Uriah Heep – leggende del rock che vivono il loro sogno (2019)

ALEŠ PODBREŽNIK
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Luogo: Hluk / Sportovni hala / Repubblica Ceca
Data: sabato, 16.02.2019


Dopo il report di RockLine dal concerto degli Uriah Heep a Vienna, a San Valentino, il 14.02.2019, che alcuni eletti Terrestri, un 380 km più a sud, hanno preferito passare al concerto di Zdravko Ćolić, e dopo il giorno seguente, il 15.02.2019, quando gli Uriah Heep hanno suonato con gli U.D.O. a Praga, il giorno dopo ancora, il 16.02.2019, RockLine ha fatto tappa anche in Moravia, a Hluk, per assistere a un altro concerto di questi venerabili, irriducibili e unici veterani dei pionieri del rock’n’roll.

Il concerto si è tenuto nel palasport locale (Sportovni hala), dove il 24.11.2017 avevamo visto i W.A.S.P. e a cui siamo legati da bei ricordi ed esperienze. Non è grande come il Forum Karlin di Praga del giorno prima, ma tra parterre e tribune ci stanno di sicuro un 2500 persone. Era aperto solo il parterre: quello per i privilegiati, il cosiddetto «sotto il palco», e poi il parterre «normale», per tutti quelli che i colpi troppo duri al portafoglio non li digeriscono granché. Intorno alle otto e mezza di sera, davanti a un 1500 persone, hanno rotto il ghiaccio i locali Reflexy, che in Repubblica Ceca godono di una bella popolarità. Hanno portato un mix di brani originali. Una specie di sezione trasversale della carriera, in cui si sente che la band ha un debole anche per le cover: non sorprende quindi che qualche trucchetto sia rubato ai The Police e perfino, sul fronte opposto, ai Thin Lizzy. Il set è stato accolto con grande calore dal pubblico. Sono in giro da 25 anni, hanno dieci album in studio all’attivo e per questo i Reflexy passano per una specie di leggende locali, se non proprio per eroi del pop e del rock. La band è infatti di casa a Uhersko Hradište, una cittadina più grande non lontana da Hluk. Testi in ceco. Buon suono, affiatamento piacevole, composizioni solide e brani con un po’ di ciccia, un dialogo simpatico col pubblico da parte dell’esperto Libor Pišek e, di conseguenza, risposte calorose più che meritate dalla platea. Insomma, un antipasto niente male.

Alle nove e mezza di sera sono saliti sul palco gli Uriah Heep. Il palco della sala stavolta era molto più stretto, ma in compenso molto più profondo, e anche la band si muoveva un po’ così sul palco. Come se questo tipo di palco le calzasse meglio. Per la visibilità di sicuro. Anche batteria e Hammond stanno più indietro, quindi la linea di musicisti in prima fila ha più spazio per scatenarsi. Dei tre ultimi incontri di fila di RockLine con i leggendari Uriah Heep, il concerto di Hluk è stato il più convincente e intenso. Sia dal punto di vista dell’esecuzione, sia perché ha offerto un suono davvero ottimo. Inoltre anche questo concerto ha trovato una risposta eccellente e la sala era piena il giusto. Non proprio sold out, ma quanto basta per far venire quella vera, autentica sensazione da vero concerto rock. Anche la band sembrava ancora un filo più rilassata, e ha tirato fuori più monelleria e più malizia da palcoscenico. Vale soprattutto per Bernie, che ha girato per il palco con particolare brio, spostandosi dalla sua posizione centrale fino alla batteria, poi a sinistra da Mick Box e a destra da Dave Rimmer.

