Uriah Heep: Living The Dream

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Data di uscita: 12.09.2018
Etichetta: Frontiers Music Srl.
Produzione: Jay Ruston
Voto: 9 / 10

Gli Uriah Heep oggi sono considerati leggende del rock’n’roll. E non solo una band pionieristica che ha fissato alcuni standard del rock: proprio leggende, punto. Tra i membri originali resiste lo straordinario chitarrista Mick Box, senza il quale la band di sicuro non sarebbe rimasta così a lungo sulla mappa mondiale del rock’n’roll. »Living the Dream« è, senza falsa modestia, il 24° album in studio del gruppo. Eh già. Il predecessore »Outsider« (2014) mostrava segni di stanchezza e di impoverimento creativo, quindi più di uno poteva legittimamente (e con tutto il rispetto) insinuare che fosse ora per le leggende di andare in pensione e fare finalmente le valigie.

Altro che. Dopo quattro anni i celebri artrocker britannici tornano sulla scena con un seguito magnifico della loro favola musicale. Con »Living the Dream« hanno ritrovato il giusto filo di qualità con »Wake the Sleeper« (2008). Il disco è quindi, per qualità, almeno al livello di quell’album. Negli ultimi tempi gli Uriah Heep hanno suonato dal vivo senza sosta. In pratica hanno chiuso le date solo l’anno scorso a fine estate, poi si sono buttati in studio e hanno registrato in un lampo il nuovo album. Nel frattempo anche il tastierista Phil Lanzon ha pubblicato un ottimo album solista in studio, cosa che ha sicuramente contribuito alla maggiore «elasticità» compositiva degli Uriah Heep nello scrivere nuova musica, mentre Mick Box ha finalmente sfruttato a dovere anche il talento compositivo del bassista Dave Rimmer. L’uomo con l’anzianità più breve negli Uriah Heep.

Gli Uriah Heep hanno così messo insieme una nuova guarnigione di brani, caratterizzati da grande appeal musicale e immediatezza, e in fase di composizione hanno recuperato anche certi impulsi progressive rock, che si riflettono nel susseguirsi di tanti motivi all’interno dei pezzi e in una maggiore vivacità delle singole composizioni. Ci sono parecchi momenti epico-bombastici contagiosi che, per convinzione e freschezza, evocano perfino due album eccezionali come »Sonic Origami« (1998) e »Sea Of Light« (1995). Particolarmente «velenosa» in questo senso è la terza traccia dell’album, Take Away My Soul, che si apre dritta con un ritornello incredibilmente orecchiabile e si chiude con un assolo eccezionale di Box: in un minuto e mezzo questo maestro sensuale sviluppa, nel suo stile inconfondibile al miglio di distanza, fatto di wah combinato con pull-off (gementi) piazzati con astuzia, un vero crescendo finale carico di dramma da teatro di prima categoria. Take Away My Soul è, dopo Grazed By Heaven, il secondo singolo del nuovo album; la versione editata ha la parte finale con l’assolo allungato di Box tagliata di netto, perché in quella forma è pensata per la messa in onda radiofonica. Scelta giustificata.

Gli Uriah Heep sono sempre stati considerati autori di una magia inconfondibile, e anche sul nuovo album è onnipresente. In realtà dal punto di vista sonoro non hanno cambiato rotta. Nelle composizioni si sono orientati, con delicatezza, verso lo stile dei loro album degli anni Novanta, ma senza esagerare. Il giusto. Il suono resta quello degli ultimi tre album in studio. Cioè riff di chitarra affilati, sostenuti da linee di Hammond decisamente corpose, ritmi da cannone dello straordinario Russell Gilbrooke e il basso di Dave Rimmer che scava con un suono pieno e rimbombante. In cima a tutto e al centro della scena c’è ancora una volta la prestazione vocale superlativa del carismatico Bernie Shaw. Tutto è al suo posto. Esattamente dove deve stare, e in più il disco è carico di freschezza compositiva e arguzia, che è la cosa essenziale. L’iniziale Grazed By Heaven è un rocker affilato e spinto, che dalla struttura con cui sono giocati i motivi fa capire chiaramente come gli Uriah Heep portino sul nuovo album di nuovo più condimento progressive rock, mantenendo però in tutto il loro vero carattere artrock di grande compattezza e rifinitura compositiva. I vertici stanno ancora una volta nelle melodie dei ritornelli, ma a più di uno ruba la scena un passaggio strumentale drammatizzato, quasi sempre piazzato in chiusura di un brano. Così è, per esempio, la title track. A dire il vero ci appenderesti almeno un pre-ritornello, o trasformeresti il ritornello esistente in pre-ritornello scrivendone un altro, ma questa sensazione, mentre la composizione si sviluppa, inganna del tutto l’ascoltatore. Gli Uriah Heep hanno risolto da maestri in questo pezzo “quella sensazione che manchi ancora qualcosina”, creando nella seconda metà del brano una perfetta “rottura” d’atmosfera e conducendolo così a un finale strumentale ultra drammatizzato, dove a dominare sono le linee dell’organo Hammond.

