TOOL a Zagabria

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Luogo: Dom Sportova, Zagabria / Croazia
Data del concerto: 03.09.2007
Numero di spettatori: 1
Prezzo del biglietto: 280 kune (40 €)

 Tool sono un’extravaganza. I Tool sono una provocazione per gli occhi e per le orecchie, un balsamo per l’anima di ogni amante dei suoni alternativi che cerca un equilibrio ben calibrato tra sensualità, brutalità nascosta, sarcasmo, introspezioni filosofiche nell’essenza e nel midollo dell’esistere, e di chiunque consideri l’arte d’avanguardia un motivo più che sufficiente per andare a un concerto. Il motivo per cui avevamo drizzato le antenne sulla scena live qui vicino era saltato fuori già un paio di mesi prima, quando le voci avevano cominciato a farsi sempre più insistenti: il quartetto americano aveva intenzione di farci visita a settembre. Un boccone bello grosso. Per gli organizzatori e per tutti i buongustai che a Zagabria erano andati l’ultima volta l’anno scorso, quando sul palco c’erano i Pearl Jam. E appena un anno dopo, tour ed epica promozione dell’ultimo album 10.000 Days portano nella capitale croata i pezzi da novanta di Los Angeles …

È arrivato martedì 4 settembre. La strada, avvolta in pioggia e freddo autunnale, si apriva lenta davanti alle ruote dell’auto di un amico. Quasi troppo lenta per tre entusiasti che, come una dozzina di invasati sloveni, si erano messi in cammino per il pellegrinaggio a Zagabria. Dall’arena all’aperto dove un mese prima avevamo potuto ammirare i Korn, il complesso sportivo Šalata, gli organizzatori hanno spostato lo spettacolo di stavolta nel palasport coperto di Dom Sportova. Grazie a Dio. Niente lotta con il maltempo e pure il suono sarà molto migliore. Dopo poco più di due ore di odissea oltre la linea di confine di Schengen, tra qualche intoppo, siamo comunque arrivati a destinazione. Davanti al palazzetto brulicavano già ragazzi e ragazze ammassati all’ingresso. Stavolta i buttafuori erano parecchio rigidi. Niente macchine fotografiche. Vietati anche zaini e borse di qualsiasi tipo. Dopo aver lasciato tutti i chili di troppo di bagagli e vestiti da viaggio in un guardaroba piuttosto stretto, ma organizzato benissimo, è arrivato il momento dell’ultima birra e di un giro tra le bancarelle con CD, DVD, magliette e tutti gli altri gadget TOOL. Il concerto doveva cominciare verso le nove. Dopo il concerto dell’anno scorso a cui avevo assistito a Bologna e poco dopo anche a Jesolo, sapevo che sarebbe partito puntuale all’ora prevista, quindi bisognava accaparrarsi presto il posto migliore possibile nel palazzetto. Il parterre era pieno fino all’ultimo angolino, mentre sugli spalti si poteva ancora avvicinarsi un po’ di più al palco.

