Harbour Of Tears

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Camel
Etichetta: Camel Productions
Uscita: 1996
Voto: 5/5

I Camel, guidati dall’indistruttibile chitarrista, cantante e flautista Andy Latimer, sono rimasti anche al terzo decennio di carriera sinonimo di tutto il meglio del prog rock sinfonico. Sono rimasti come uno tra i pochissimi gruppi solitari che hanno plasmato l’età dell’oro del rock progressivo e che, anche in tempi musicalmente cambiati da cima a fondo, hanno continuato a mantenere (o ritrovato) il loro spirito avventuroso e a creare con spontaneità tutto quello che gli andava di creare. Dopo il rientro in grande stile e l’uscita dell’ottimo concept album “Dust And Dreams” (1991), i Camel stavano vivendo una vera e propria rinascita del loro sound, e quando cinque anni dopo hanno pubblicato un nuovo disco, tutti i palati fini della musica potevano aspettarsi, a ragione, che non si sarebbero più fermati e che da lì in poi sarebbe stata solo una salita. “Harbour Of Tears” è l’ennesimo esempio di capolavoro senza tempo, di quelli che sanno fare solo loro, dove l’atmosfera meditativa batte ancora una volta il puro sfoggio tecnico dei singoli strumentisti, che comunque,  è ovvio, anche stavolta sono a un livello invidiabile.

Dopo “The Snow Goose” (1975), “Nude” (1981), “Stationary Traveller” (1984) e “Dust And Dreams” (1991), “Harbour Of Tears” è un altro concept album che porta avanti la loro fortunata tradizione. A differenza dei concept precedenti, stavolta non si parte da un’opera letteraria ma da un fatto storico. L’ispirazione è arrivata quando Andy ha cominciato a scavare nelle sue radici irlandesi (il disco è dedicato alla memoria di suo padre) e nel periodo in cui, alla fine dell’Ottocento, tanti irlandesi impoveriti dalla carestia causata dalla peronospora della patata e dalla discriminazione da parte degli inglesi emigrarono negli Stati Uniti, in cerca di pane e fortuna. E con questo, indirettamente, è iniziata anche la loro lunga lotta per l’indipendenza. Che Andy abbia sangue celtico nelle vene non sorprenderà nessuno che conosca i loro lavori precedenti, in cui qua e là c’era già parecchio pathos celtico. Eppure nessun disco era mai stato così profondamente personale e carico di quella quieta tristezza tipica della musica folk irlandese, di cui stavolta i Camel mescolano alla perfezione gli elementi principali con il loro inconfondibile sound.

Quest’ultimo è diventato ancora un filo più sofisticato, merito soprattutto di arrangiamenti orchestrali da sogno, stavolta persino migliori di quelli del loro capolavoro chiave, “The Snow Goose”. Ma ciò per cui sono sempre stati più riconoscibili è, anche stavolta, la sottigliezza straordinaria che esce dalle corde della chitarra di Andy, che insieme al buon vecchio David Gilmour (Pink Floyd) è uno dei più grandi maestri della slide guitar. I loro stili sono davvero molto simili, con la differenza che Gilmour attinge molto di più dal blues, mentre Latimer porta nel suo sound più elementi jazz. In nessun album precedente del gruppo questa tecnica si esprime così tanto come qui, dove assistiamo ad alcuni dei passaggi chitarristici più belli che si possano immaginare. Vale la pena citare anche i due nuovi membri, Mickey Simmonds (ex-Fish) alle tastiere e John Xepoleas alla batteria, che hanno sostituito con dignità i loro predecessori. Con il gruppo torna a collaborare anche il bassista/cantante David Patton (ex-The Alan Parsons Project). Il disco è più che mai carico di pathos straordinario, di emozioni incredibili e scoppia di passaggi malinconici che in un attimo evocano immagini drammatiche di traumatici viaggi oltreoceano, catturando alla perfezione lo spirito di un’epoca storica. Se questa magia è riuscita così bene, il merito va alla combinazione magistrale di elementi tradizionali del folk irlandese, e quindi dell’autentico melos celtico, con la loro versione estremamente sofisticata del prog sinfonico, intriso di melodia ma pieno di arrangiamenti complessi (apparentemente nascosti).

