U.D.O. – la rinascita di una leggenda del metal e il “blitzkrieg” su Zlin (2019)

ALEŠ PODBREŽNIK
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Luogo: Zlin / Masters Of Rock Cafe / Repubblica Ceca
Data: domenica, 17.02.2019


Benvenuti nell’acciaieria! «Steelfactory» è il 16° album in studio in totale dei celebri heavy metaller tedeschi U.D.O., guidati dalla figura unica e inconfondibile di Udo Dirkschneider. Udo è un uomo, è un mito, è una leggenda. Nel 1967 ha fondato nella città tedesca di Solingen i pionieristici Accept e con la sua voce carismatica e il suo approccio unico ha co-definito e co-plasmato il concetto stesso di heavy metal. Ogni volta che pensi a Udo Dirkschneider, ti viene in automatico in mente l’epoca dei pionieri dell’heavy metal, quando sul pianeta di band ce n’erano meno, ma ognuna era buona e anche di più. Ognuna completamente originale e fuori dagli schemi. E gli Accept sono stati tra i primi a battere quella strada, aprendo con la loro visione le porte agli altri.

Facciamo un rapido salto in avanti. Di oltre cinque decenni. Nel 2019, appunto. Il nostro Udo quest’anno metterà in cassaforte già 68 primavere, ma il nuovo, eccellente album in studio «Steelfactory» dei suoi U.D.O., con cui bazzica il pianeta dal 1987, non denota la minima crisi d’idee o vuoto di ispirazione. Anzi. Udo ci urla dentro con una grinta, un’energia e una passione intatte. A tratti sembra più carico che mai, e il nuovo disco è il documento di una freschezza e di un’ispirazione fuori dal comune, contagiate dagli ultimi tre anni, in cui gli U.D.O. hanno suonato nei loro tour, sotto il nome Dirkschneider, esclusivamente materiale degli Accept.

Il nuovo tour europeo di «Steelfactory» è entrato nel vivo al momento giusto e la band si è fermata per la terza volta in tre giorni consecutivi sul suolo della Repubblica Ceca, suonando anche a Zlin, nel celebre locale Masters of Rock Cafe. Il piano originale di Rockline era di beccare gli U.D.O. a Memmingen, in Germania, perché la data cadeva alla perfezione in un giorno libero, venerdì 08.02.2019, nel giorno della festa nazionale della cultura slovena, ma poi si è scoperto che combinando i concerti degli U.D.O. con quelli dell’attuale tour degli Uriah Heep si potevano collegare ben quattro serate di fila, lungo la tratta Vienna–Praga–Hluk–Zlin, riuscendo a vedere gli U.D.O. in due concerti (Praga, Zlin).

Perché proprio Zlin? Primo, perché qui finalmente abbiamo beccato gli U.D.O. nel ruolo di unico headliner. Secondo, perché eravamo curiosi di vedere com’è fatto ‘sto famoso Masters Of Rock Cafe. Ci andiamo infatti da anni, ma ogni volta salta fuori qualcosa che ci blocca la gita. Terzo, per scambiare due parole con l’eroe del metal sloveno Tilen Hudrap, diventato lo scorso autunno membro fisso della formazione degli U.D.O. Quarto, perché in Repubblica Ceca ci troviamo molto, molto bene, eccetera…

