Living The Dream
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Uriah Heep
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2018
Durata: 53:29
Voto: 4/5
Uriah Heep oggi sono considerati delle leggende del rock’n’roll. Non solo una band pionieristica che ha fissato certi standard del rock, ma proprio delle leggende, punto. Tra i membri originali a tenere duro c’è lo straordinario chitarrista Mick Box, senza il quale la band di sicuro non sarebbe rimasta così a lungo sulla mappa mondiale del rock’n’roll. »Living the Dream« è, senza false modestie, il 24° album in studio del gruppo. E ce n’era bisogno. Il predecessore »Outsider« (2014) mostrava segni di stanchezza creativa e di impoverimento, quindi più d’uno poteva legittimamente (e con tutto il rispetto) insinuare che per le leggende fosse ora di andare in pensione e fare finalmente le valigie.
Tutt’altro. Dopo quattro anni i celebri artrocker britannici tornano sulla scena con un seguito splendido della loro fiaba musicale. Con l’album »Living the Dream« hanno ritrovato il giusto filo di qualità che li riallaccia a »Wake the Sleeper« (2008). Insomma, come qualità il disco sta almeno allo stesso livello di quello. Ultimamente gli Uriah Heep hanno ripreso a suonare dal vivo senza sosta. Hanno chiuso le date solo l’anno scorso, a fine estate, poi si sono buttati in studio e hanno registrato inattimo il nuovo album. Nel frattempo anche il tastierista Phil Lanzon ha pubblicato un ottimo disco solista, cosa che di certo ha dato agli Uriah Heep più “elasticità” compositiva nella scrittura dei nuovi pezzi, mentre Mick Box ha sfruttato a dovere anche il talento compositivo del bassista Dave Rimmer, il tizio con meno anzianità nella band.
Gli Uriah Heep hanno così messo insieme una nuova guarnigione di brani, caratterizzata da grande fascino musicale e immediatezza, e al tempo stesso hanno riportato nella scrittura certe pulsioni progressive rock, che si sentono nel susseguirsi di tanti motivi dentro i pezzi e nella maggiore varietà delle singole composizioni. Ci sono parecchi momenti epici e bombastici contagiosi che, per convinzione e freschezza, richiamano addirittura gli straordinari »Sonic Origami« (1998) e »Sea Of Light« (1995). Particolarmente “velenosa” in questo senso è la terza traccia dell’album, Take Away My Soul, che si apre dritta con un ritornello incredibilmente orecchiabile e si chiude con un assolo eccezionale di Box: in un minuto e mezzo questo maestro del feeling sviluppa, con il suo stile inconfondibile al primo ascolto, fatto di wah-wah combinato con pull-off (quasi lamentosi) piazzati con astuzia, un vero finale col botto, carico di dramma teatrale di altissimo livello. Take Away My Soul è, dopo Grazed By Heaven, il secondo singolo del nuovo album, e la versione editata del pezzo ha il finale con l’assolo allungato di Box tagliato di netto, perché in quella forma è pensata per le frequenze radiofoniche. Scelta giustificata.
Gli Uriah Heep sono sempre stati considerati autori di una magia inconfondibile, e anche sul nuovo album è onnipresente. In realtà dal punto di vista del suono non hanno cambiato rotta. Nelle composizioni si sono orientati appena verso lo stile dei loro dischi degli anni Novanta, ma senza esagerare. Il giusto. Suonano ancora come negli ultimi tre album in studio: riff di chitarra affilati sostenuti da linee di Hammond davvero poderose, ritmi da cannone dell’eccezionale Russell Gilbrooke e il basso di Dave Rimmer che scava con un suono grosso e pieno. In cima a tutto e al centro della scena c’è di nuovo la prestazione vocale superlativa del carismatico Bernie Shaw. Tutto è al suo posto. Esattamente dove deve stare, e in più il disco è carico di freschezza compositiva e di arguzia, che è la cosa fondamentale. L’iniziale Grazed By Heaven è un rocker affilato e spedito che, per come sono strutturati i motivi, fa capire chiaramente che gli Uriah Heep sul nuovo album riportano più condimento progressive rock, mantenendo però in tutto il loro vero carattere artrock di grande compattezza e perfezione compositiva. I picchi stanno di nuovo nei ritornelli, ma a più di un brano ruba la scena il passaggio strumentale drammatizzato, quasi sempre messo in chiusura. Come nella title track, per esempio. A dire il vero ci avresti attaccato almeno un pre-ritornello, o avresti trasformato il ritornello esistente in pre-ritornello scrivendone un altro, ma questa sensazione, man mano che il pezzo si sviluppa, inganna del tutto chi ascolta. Gli Uriah Heep hanno risolto da maestri quel “senso che manchi ancora qualcosina”: nella seconda metà del brano creano una “rottura” totale dell’atmosfera e la portano a una chiusura strumentale iperdrammatica, dove a dominare sono le linee dell’organo Hammond.