“Irish Air” si apre con la voce femminile delicata dell’ospite Mae McKenna, che col suo approccio ricorda un po’ Annie Haslam (Renaissance), poi entra una splendida melodia celtica di chitarra acustica e flauto. Segue una ripresa strumentale con l’ingresso raffinato di ampi arrangiamenti orchestrali e le ottime parti di slide guitar di Latimer, che creano una malinconia incredibile insieme a flauto e percussioni, tutti insieme a costruire quell’autentica atmosfera celtica che ci porta sulle rive di un vecchio porto, dove le navi cariche di passeggeri salpano verso la “terra promessa”. Il brano omonimo è carico di una malinconia straordinaria, trasmessa dall’ottima voce di Andy, arricchita da gustose armonie vocali di accompagnamento e da arrangiamenti orchestrali bellissimi, con violoncello e pianoforte in primo piano. La parte più bella arriva però con il finale da gourmet, un assolo di slide guitar. Il breve strumentale “Cobh”, che ci disegna davanti agli occhi un piccolo porto irlandese, è pieno di arrangiamenti orchestrali sottili. Il suono dei violini ci porta all’ottima “Send Home The Slates”, dove alla voce principale si alternano Andy e il bassista aggiunto David Patton. Nel momento in cui gli arrangiamenti orchestrali si fondono con i passaggi strumentali nasce un suono profondissimo, quasi spirituale. È una riuscita fusione di elementi del folk irlandese tradizionale con passaggi di gusto classicheggiante, tipici del sound storico del gruppo, e il risultato è un’atmosfera eccellente. Lo strumentale “Under The Moon” è un’altra occasione in cui Andy può mostrare il suo straordinario talento chitarristico, brillando con un assolo bellissimo e melodico. Il culmine del disco, secondo me, arriva con il fenomenale epico “Watching The Bobbins”, che, tra passaggi incredibili di slide guitar, voce emozionante e arrangiamenti orchestrali profondi, esplode di energia e di atmosfera epica. Le parti di chitarra di Andy sono un vero balsamo per l’anima e, se il signor Gilmour non avesse già fatto qualcosa di simile, le definirei addirittura tra le cose migliori che abbia sentito finora uscire dalle dita di un chitarrista. Quello che piace in particolare è che in questo pezzo si riesce a distinguere con chiarezza ogni minimo dettaglio: dagli assoli di slide guitar, ai suoni intermedi dell’effetto wah-wah, al basso elaborato, ai passaggi intelligenti della batteria fino al suono spaziale delle tastiere. Sicuramente uno dei pezzi migliori e più belli di tutta la loro carriera fin qui. “Generations” è una breve ouverture sinfonica che introduce il brano successivo, l’ottima “Eyes Of Ireland”, carica di energia straordinaria. Anche stavolta Latimer canta con un ardore incredibile e usa un bel motivo di chitarra acustica, accompagnato da arrangiamenti orchestrali sognanti. Si chiude con un passaggio di flauto dai colori celtici. Un pezzo sul quale non è difficile immaginare gli occhi verdi di una bellezza dai capelli rossi che se ne sta tristemente sul molo ad aspettare invano che dalla “terra promessa” torni il suo amato. “Running From Paradise”, aperta da drammatici arrangiamenti orchestrali di colore celtico e da ampi passaggi di flauto e chitarra elettrica, è piena di svolte ed è, per atmosfera, il brano più allegro del disco. Nel secondo minuto arriva infatti una splendida sezione di pianoforte, seguita da un brusco cambio di rotta con passaggi spiritosi di flauto, tastiere e chitarra, che le regalano un’atmosfera estremamente rilassante. “End Of The Day” è una ballata semplice e pacata, che in realtà è un’ouverture al brano successivo. “Coming Of Age” è un altro dei vertici e un autentico classico dei Camel, un epico magico che devi sentire per credere che il gruppo possa ancora una volta superare sé stesso. Anche stavolta Andy intreccia le sue parti di chitarra piangenti in modo meraviglioso attorno a una linea ritmica dinamica, condita con passaggi di tastiera di prima qualità. Particolarmente entusiasmante è il passaggio rilassante nella parte centrale, con un uso splendido del flauto, il suono classicheggiante della chitarra acustica e imponenti tappeti sonori che portano il pezzo a un altro livello. Segue un alternarsi di passaggi che creano di continuo un’atmosfera da sogno. Più avanti possiamo godere anche di qualche riff di chitarra più duro. La conclusiva “The Hour Candle” ha un’introduzione classicheggiante affidata agli arrangiamenti orchestrali, poi entra la slide guitar piangente, che ci serve di nuovo assoli melodici e sottili. Verso la fine, nella composizione rientra il motivo tradizionale irlandese. Chiunque si lamenti dei 14 minuti extra di sciabordio di onde non ha evidentemente colto il senso di questo disco di impronta meditativa, pensato soprattutto per elevare lo spirito più che per un ascolto razionalistico-analitico. Uno dei pregi principali del disco è proprio questo: dietro arrangiamenti melodici e una notevole accessibilità si nasconde una complessità straordinaria, e a ogni ascolto si scopre qualcosa di nuovo.