I Dead City Ruins, matador dell’hard rock australiano che accompagnano gli U.D.O. nell’attuale tour come gruppo spalla, ce li siamo persi di nuovo. La simpatia di cui sopra per la Repubblica Ceca, infatti, ci è quasi passata per colpa della “altezzosa” e tutt’altro che gentile addetta stampa del promoter locale, che ha letteralmente “recitato” la parte di chi non ne sapeva nulla del fatto che fossimo nella lista dei media accreditati. Siamo entrati passando dal management, visto che i cechi non rispondevano alle nostre richieste. Abbiamo lottato così a lungo per un normale ingresso nel locale (più di mezz’ora) che gli hard rocker australiani Dead City Ruins avevano nel frattempo già finito di suonare, quindi speriamo di beccarli su qualche palco un’altra volta. In programma, sotto sotto, c’è infatti una capatina al concerto degli U.D.O. a Parma, il 4.4.2019. Vedremo. Comunque sia, dopo qualche manovra e una testarda perseveranza (la cocciutaggine ogni tanto paga), io e il mio collega siamo riusciti a rompere il ghiaccio e a entrare. Era pieno fino all’ultimo angolino. Sicuramente con decisamente troppi biglietti venduti rispetto a quanto consentirebbe la sicurezza antincendio del locale. Il posto è davvero carino. L’ingresso è piacevole, le pareti sono tappezzate da un’ottima galleria di eventi live che si sono susseguiti nella storia del club e poi, cosa più importante di tutte, c’è un bancone spazioso. Poi la sala vera e propria, dove si sono infilate circa 800, forse quasi 1000 persone, a boccheggiare. Stipati come sardine. Di conseguenza condizioni estremamente soffocanti, che impedivano di respirare normalmente. L’ossigeno scarseggia, in aria si diffonde una cappa di afa. Vapore. Gli obiettivi si appannano di brutto e non permettono all’attrezzatura foto di funzionare normalmente, nemmeno le batterie ubbidiscono come al solito. Roba da matti. Il sudore cola a fiotti da tutti. Il locale è letteralmente zuppo e infernalmente soffocante. Mischiato, ovviamente, ai vapori dell’alcol. La gente si cammina addosso.

La band si è presentata da vera professionista e ha picchiato duro. Anche in condizioni del genere. Non si è risparmiata. Il generale Udo, in un’atmosfera davvero infernale, ha mostrato ancora una volta tutta la sua statura caratteriale e il suo grande cuore, sfidando per due ore sul palco un ginocchio malandato e cantando a pieni polmoni. Anche stavolta la sua prestazione vocale ha semplicemente lasciato a bocca aperta. La teatralità che tira fuori con quello stridore marchio di fabbrica e inconfondibile, la capacità ancora straordinariamente efficace e convincente di raggiungere le note più alte, che acchiappa alla grande con le sue urla. Con tutto ciò, il tipo se la cava con grande abilità anche con qualche adattamento e aggiustamento vocale occasionale. Come detto, stavolta il clima di certo non gli dava una mano e di questi adattamenti ce ne sono stati un po’ più del solito. Ci si aggiunge il calore che arriva dai riflettori del palco, che il grande musicista ha dovuto sopportare per tutto il tempo. Ma che la cosa lo abbia disturbato in modo particolare, non l’ha dato a vedere nemmeno per un istante. Ha guidato lo show a modo suo, con qualche saluto al pubblico in cui adora usare la formula sintetica: «All right! Thank you Zlin!», preferendo concentrarsi sull’esecuzione. Ed è proprio questo che conta.

Come abbiamo visto nel report del concerto di due giorni prima, quando gli U.D.O. hanno suonato a Praga, dopo tanto tempo Udo Dirkschneider è armato di una squadra di giovani puledri della musica, che non sono solo ottimi, anzi eccellenti musicisti, ma hanno anche trovato un’intesa fenomenale tra loro. Tra loro e, ovviamente, con Udo. E si sente. L’attività sul palco del quintetto è infatti eccezionale. E parlo di condizioni di concerto più difficili del solito, quelle che gli U.D.O. hanno trovato a Zlin. Oltre al russo Andrey Smirnov, che suona con Udo dall’album «Steelhammer», gli altri tre ragazzi sono di più recente arrivo. Il primo è ovviamente il figlio di Udo, Sven Dirkschneider, entrato negli U.D.O. nel periodo in cui la band si era temporaneamente ribattezzata Dirkschneider, poi due new entry: lo sloveno Tilen Hudrap al basso, che ha sostituito Fitty Weinhold, e il belga Fabian «Dee» Dammers. Con una squadra così Udo si è ritrovato una guarnigione generazionale di musicisti che possono capirsi alla grande anche sul piano dell’amicizia e che, proprio per il divario generazionale, riesce anche a guidare e comandare con più facilità. Udo ha messo insieme, insomma, una band di supporto che comunica in modo eccellente, si percepisce d’istinto e si intende al volo. Visto che è relativamente nuova, i legami cresceranno ancora in futuro e la squadra si rafforzerà ulteriormente. È una buona base anche per registrare nuovi album.