Le nove sono scoccate. Il palazzetto si è vestito di buio e sul palco sono entrate le sagome degli sciamani alternativi dei TOOL. L’applauso fragoroso e le urla di una folla di circa seimila teste crescevano di secondo in secondo. Sul palco sale per primo Danny Carey, che si siede dietro la grande batteria. Subito dopo di lui prendono posto anche il direttore artistico e guru delle visuals, il chitarrista Adam Jones, e il bassista dai capelli lunghi Justin Cancellor. Dalle casse esplodono i ritmi cristallini del primo pezzo del concerto, la canzone Jambi. I grandi schermi alle spalle del palco si sono accesi di fiamme e davanti allo schermo si vedeva anche il numero uno della band – il cantante Maynard James Keenan, che per l’evento di stasera si era calcato in testa un cappello da cowboy. “Here from the king’s mountain view / Here from the wild dream come true / Feast like a sultan I do / On treasures / And flesh, never few”. Il primo salto elementare della folla a un livello superiore era stato messo a segno. Nessun compromesso. Nessuno spreco inutile di energia. Già dopo le prime battute si poteva sentire e quasi assaggiare l’aria densa, carica di emozioni, del palazzetto. Dopo un paio di minuti di sfogo di perfezione musicale, rovinata appena un po’ dal fatto che le voci di Maynard erano troppo basse, il pezzo si chiude in un climax di distorsione densa come sangue, fenomenali inserti di batteria e linee di basso a cui non manca nemmeno un grammo di palle. Dopo una breve pausa tra il primo pezzo, al quale il pubblico ha risposto con un ruggito da belva affamata di intenso piacere sessuale, le visuals sullo sfondo hanno annunciato la prima gita nei “tempi d’oro” del fenomenale disco Ænima, il singolo ‘Stinkfist’, che stavolta i TOOL hanno rimaneggiato un po’. Soprattutto allungato, ma nemmeno un secondo del pezzo suonava di troppo. È una dimostrazione di veemenza, di potenza scenica e di intrattenimento ponderato. Maynard si confronta frontalmente con la folla, e l’intero complesso di esecutori sul palco e la massa che canta a squarciagola i versi del brano si possono descrivere come un’unica cosa inseparabile. “Show me that you love me and that we belong together / Shoulder deep within the borderline / Relax, turn around and take my hand.” Ogni tentativo di convincere è superfluo. Zagabria è nelle mani della band, sulla linea del prevedibile e dell’atteso. Dopo il primo singolo ne segue un altro dallo stesso album. ’46&2′. Un intreccio di illusioni e deliri. Un intreccio di angeli e demoni. L’essenza dell’essenza introspettiva è l’ascesa a un altopiano evolutivo superiore dell’esistenza. I TOOL, dopo un breve viaggio nel passato, hanno deciso di imboccare direzioni completamente nuove. Da un anno e mezzo presentano il frutto dell’ultimo sforzo mentale. L’album 10.000 Days è un degno successore dei precedenti, ma forse i pezzi sono serviti un po’ troppo al primo colpo. Forse perché ho cominciato a respirarli e a viverli dal primo giorno di uscita del disco. La tendenziosità dell’ultimo album non mi smuove come i gioielli del passato. In effetti, nel prosieguo abbiamo ricevuto più o meno una lezione di filosofia 10.000 Days. ‘Schism’ sfocia in ‘Rosetta’ e i frattali della coscienza si sciolgono nella psichedelia di un bombardamento audiovisivo per excellence. La prima doccia fredda, che mi ha fatto sospettare che forse non è tutto oro quel che luccica, è arrivata nel brano epicamente lungo ‘Vicarious’. In realtà era solo una jam session, durante la quale Maynard ha potuto andarsi a riposare un po’ dietro le quinte. A convincermi di più è la linea di basso con cui Cancellor riempie le volte del palazzetto fino alla soglia del dolore, e non pochi occhi erano incollati dalle parti di Carey, che secondo molti conoscitori dei segreti della batteria è uno dei migliori batteristi del rock di oggi. I passaggi che infila con sottigliezza jazz e precisione metronomica rock, come se niente fosse, suonano come un gioco. Non si potrebbe fare a meno di tutto questo se chi spara raffiche di suono non credesse in ciò che fa, con un cuore grande e una fede maniacale che sconfina nella follia artistica. Ma il finale del pezzo somigliava molto di più a un esperimento artistico, dove in sala hai le cavie da laboratorio e la band è un quartetto di scienziati pazzi che regola le frequenze secondo la voglia di vedere fin dove si può arrivare. Stavolta sono andati avanti con cinque minuti di fischi ed effetti, e con il fatto di essere spariti dal palco per tutto quel tempo, un po’ troppo. Rubano tempo e accumulano minutaggio per poter filare via prima, sento dietro di me. Mi aspettavo quasi che fosse finita lì e che non sarebbero tornati. Invece arrivano e proseguono con un doppio ritorno al passato. Intendo dire che hanno strofinato via, sì in modo brillante ma con un’energia nella sfera della riserva consapevole, ‘Flood’, che al loro concerto stavolta ho sentito per la prima volta, e il gioiello del disco Lateralus, il pezzo ‘Lateralus’. “I embrace my desire to / I embrace my desire to / feel the rhythm, to feel connected enough to step aside / and weep like a widow / to feel inspired to fathom the power, to witness the beauty, to bathe in the fountain / to swing on the spiral / to swing on the spiral / to swing on the spiral of our divinity and still be a human.” Fragilità e umanità in lotta con il divino. Molti hanno sentito di nuovo l’impennata e il desiderio di una trascendenza infinita, ma stavolta non è arrivata, perché dopo il pezzo Maynard ha soffiato nel microfono qualcosa di simile a un saluto e a una promessa che torneranno, poi i TOOL hanno suonato l’ultimo pezzo – ‘Vicarious’ – e hanno lasciato Zagabria dopo appena un’ora e mezza di concerto.

Le sensazioni dopo quello che avevo visto erano contrastanti – da una parte la voglia di averne ancora e la consapevolezza che il concerto avrebbe potuto durare di più, dall’altra una sensazione che dopo un concerto dei TOOL non avevo mai provato: il concerto è stato, musicalmente parlando, il più vicino alla perfezione finora. Disturbano la routine e i atteggiamenti da star del signor Maynard, che decide arbitrariamente quando basta. Dai un’occhiata alla setlist allegata e al fatto che avremmo dovuto vedere ancora un pezzo perché il concerto fosse un tutto compiuto. Stavolta i TOOL ci hanno servito una glassa agrodolce di quello che l’alternative di oggi può offrirti al massimo. Secondo me sono in tour da un po’ troppo e ormai è tempo di una breve pausa live – per non farcene indigestione. Sai com’è: se mangi arrosto ogni giorno, poi non ha più niente di speciale e per le feste fai fatica a trovare qualcosa che ti porti all’estasi da buongustaio. D’altra parte vale la pena lodare l’organizzazione esemplare e il pubblico fenomenale, che ha dato al concerto la giusta dose di sudore, adrenalina ed estasi. E questo è un motivo in più perché la prossima volta, per dire il mese prossimo, quando a Zagabria arriveranno i Muse, non siano in molti a esitare e a non prenotarsi il proprio posto sotto il palco zagabrese.

Setlist

1 Jambi 2. Stinkfist (long version) 3. 46&2 4. Schism 5. Rosetta 6. Vicarious jam 7. Flood 8. Lateralus 9. Vicarious

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