Ogni volta che ascolto “Harbour Of Tears” mi chiedo come possa la mente umana creare qualcosa di così bello, di così meraviglioso e che eleva lo spirito come questo disco, che porta sempre l’ascoltatore attraverso un vortice di sensazioni incredibili, facendogli rivivere il cuore del concept come se fosse lui stesso parte di quell’epoca. È proprio quello che, in questi tempi in cui siamo abituati a una musica fatta nella stragrande maggioranza dei casi solo per i soldi e che spesso serve a rincretinire una massa emotivamente vuota, per me è una virtù che conta sempre tantissimo. I Camel hanno mostrato ancora una volta quanto valgano oggi un’etichetta indipendente e un approccio libero alla creazione musicale, perché “Harbour Of Tears” non è solo uno dei migliori dischi della loro storia ma, a mio modesto parere, rientra persino tra i più grandi traguardi del rock progressivo degli anni Novanta, e può servire alle future generazioni di musicisti come esempio da manuale di come si crea musica profonda, bella, melodica, rifinita ma anche complessa, senza un briciolo di pretenziosità, di inutili eccessi e di autocelebrazione tecnica.  “Harbour Of Tears” è la prova definitiva che la magia originaria del gruppo è tornata del tutto. Con una combinazione splendida di motivi celtici tradizionali e perfezionismo sinfonico, i Camel hanno creato un altro lavoro di una profondità straordinaria. Godetevi dunque un capolavoro che vi solleverà sempre lo spirito, vi porterà attraverso la catarsi e farà in modo che anche voi rivivrete eventi e sensazioni di tempi lontani e difficili e di un viaggio che voi stessi non avete mai vissuto. Una vittoria completa dell’ampiezza di spirito sui ristretti principi tecnici.

Formazione

Andrew Latimer – voce, chitarra, flauto, tastiere, tin whistle irlandese
Colin Bass – basso, cori
David Patton – basso, cori
Mickey Simmonds – tastiere
John Xepoleas – batteria
Mae Mckenna – voce a cappella
Neil Panton – oboe, sax soprano, armonium
John Burton – corno francese
Barry Phillips – violoncello
Karen Bentley – violino
Anita Stoneham – violino

Produzione

Andrew Latimer e Colin Bass

Tracklist

1. Irish Air (0:57)
2. Irish Air (instrumental Reprise) (1:57)
3. Harbour Of Tears (3:13)
4. Cobh (0:51)
5. Send Home The Slates (4:23)
6. Under The Moon (1:16)
7. Watching The Bobbins (7:14)
8. Generations (1:02)
9. Eyes Of Ireland (3:09)
10. Running From Paradise (5:21)
11. End Of The Day (2:29)
12. Coming Of Age (7:22)
13. The Hour Candle (A Song For My Father (23:00)

Durata del disco: 62:14

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