Time Machine

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Nektar
Etichetta: Cleopatra Records
Uscita: year
Durata: 66:53
Voto: 3/5

I mitici prog rocker britannici Nektar, che hanno passato la maggior parte della loro carriera in Germania, motivo per cui qualcuno li butta erroneamente nel calderone della scena krautrock, sono tornati con il nuovo album »Time Machine«. È il loro primo disco in studio di pezzi originali dopo »Book Of Days” (2008) e il primo con il nuovo bassista, l’americano Billy Sherwood (ex-Yes, Conspiracy, Circa), in formazione. L’esperto Sherwood, tra le altre cose anche ottimo chitarrista, che su »Time Machine« ha firmato una produzione eccellente, ha preso il posto del tedesco Petr Pichl e si è unito al capobanda, membro originale, chitarrista e cantante Roye Albrighton, al batterista originale Ron Howden e al tastierista tedesco Klaus Henatsch. Questa nuova incarnazione dei Nektar aveva già fatto buona figura con »A Spoonful of Time« (2012), un album di cover di altri artisti di culto decisamente interessante. Ma, ovviamente, quello che interessava di più a tutti i fan di vecchia data era capire come avrebbe funzionato la nuova formazione nello scrivere e produrre musica nuova.

La prima cosa che si nota di »Time Machine« (in origine l’album doveva chiamarsi »Juggernaut«), ancora prima di infilare il disco nel lettore, è la splendida copertina sci-fi in puro stile Nektar, con stazione spaziale, ape e alieno: un segnale chiarissimo che la band prova a tornare alle radici, cioè ai ‘mitici’ anni Settanta, quando ha messo a segno i suoi lavori migliori. Ma la musica ricorda davvero i loro tempi d’oro, quelli in cui con gli album »A Tab in the Ocean« (1972), »Remember the Future« (1973) e »Recycled« (1975) hanno alzato un sacco di asticelle nell’esplorazione di nuovi confini del rock progressivo? Purtroppo il tentativo di far rivivere la magia vincente stavolta non è riuscito granché: nella maggior parte dei pezzi la band risulta spesso noiosa e senza ispirazione. Anche i singoli arrangiamenti, più o meno, non dicono nulla di nuovo che non si sia già sentito. C’è fin troppo affidarsi a soluzioni sonore semplici e già masticate e rimasticate, anche se da vecchi volponi del genere nessuno si aspetta che in tarda età si facciano portabandiera dell’innovazione.

Eppure di cose positive ce ne sono parecchie, e continueranno ad attirare i fan di lunga data, perché »Time Machine« è, se non altro, un lavoro Nektar perfettamente riconoscibile. I nuovi Nektar suonano rilassatissimi e melodici allo stesso tempo, soprattutto il canto di Roye nella maggior parte dei brani: a partire dal catalizzatore di energia che apre il disco, »A Better Way«, suona incredibilmente giovanile, accompagnato da armonie vocali eteree e da passaggi di chitarra complessi ma anche melodiosi. Il signor Albrighton usa un sacco anche la chitarra acustica, che regala alle varie sezioni un tocco pastorale, mentre i tappeti sinfonici si occupano con gusto di una profondità d’atmosfera ricca di sfumature.

»Set Me Free, Amigo« è un esperimento piuttosto insolito, quasi bizzarro: con la sua melodia morbidina e il delicato scintillio degli organi hammond è in pratica un rocker latino-pop leggero, a tempo medio. Un pezzo del tutto non serio, ben al di sotto del solito blasone di questa leggendaria band, anche se la sezione strumentale funky nella seconda parte non è affatto male. »Destiny«, un altro brano leggero a tempo medio con il culmine in un ritornello melodico, si apre con un assolo di chitarra malinconico, di quelli che sa evocare solo un chitarrista del calibro di Albrighton. Niente di speciale, soprattutto rispetto a ciò di cui erano capaci nei loro giorni migliori, anche se l’atmosfera nostalgica che domina questo pezzo e alcuni altri di »Time Machine« ha senza dubbio il suo fascino.

