To Keep From Crying

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Comus
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1974
Voto: 2/5

“To Keep From Crying”, secondo album dei Comus, unici pionieri del progressive folk rock, è una delusione pazzesca: alla fine mollerà anche il fan più devoto della band, che per un bel pezzo si romperà la testa a chiedersi invano come si sia potuti precipitare così in basso. Una delle prime domande che si faranno sarà sicuramente come sia stato possibile dopo quell’indimenticabile esordio che è “First Utterance” (1971), uno degli album più originali, provocatori e oscuri del progressive rock di inizio anni ’70, che con la sua miscela di atmosfere inquietanti e mistiche ribolliva di energia indomita, faceva venire la pelle d’oca e portava l’ascoltatore, con una leggerezza da piuma, dalle profondità del cupo Tartaro alle vette dell’Olimpo celeste. Dov’è finito, allora, il loro spirito riconoscibile e unico, fatto di orge dionisiache dissolute, danze selvagge attorno al fuoco nel bosco e odore di sacrifici offerti agli dèi? Si è dissolto tra l’odore dei soldi e un tentativo quasi patetico della Virgin Records di resuscitare una band già morta che, nonostante l’incredibile oscurità, grazie a un esordio eccellente godeva di uno status di culto tra i buongustai della musica, e di avvicinarla al grande pubblico. Così l’avrebbero spinta nella lega di quei rari eletti del progressive rock che raccolsero un enorme successo commerciale nell’anno in cui il genere era all’apice della popolarità. Niente di tutto questo è successo, perché il risultato finale è stato catastrofico e una vera e propria presa in giro di tutto ciò che i Comus avevano rappresentato fino a quel momento. Invece di preservare uno status immacolato, se lo sono sporcato con un fallimentare esperimento pop rock.

Eppure, subito dopo l’uscita dell’esordio tutto lasciava pensare che i Comus avrebbero proseguito con dignità sul loro cammino di suoni e visioni oscure, spaventose e pagane, invece l’anno dopo si sono sciolti, e così non hanno mai pubblicato il concept album che avevano in programma, intitolato “The Malgaard Suite”. Sono quasi sicuro che quest’ultimo sarebbe stato un seguito più che degno dell’esordio, ma il passato, si sa, non si può cambiare. Sembrava che i Comus sarebbero rimasti in un sonno eterno nel loro strano mondo barbarico da cui erano emersi in modo così meraviglioso. Poi, due anni dopo, al capo della band, il cantante Roger Wootton, è saltato in mente non si sa che cosa, e si è piegato agli appetiti dell’etichetta vendendo il suono riconoscibile del gruppo. Il successo commerciale sperato, ovviamente, non è arrivato da nessuna parte, perché i Comus, nonostante la formula del tandem vocale “lui e lei” ancora oggi popolarissima, semplicemente non avevano il pop nel DNA, con due voci troppo poco convenzionali. Parte del motivo del crollo totale del sistema lo attribuisco anche al fatto che, della formazione originale, erano sì rimasti tutti i membri principali, cioè il duo vocale Wooton e Bobbie Watson e il bassista Andy Hellaby, ma senza strumentisti chiave come il talentuoso chitarrista Glenn Goring, il violinista Colin Pearson e il tastierista/flautista Rob Young. A Wooton è comunque riuscito di trovare sostituti più che degni, praticamente da sogno, in maestri come Lindsay Cooper ai fiati (Henry Cow) e il sassofonista Didier Malherbe (Gong). Ma nemmeno due fuoriclasse così sono riusciti a salvare questo album dall’affondamento totale. Di quel loro suono riconoscibile restano solo le voci eccentriche e la linea di basso sorda e oscura. A tutto questo, purtroppo, manca di continuo quell’energia barbarica e mistica che contraddistingueva l’esordio. Tre anni dopo un capolavoro senza tempo, il signor Wooton, su richiesta e alle condizioni della Virgin Records, ha resuscitato il nome leggendario per imbrattarlo con un pop rock disperante. Sia chiaro, non ho niente contro un pop rock di qualità e ben ispirato, perché da amante del prog ho uno spettro musicale piuttosto ampio.

