perfino troppo poco.
Formazione
James Rivera – voce
Larry Barragan – chitarra
Rob Trevino – chitarra
Mikey Lewis – batteria
MUSICISTA OSPITE:
Matej Sušnik – basso
Produzione
Helstar
Tracklist
1. Fall Of Dominion
2. Eternal Black
3. This Wicked Nest
4. Souls Cry
5. Isla De Las Munecas
6. Cursed
7. It Has Risen
8. Defy The Swarm
9. Magormissabib