Time Waits For No Slave

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Autore: Rok Klemše

Artista: Napalm Death
Etichetta: Century Media
Uscita: 2009
Durata: 50:13
Voto: 4/5

Ti ricordi il cartone di Beep Beep e dello sfigato (incapace) Willy il Coyote, che si ritrova di continuo un pianoforte in testa, precipita nel burrone un’infinità di volte, salta in aria in mille modi diversi… Ecco, è esattamente l’effetto che fanno sull’ascoltatore i padri del grindcore, i Napalm Death. Nel 1969 a Birmingham, con i Black Sabbath, nasceva il metal, che negli anni a venire avrebbe partorito mostri sempre più estremi, e 12 anni dopo, nella stessa città, ha sputato fuori i Napalm Death. Sotto l’influenza di hardcore, metal e soprattutto del post punk degli Swans, i britannici hanno inventato una musica incredibilmente aggressiva e brutale, che hanno battezzato grind. Già con il primo disco, Scum, hanno scritto il primo capitolo della storia della musica e, con il pezzo You Suffer di quell’album, sono finiti addirittura nel Guinness dei primati come canzone più breve di tutti i tempi (You Suffer dura esattamente 1,316 secondi).

Sono passati 27 anni dalla nascita della band, non c’è più nemmeno un membro originale, e il leggendario quartetto grind ha appena sfornato il suo 13° album in studio (se escludiamo il disco di cover Leaders Not Followers Pt.2), Time Waits For No Slave. Ti ricordi la prima frase? Perché già il primo pezzo, Strong-Arm, ti lascia addosso la sensazione di una tonnellata di mattoni in testa e di un petardo acceso infilato nelle orecchie. I Napalm Death, dopo un quarto di secolo di carriera, sanno ancora scrivere un pezzo assassino, brutale e aggressivo. Da questo punto di vista si può dire che i ragazzi guardino ai tempi di Scum e From Enslavement to Obliteration, ma con una produzione incomparabilmente migliore e una preparazione tecnica superiore. I grinder puristi ne avranno paura come un black metaller davanti a una croce, ma Time Waits For no Slave è probabilmente il miglior disco della band dai tempi del classico Harmony Corruption. Anche l’atmosfera cupa TWFNS la condivide con quell’album, e pezzi come Diktat funzionano come un caos ben ordinato. La prestazione dei membri è semplicemente splendida, che si tratti della batteria magnifica di Danny Herrera, che supera sé stesso, o del basso forsennato di Shane Embury. Barney dimostra di essere un vocalist sempre più bravo e sul disco letteralmente si sputa fuori polmoni e corde vocali. Quanto mai adatto ai suoi testi di critica sociale! Anche se in alcuni punti sono usati un po’ di “layer” e “overdub” vocali, Barney suona comunque come un cane rabbioso, capace con i suoi ringhi di mettere paura persino a Satana. Il chitarrista Mitch Harris tiene egregiamente testa al basso e sforna alcuni riff eccellenti che mantengono il “trademark” Napalm Death, aggiungendo allo stesso tempo una nota più tecnica, o sperimentale, se vuoi. Mitch aiuta Barney anche con urla malate, creando un equilibrio dinamico tra il growl profondo e gli scream più acuti.

Con Time Waits For No Slave i Napalm Death hanno messo a segno una delle migliori uscite dell’anno finora, che senza dubbio si piazzerà in alto anche a fine anno. I leggendari padri del grind, dopo tutto questo tempo, suonano ancora freschi e incisivi e, anche se oggi suonano parecchio diversi dai tempi di Scum, con il nuovo disco si sono lasciati alle spalle le uscite nella media degli anni Novanta e sono di nuovo sulla strada giusta, a tutta velocità!

Formazione

Mark “Barney” Greenway – voce
Mitch Harris – chitarra, cori
Shane Embury – basso
Danny Herrera – batteria

Produzione

Russ Russel e Napalm Death

Tracklist

1.Strongarm
2.Diktat
3.Work to Rule
4.On the Brink of Extinction
5.Time Waits for No Slave
6.Life and Limb
7.Downbeat Clique
8.Fallacy Dominion
9.Passive Tense
10.Laurency of the Heart
11.Procrastination of the Empty Vessel
12.Feeling Redundant
13.A No-sided Argument
14.De-evolution Ad Nauseum

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