To The Metal
Artista: Gamma Ray
Etichetta: Ear Music Records
Uscita: 2010
Durata: 48:21
Voto: 4/5
Ed è arrivato il momento del nuovo album dei Gamma Ray. Tiriamo fuori subito il verdetto finale dal cilindro: più ispirato degli ultimi due lavori in studio della band e più vicino alle sensazioni della micidiale tripletta ”No World Order!” (2001), “Powerplant” (1999) e ”Somewhere Out In Space” (1998). I Gamma Ray vanno avanti per il 12° anno di fila con la stessa formazione. Una formazione che, soprattutto tra il 1998 e il 2001, si è guadagnata un pedigree di tutto rispetto e un bel peso specifico sulla scena power metal, che a dirla tutta oggi è meno in voga e meno interessante per la grande massa metallara, che giura soprattutto sui rami più estremi del genere. Ma non piangiamoci addosso. Sono cicli, e girano a intervalli regolari. Magari proprio il titolo dell’album, “To The Metal”, frase abusata o no, è il portatore di un nuovo ciclo.
“To The Metal” è un album eccellente, che riporta i Gamma Ray ai tempi migliori. Certo, non offre contenuti interessanti come quelli che ci siamo goduti a cavallo del millennio, ma di sicuro non annega in un mare di motivi già collaudati (“Majestic”, 2005), né ricorre in modo smaccato ai classici trucchi di altri artisti, soprattutto degli Iron Maiden, cosa che non era difficile notare su “Land Of The Free pt. II” (2007).
L’opener Empathy spiazza per drammaticità. Colpisce senza troppi complimenti, senza leccare nessuno, senza preavviso. Per la via più breve, con un diretto al mento! Empathy è interessante soprattutto per certi ricami melodici di chitarra, con un tocco di “arabesco”, che sottolinea l’atmosfera gelida e apocalittica del pezzo con una bella dose di cattiveria. Il ritornello è tipicamente “alla Gamma Ray”. Morbida ti scava dentro con decisione nell’umore, soprattutto grazie alla produzione succosa e allo svolgersi di un tempo medio. I riff suonano cataclismatici, gonfi di muscoli, il ritmo si stringe forte e si porta il riffing di chitarra dritto in grembo. La cosa più interessante, però, è la linea di basso arrotolata, come non se ne ricordano in questo tipo di produzione power metal nella carriera dei Gamma Ray, dove di solito a prendere l’iniziativa nel suono sono le chitarre affilate e il rotolare della doppia cassa. Il basso sull’album si sente più volte in modo chiaro e distinto, e questo arricchisce la dinamica sonora e il dramma stesso dei brani. Empathy è interessante anche perché non è un pezzo tirato sul piano della velocità, cosa che ti aspetteresti in apertura di disco. Con un’energia, un arrangiamento e una produzione molto simili, più avanti nell’album ci arriva vicino anche Mother Angel, che tra i brani è quello che ammicca più spudoratamente alle radici del riff classico dei Judas Priest.
In Time To Live, dal ritornello solare, Zimmermann impressiona con la sua virtuosità e con qualche escursione occasionale di terzine con cui ravviva il lavoro dei pedali della doppia cassa (strofa).
All You Need To Know, secondo brano della serie in cui ospita il “buddista profumato e ripulito dal metal” Michael Kiske (ex-Helloween, Place Vendome), evoca nel ritornello il tipico canto inneggiante, vicino alla melodia degli Edguy o a quella che sentiamo nel progetto Avantasia. A questo contribuisce molto il timbro di Kiske, che rientra nella categoria di Tobias Sammet, altrimenti cantante degli Edguy. Per via del prestito nell’ordine delle parole nei versi del ritornello, qualcuno potrebbe stuzzicarsi pensando al brano One With The World (“Sigh No More”, 1991). È la seconda collaborazione di Michael Kiske con i Gamma Ray dopo il 1996, quando Kiske prestò la voce solista al brano Time To Break Free (“Land Of The Free”, 1996).