Capitolo a parte per Rocks In the Road, “tirata” fino a otto minuti e composizione più lunga del disco. Nella prima metà è un classico pezzo degli Uriah Heep, poi arriva la seconda, dove un passaggio rompe tutto con una prosecuzione completamente diversa e tutta strumentale, e così la band crea un nuovo dramma ad alta vibrazione. Il momento sofisticato del nuovo album lo definisce Waters Flowin’, sorretta da arrangiamenti acustici, che per struttura potrebbe stare tranquillamente su uno qualsiasi degli album degli Uriah Heep usciti negli anni Novanta. Goodbye To Innocence non nasconde che gli Uriah Heep, anche in età matura, non hanno perso il gusto del divertimento, dell’umorismo e della birichinata, e racconta di una ragazza che insegna cose che a scuola non si imparano, così che in sua compagnia non è difficile perdere l’innocenza. Falling Under Your Spell è un brano che nel 2018 è l’equivalente dei capolavori compositivi degli Uriah Heep, con in testa Easy Livin’ e Free N’ Easy. L’album si chiude con la straordinaria Dreams of Yesteryear. Questa composizione chiude il disco alla perfezione, perché si distingue per un’atmosfera particolare e specifica, creata dalla chimica di questa band, che spesso riassumiamo con la parola magia. Un punto finale incredibilmente sofisticato, dove non mancano misticismo, struggimento e una malinconia britannica infilata con abilità.
L’album »Living the Dream« è insomma pieno di svolte atmosferiche, di ritornelli eccezionali che ti agganciano al primo ascolto e di dosi di carisma progressive rock inserite con astuzia, il che rafforza il suo dossier artrock. Un disco di grande varietà di idee e di scrittura. Suonato quasi tutto in un’unica (e al tempo stesso prima) take, con un’incredibile calore sonoro organico e quella chimica pregiata che da sempre solo questo quintetto sa evocare con tanta maestria. Suona compatto, unitario e soprattutto magico. Uriah Heepiano come si deve. Nella nuova era e con il nuovo album, gli Uriah Heep hanno tirato fuori dai loro succhi creativi un risultato ottimizzato al massimo. I pezzi dialogheranno benissimo con i classici della band nel repertorio dal vivo, e non darà fastidio per niente se la band deciderà di infilare in scaletta anche cinque brani del nuovo disco. L’album porta chi ascolta con una fluidità incredibile e una brillantezza notevole. Passa in un attimo. I fan della band saranno entusiasti, e gli Uriah Heep con »Living the Dream« dimostrano che come compositori sono ben lontani dall’aver detto l’ultima parola e che, a differenza dei loro (altrettanto ancora attivi) contemporanei, che ai concerti si reggono solo sulla gloria di un tempo e l’ultimo (buon) pezzo l’hanno scritto vent’anni fa, sono ben lontani dall’essere da buttare.
Formazione
Mick Box – chitarra, voce di accompagnamento
Phil Lanzon – tastiere, voce di accompagnamento
Bernie Shaw – voce
Russell Gilbrook – batteria, voce di accompagnamento
Dave Rimmer – basso, voce di accompagnamento
Produzione
Jay Ruston
Tracklist
1. Grazed By Heaven
2. Living The Dream
3. Take Away My Soul
4. Knocking At My Door
5. Rocks In The Road
6. Waters Flowin’
7. It’s All Been Said
8. Goodbye To Innocence
9. Falling Under Your Spell
10. Dreams Of Yesteryear