Capitolo a parte per Rocks In the Road, «stirata» fino a otto minuti, la composizione più lunga dell’album. Nella prima metà è un classico pezzo degli Uriah Heep, poi arriva la seconda metà, dove un passaggio spezza il brano con una prosecuzione completamente diversa e interamente strumentale, con cui la band crea un nuovo dramma altamente vibrante. Il momento sofisticato del nuovo album lo definisce Waters Flowin’, sostenuta da arrangiamenti acustici, che per struttura potrebbe stare tranquillamente su uno degli album degli Uriah Heep usciti negli anni Novanta. Goodbye To Innocence non nasconde che gli Uriah Heep, anche in età matura, non hanno perso il senso del divertimento, dell’arguzia e della birbonaggine: racconta di una ragazza che insegna cose che a scuola non si imparano, così in sua compagnia non è difficile perdere l’innocenza. Falling Under Your Spell è il brano che nel 2018 sta al pari dei capolavori compositivi degli Uriah Heep, a partire da Easy Livin’ e Free N’ Easy. L’album si chiude con la straordinaria Dreams of Yesteryear. Questa composizione chiude il disco in modo perfetto, perché si distingue per un’atmosfera speciale e specifica, creata dalla chimica di questa band e che spesso chiamiamo semplicemente magia. Un punto di chiusura incredibilmente sofisticato, dove non mancano misticismo, struggimento e una malinconia britannica infilata con abilità.

»Living the Dream« è insomma un disco pieno di ribaltamenti atmosferici, di melodie da ritornello eccezionali che ti prendono al primo ascolto, e di dosi sapientemente inserite di carisma progressive rock, che rafforzano il suo dossier artrock. Un album con la giusta varietà di idee e di scrittura. Suonato per lo più in una sola (e al tempo stesso prima) take, con un incredibile calore sonoro organico e con quella chimica preziosa che da sempre questo quintetto evoca in modo così magistrale. Suona compatto, unitario e soprattutto magico. Uriah Heepiano, come si deve. Nella nuova era e con il nuovo album gli Uriah Heep hanno spremuto dai loro succhi creativi un risultato ottimizzato fino all’osso. I pezzi dialogheranno benissimo con i classici della band nel repertorio dal vivo, e non darà fastidio nemmeno se la band deciderà di ficcare in scaletta anche cinque brani del nuovo album. Il disco porta l’ascoltatore con una brillantezza incredibilmente fluida. Passa in un battito di ciglia. I fan della band saranno entusiasti, e gli Uriah Heep dimostrano con »Living the Dream« che, come compositori, sono ben lontani dall’aver detto l’ultima parola e che, a differenza dei loro (pure ancora attivi) coetanei, che sui palchi vivono solo di vecchia gloria e hanno scritto l’ultimo (bel) pezzo vent’anni fa, sono ben lontani dall’essere da buttare via.

autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Grazed By Heaven
2. Living The Dream
3. Take Away My Soul
4. Knocking At My Door
5. Rocks In The Road
6. Waters Flowin’
7. It’s All Been Said
8. Goodbye To Innocence
9. Falling Under Your Spell
10. Dreams Of Yesteryear

Musicisti:
Mick Box – chitarra, voce di accompagnamento
Phil Lanzon – tastiere, voce di accompagnamento
Bernie Shaw – voce
Russell Gilbrook – batteria, voce di accompagnamento
Dave Rimmer – basso, voce di accompagnamento

 

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