Il contrasto tra la strofa velenosa, accelerata e arrogante, guidata alla voce da Hansen, e il pomposo ritornello di All You Need To Know lo ritroviamo anche negli altri brani dell’album. Il classico packaging Gamma Ray, diremmo. Packaging che avvolge anche Shine Forever. Qui, nella strofa, la band spinge ancora di più sull’acceleratore e raggiunge in realtà la velocità massima e il picco di aggressività dell’album. Come tale avrebbe fatto scintille soprattutto come numero 1 nella scaletta di questo disco. Il modo in cui Hansen canta nella strofa di Shine Forever dimostra perché questo maestro oggi può ancora portare sui palchi di tutto il mondo il classico degli Helloween Ride The Sky. L’aggiunta del vocal “cookie monster” alla voce melodica di base di Kai Hansen nella strofa dimostra che l’attuale simpatia per le forme estreme del metal ha sfiorato di sfuggita anche i Gamma Ray. Una variazione azzeccata. Alla sfilza di contrasti “strofa aggressiva – ritornello melodico” segue Deadlands. La melodia del motivo d’apertura richiama per un attimo quella del pezzo degli Helloween Where The Rain Grows (1994), ma subito dopo la figura Gamma Ray al completo è di nuovo con noi. In questa categoria rientra senza fatica anche Chasing Shadows, che dopo la più diretta Deadlands continua a mantenere alto, con efficacia, il livello di un ottimo equilibrio tra impatto, pompa epica e risalto melodico dei motivi guida. La parte centrale, con un fugace dialogo tra assoli infuocati di chitarra e tastiere (sì, tastiere!), ricorda i trucchetti degli Stratovarius, ma il trucco è usato “in tracce”. Come una spezia gradita. Hansen morde con rabbia per tutto il tempo, e la sua voce gelida, puntata in alto, con un pizzico della tipica gutturalità, crea con intensità il campo di massima potenza della formula metal dei Gamma Ray. Rise nei primi secondi dell’apertura al basso ricorda la melodia degli Iron Maiden in The Clansman. È un altro schiacciasassi, in cui la band sviluppa ancora una volta, più che efficacemente, il contrasto descritto.
Dal paragrafo qui sopra avrete forse già intuito che i brani sono costruiti alla perfezione, raggiungono una rifinitura melodica dei motivi guida e una grande varietà di contrasti. Stavolta è quindi difficile indicare i picchi dell’album, e la scelta dei preferiti personali è tutta una questione di percezione musicale individuale di ogni ascoltatore. E fidatevi: stavolta la scelta dei preferiti sarà tutt’altro che facile.
Non dimentichiamo nemmeno il brano To The Metal, con il suo ritmo “da fabbro” a tempo medio, che chiama un po’ sfortunatamente in causa i paralleli con i canti da pompaggio di muscoli dei Manowar, ormai belli sbiaditi e “ebeti e infantili”. Con il pezzo in sé non c’è niente che non va, ha il suo scopo e non è il primo tentativo del genere della band (Heavy Metal Universe, “Powerplant”, 1999), ma è il momento meno interessante dell’album. Se ascolti con più attenzione il riff della strofa, non è difficile intuire che qualcosa di simile adorna già il brano Metal Gods dei Judas Priest.
La conclusiva No Need To Cry è un tentativo di far rivivere l’energia del brano Shine On dall’album “Somewhere Out In Space” (1998). Il pezzo è meno riuscito: in mezzo agli arrangiamenti acustici della parte centrale, più tranquilla, la band perde il filo (si fa notare in primo piano, anche troppo, la voce rauca del bassista Dirk Schlaechter). In generale suonano piuttosto fiacche le armonie vocali stese sopra un accompagnamento “unplugged”. Di certo è un brano che con la sua struttura variegata si stacca un po’ dal resto del disco e rappresenta di per sé una particolarità nell’opera dei Gamma Ray. Ai fan della band, però, non serve farsi troppe paturnie, perché prima o poi, senza grossi problemi, ci faranno amicizia. La band stessa probabilmente aveva già capito che si tratta di una deviazione nell’album, per questo No Need To Cry ha senso che stia in chiusura.
“To The Metal” è sfuggito con successo alla sensazione che si era attaccata ai Gamma Ray negli ultimi anni: che siano finiti, che il tempo li abbia travolti e che non raggiungeranno mai più il livello dei giorni d’oro della creatività. Alla classica composizione strofa-ritornello, che sugli ultimi due album suonava stanca, meno ispirata e palesemente affetta da un’acuta autoripetizione del “già detto”, hanno aggiunto di nuovo una marea di passaggi interessanti, parti strumentali centrali condite da maestri, che entusiasmano per l’alta virtuosità e per gli scintillanti intrecci solistici del duo di chitarre Hansen/Richter. Questo mette il nuovo album vicinissimo ai dischi più interessanti dei Gamma Ray! Ancora meno vario e spiritoso di “Powerplant”, ma album più complesso nella struttura rispetto al più diretto “No World Order!”. “To The Metal” non potrebbe definire meglio il classico principio “power metal” nel 2010, con le radici ben piantate nel suolo tedesco. Un obbligo per tutti i fedeli del genere e per tutti voi che oggi vi siete “per sbaglio” dimenticati come si serve nel metal la combinazione seducente di arroganza e impatto, con il massimo sfruttamento della melodia piazzata!
Formazione
Kai Hansen – voce, chitarra
Henjo Richter – chitarra, tastiere
Dirk Schlächter – basso, voce nel brano n. 10
Dan Zimmermann – batteria
MUSICISTI OSPITI:
Michael Kiske – voce nel brano n. 2
Nadine Nottbohm – cori nei brani n. 2 e 6
Corvin Bahn – tastiere
Produzione
Dirk Schlächter & Kai Hansen
Tracklist
1. Empathy
2. All You Need To Know
3. Time To Live
4. To The Metal
5. Rise
6. Mother Angel
7. Shine Forever
8. Deadlands
9. Chasing Shadows
10. No Need To Cry