 »If Only I Could«, quasi 10 minuti di durata, è un altro esempio di brano che, nonostante la lunghezza e la struttura ritmica complessa, non riesce proprio a prendere il volo quando si tratta di creare un’atmosfera emozionante, cioè quella in cui i Nektar in passato erano davvero maestri. Perfino le armonie vocali stavolta suonano un po’ annoiate e forzate, mentre le furbe improvvisazioni di chitarra, tastiere, basso e batteria sono davvero l’unica cosa che cattura davvero l’attenzione in questo pezzo piuttosto mediocre. La title track è uno dei momenti un po’ più ispirati di »Time Machine«, anche se ha un ritornello molto prevedibile e ripetitivo. Quello che non riescono a dare il testo piuttosto banale e la performance vocale parecchio svogliata lo recupera, e con gli interessi, la sezione strumentale molto buona, soprattutto il gustosissimo assolo all’organo hammond.

»Tranquility« si apre con una promettente improvvisazione di chitarra e con eteree armonie vocali. Segue un interessante passaggio in una sezione eterea con trame di sintetizzatore in primo piano. Il resto della composizione, purtroppo, non mantiene le promesse iniziali. »Mocking the Moon« è una ballata dal sapore pastorale con un ritornello allegro e un mood positivo, di cui non dovrebbero andare troppo fieri, visto che dal punto di vista degli arrangiamenti è uno dei pezzi più semplici della loro carriera. »Talk To Me« è un’altra power ballad, con una splendida prova vocale di Roye e un assolo di chitarra gustosissimo, cioè un esperimento insolito, il che non è per forza un male, anche se per una band di questo calibro buttarsi sulle power ballad è una mossa piuttosto comoda, sul filo della ‘santa semplicità’.

Lo strumentale fusion »Juggernaut« è senza dubbio il pezzo più interessante di »Time Machine«; una dimostrazione di prima categoria del talento strumentale della band, con una serie di improvvisazioni toccanti. Un po’ di jazz rock fusion non fa mai male, e qui il tastierista Henatsch si dà alla pazza gioia. Il fan medio dei Nektar da un brano di oltre 10 minuti come »Diamond Eyes« si aspetterebbe un epico all’altezza dei loro lavori migliori. Purtroppo, quello che i Nektar sono riusciti a dire per chiudere l’album è un pezzo guidato da ritmiche funk, parecchio tirato per le lunghe, che nonostante qualche spunto promettente, come insieme non decolla affatto a livello di atmosfera.

Con »Time Machine«, il loro quarto lavoro in studio di materiale inedito dopo il ‘ritorno dalla tomba’ del 2000, i Nektar non scoprono l’acqua calda e in certi punti suonano parecchio stanchi, come se le idee compositive fresche fossero finite, eppure è un disco che a livello di suono è ancora cucito addosso ai fan di lunga data. Evidentemente l’arrivo di Sherwood, pur avendo svolto del tutto dignitosamente i suoi compiti strumentali e di produzione, non ha portato nuovo slancio compositivo, quindi per il prossimo progetto in studio dei Nektar servirà una bella rinfrescata di idee, se le leggende dello space rock vogliono restare una band rilevante in studio.

Formazione

Roye Albrighton – chitarra, voce principale
Klaus Henatsch – tastiere
Billy Sherwood – basso
Ron Howden – batteria, cori

Produzione

Billy Sherwood

Tracklist

1. A Better Way (9:17)
2. Set Me Free, Amigo (5:01)
3. Destiny (5:17)
4. If Only I Could (9:55)
5. Time Machine (8:07)
6. Tranquility (5:06)
7. Mocking The Moon (5:24)
8. Talk To Me (3:55)
9. Juggernaut (4:37)
10. Diamond Eyes (10:14)

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