A Zlin la band ha inserito in scaletta anche il classico Timebomb («Timebomb», 1991), ma per il resto si è attenuta al repertorio che avevamo già goduto due giorni prima al concerto di Praga. E ha spazzato via tutto e tutti. Gli ottimi assoli dello straordinario Smirnov, completato dalle qualità di Dammers, la comunicazione reciproca del quintetto, sicura, incredibilmente spavalda e rilassata. Un Tilen Hudrap scatenato, che ha di nuovo infiammato teatralmente il pubblico nel discorso prima di Hungry And Angry. Pazzesco. Giù il cappello e tutto il nostro rispetto a questo ragazzo eccezionale, che mantiene tutto il suo cuore, la sua fede, la sua dedizione e la sua sincerità, perché sa bene che solo questo conta e che solo questo ti porta da qualche parte.

La scaletta, semplicemente fantastica. Il nuovo album era rappresentato da cinque pezzi. L’autore di questo pezzo sotto sotto desiderava anche Bood On Fire, ma è stato comunque ampiamente appagato da: Tongue Reaper, Make the Move, Hungry And Angry, In the Heat of the Night e soprattutto dall’inno altezzoso One Heart One Soul! Una dopo l’altra hanno dimostrato quanto sia potente l’album «Steelfactory». Tra gli altri pezzi hanno fatto particolarmente bene soprattutto l’incredibile Independence Day («Solid», 1997), poi Heart of Gold («Faceless World», 1990), e due eccezionali brani più cadenzati, da medio a veloce, I Give As Good As I Get («Rev-Raptor», 2011) e il classico di «Animal House» (1987) In the Darkness. Anche la già citata tempesta devastatrice Timebomb ha scosso in modo velenoso le vertebre cervicali delle teste sudate e arruffate del pubblico «pressato», mentre il baccano assoluto è stato annunciato poco dopo in scaletta dalla monellesca 24/7 («Mission No. X», 2007). Anche i due bis sono suonati e risuonati in modo teatrale all’estremo. Nel primo Udo e compagni hanno combinato la title track dell’album «Holy» (1999) con la title track dell’esordio «Animal House», e il pubblico gli ha continuato a mangiare in mano con una fame inesauribile. Nel secondo bis la band è partita con la title track dell’album «Man And Machine» (2002) e ha chiuso il concerto con un apice teatrale, eseguendo un altro classico di «Animal House», They Want War.

Cosa dire in chiusura? Non molto, visto che la musica parla da sé. Solo che il concerto dei leggendari U.D.O. è una cosa che l’appassionato della scuola teutonica dei pionieri dell’heavy metal tedesco deve semplicemente vivere. Se non altro per rendere omaggio a una leggenda che conserva tutto il suo carisma, la sua carica contagiosa, un’esposizione vocale straordinaria, e per rendere omaggio a tutta quella tenacia e quell’intransigenza generate dal suo cuore e dalla sua dedizione. Negli anni. Attraverso cinque giganteschi decenni di sacrificio e impegno musicale.

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik


Scaletta:
1. Tongue Reaper
2. Make the Move
3. 24/7
4. Mastercutor
5. A Cry of a Nation
6. Metal Machine
7. Independence Day
8. In the Heat of the Night
9. Vendetta
10. Rising High
11. In the Darkness
12. I Give as Good as I Get
13. Timebomb
14. Hungry and Angry
15. Heart of Gold
16. One Heart One Soul
—primo bis—
17. Holy
18. Animal House
—secondo bis—
19. Man and Machine
20. They Want War


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