Invece di un approccio di qualità e ispirato, il duo vocale Wooton e Watson ci serve un pop rock noioso con un vago sentore di folk, che ti fa saltare tutti i denti in un attimo. Un paragone azzeccato per il cambio di suono: come se avessi domato una belva feroce e assetata di sangue per poi esibirla al circo, dove balla addobbata di campanellini mentre il pubblico, davanti ai suoi numeri, non fa che sbadigliare per la noia. Alcuni di questi pezzi non meritano altro che una pernacchia, come l’opener “Down (Like A Movie Star)”, che si salva un po’ solo grazie alla voce di Wootton, sempre ottima, e alla riconoscibile linea di basso sorda e oscura, mentre tutto il resto è una pallida ombra della grandezza di un tempo. Tra i disastri più grossi ci sono anche il disperato tentativo di far convivere folk e pop rock in “Figure In Your Dreams”, dove la signorina Watson, con il suo canto strascicato come una quaglia, suona completamente fuori contesto, e “Get Yourself A Man”, un altro esperimento pop-soul disperato e tirato per le lunghe. In fondo un’idea buona, che però purtroppo non dà i frutti sperati. Lo stesso vale per altri due pezzi pop da quattro soldi con un ritornello disperante, “So Long Supernova” e “Perpetual Motion”: crollo totale del sistema, al limite dell’autoparodia. Ogni tanto soffia sì quella brezza giusta di prog folk oscuro, come nella solida “Touch Down” e nella title track epica, ma anche queste sono ancora lontanissime da quello che mi sarei aspettato da loro. Il bassista Hellaby prova in “Waves And Caves” e “Panophany” a creare qualche cortina sonora cupa e a rialzare almeno un po’ l’atmosfera, ma purtroppo si risolve in inutili riempitivi. L’unico brano dell’album degno del nome della band, dove suonano più o meno come li conserverò nella memoria, è l’ottima “Childen Of The Universe”, in cui mettono in mostra un folk rock progressive di qualità, che però è più vicino al suono di gruppi folk più tradizionali come The Strawbs, Fotheringay e Fairport Convention che al loro sound riconoscibile. Le armonie vocali stavolta sono messe esattamente come si deve: con l’epica voce di Wootton in primo piano e Watson che gorgheggia, incaricata delle armonie di accompagnamento. Ma è ovviamente troppo poco, e il risultato finale è un disastro a malapena digeribile, senza vera energia né ispirazione creativa, che farà soffrire tutti noi che dopo l’esordio avevamo dato loro lo status di culto di eroi dimenticati del folk progressivo, e che un prodotto finale così riusciamo a perdonarlo a fatica.

È triste che una delle band più uniche e promettenti della storia del progressive rock si sia congedata in modo così insipido. Sarebbe stato molto meglio se questo album non fosse mai stato registrato, così da restare per sempre nel ricordo come il gruppo che con l’esordio aveva detto tutto quello che aveva da dire. Il flop commerciale e l’accoglienza pessima da parte di quel pugno raro ma fedele di fan li hanno convinti, poco dopo l’uscita di questo album del tutto inutile, che era davvero arrivato il momento dell’addio definitivo. Tutti quelli che si sono entusiasmati per l’esordio, nonostante gli avvertimenti, vorranno ascoltare anche “To Keep From Crying” e alla fine si chiederanno inevitabilmente come sia possibile che i Comus, dopo un inizio simile, siano caduti così in basso e se sia ancora la stessa band. I pochi fan, in fin dei conti, non hanno comunque troppi motivi per piangere, perché l’indimenticabile “First Utterance”, a dispetto della macchia nera che gli ha lasciato addosso “To Keep From Crying”, garantirà per sempre ai Comus lo status di culto di band oscura e incompresa, piena di paradossi incredibili (esordio fenomenale e ultimo album catastrofico), a cui non era destino di entrare tra i grandi nomi del progressive rock, ma che ha conservato la fama di una band come non ce ne saranno mai più.

Formazione

Roger Wootton – voce e chitarra
Bobby Watson – voce e percussioni
Andy Hellaby – basso
Gordon Caxon – batteria
Keith Hale – tastiere
Lindsay Cooper – fiati
Didier Malherbe – sassofono
Philip Barry – percussioni
Tim Kraemer – violoncello

Tracklist

1. Down (Like a Movie Star) (4:07)
2. Touch Down (4:46)
3. Waves and Caves (1:34)
4. Figure In Your Dreams (3:11)
5. Children of the Universe (5:38)
6. So Long Supernova (3:22)
7. Perpetual Motion (4:07)
8. Panophany (0:31)
9. Get Yourself a Man (7:08)
10. To Keep from Crying (5:40)
11. After the Dream (1:00)

Durata dell’album: 41:04

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