Russell Gilbrook ha di nuovo attaccato la sua batteria con tutta la forza e già in apertura ha lasciato di sasso con la sua sfrenatezza, mentre la band martellava la carica e ottima nuova Grazed By Heaven. Tutto era piazzato benissimo nel suono. Hammond e chitarra nel giusto equilibrio, ma con quel suono inconfondibile che mette il gruppo in un posto speciale nella storia del rock. Rimmer si avvicina spesso a Box: durante l’uscita da Look At Yourself si ritrovano spalla a spalla, sul bordo del palco, con le chitarre incrociate. Con Mick Box, negli anni prima dell’arrivo di Dave nella band, non eravamo abituati a vederlo. È quell’elemento teatrale che infiamma davvero l’atmosfera del concerto, e proprio per questo il suo coinvolgimento nel buffo teatrino live è ancora più gradito. Una pratica ormai consolidata, ma per gli Uriah Heep è un’introduzione di origine un po’ più recente.

A Hluk la band ha suonato di nuovo la scaletta completa. Un’ora e tre quarti di concerto. I brani, bis compreso, sono in tutto solo quindici nella scaletta attuale, ma gli Uriah Heep, ormai in età matura, puntano tutto sul piacere dell’esecuzione dal vivo. Subordinano gli show a questo, ed è giusto così. Se sommi tutte le jam allungate che stanno dentro Rocks On the Road, July Morning e soprattutto nell’attuale versione dilatata di Look At Yourself, e ci aggiungi la solita Lady In Black tirata apposta per le lunghe, viene fuori un teatrino da almeno 30 minuti di tempo effettivo. Il che significa che in quel tempo un’altra band, beh, in questo caso anche gli Uriah Heep, avrebbe potuto suonare almeno altri tre, se non quattro, pezzi in più.

La comunicazione e la relazione energetica tra i nuovi brani dell’album “Living The Dream” e i classici del repertorio di ferro non potrebbero funzionare meglio di come funzionano proprio in questo nuovo tour, perché i pezzi nuovi mantengono il giusto mix di quella vecchia, ruvida granitica tipica dell’«Hammond» rock, ma anche di straordinaria compattezza musicale: da una parte la Knocking At My Door, dal suono davvero vecchia scuola, dall’altra la Take Away My Soul, straordinariamente aggressiva e nel ritornello già quasi leggermente orientata all’AOR.

Gli Uriah Heep suonano alla grande. A Hluk non è stato diverso. Non danno affatto l’impressione di risparmiare le forze. Vanno a tutta. Anche Bernie ha cantato a un livello eccellente per tutto il concerto. Il fatto che la band fosse riposata, dato che era arrivata da Praga già molto presto la mattina, l’ha confermato con un ottimo umore sul palco, ma si porta dietro un bagaglio di esperienza così ricco che anche se si fosse alzata col piede sbagliato, lo spettacolo della sera non ne avrebbe risentito più di tanto in qualità. È successo per esempio a Vienna, mentre a Hluk la band ha letteralmente brillato sul palco in tutto il suo splendore esecutivo. Con questa energia, questa concentrazione e questo impegno che il gruppo sprigiona ancora nelle epopee dal vivo, e insieme nella registrazione di ottimo nuovo materiale originale, non c’è proprio verso che l’inimitabile Mick Box, che quest’anno compirà la venerabile età di 72 anni, e la sua combriccola dell’inconfondibile «orchestra di orchidee» pensino davvero a un pensionamento musicale. Speriamo dunque che il nuovo album «Living the Dream» riporti gli Uriah Heep l’anno prossimo in qualche concerto dalle nostre parti, anche se per farlo toccasse spingersi fino in Repubblica Ceca.

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Nataša Pišljar & Aleš Podbrežnik


Scaletta:
1. Grazed By Heaven
2. Return To Fantasy
3. Living The Dream
4. Too Scared To Run
5. Take Away My Soul
6. Knocking At My Door
7. Rainbow Demon
9. Waters Flowing
10. Rocks In The Road
11. Gypsy
12. Look At Yourself
13. July Morning
14. Lady In Black
—bis—
15. Sunrise
16. Easy Livin’


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