U.D.O. e Uriah Heep uniscono le forze per un super concerto a Praga (2019)

ALEŠ PODBREŽNIK
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Luogo: Praga / Forum Karlin / Repubblica Ceca
Data: venerdì 15.02.2019


Seconda tappa di un’epopea di cinque giorni piena di concerti tra Austria e Repubblica Ceca (con un’ultima sosta di ritorno in Austria prima di rientrare in Slovenia): per RockLine, dopo il concerto degli Uriah Heep a Vienna del 14.02.2019, la maratona è proseguita il giorno dopo, venerdì 15.02.2019. Con la stessa carica di sempre e un obiettivo chiaro come il sole, concentrati al massimo. Perché diavolo ci si sposta così lontano se non ce n’è bisogno? Perché quel giorno a Praga suonavano gli Uriah Heep insieme agli U.D.O. Entrambe le band hanno pubblicato l’anno scorso due ottimi album in studio. I tour dei due gruppi si sovrappongono per date e luoghi, ed è saltata fuori l’occasione ideale per unire le forze a Praga in un’unica, spettacolare serata di concerto. Gli Uriah Heep con l’album «Living The Dream», gli U.D.O. con «Steelfactory», uno dei migliori lavori in studio della carriera di una band comandata da una figura unica come Udo Dirkschneider.

Al mattino partiamo dalla parte morava della Repubblica Ceca (Dolni Dunajovice) e alle tre del pomeriggio siamo già sistemati da qualche parte in Pernerova, a Praga, a un centinaio di metri buoni dalla venue, il Forum Karlin. Come dice il nome stesso, nel quartiere di Karlin. Un salto veloce nel centro storico di Praga, dove i prezzi sono decisamente gonfiati e il divario tra il prezzo della birra nel cuore della città, dove ne paghi quasi quattro euro, e quello in periferia, dove costa appena un euro o meno, è un’esperienza piuttosto scioccante, ma non inaspettata. A metà febbraio, per fortuna, il turismo a Praga non è così sfrenato, anche se resti comunque a pestare letteralmente i piedi agli «asiatici», che dominano pure in tutti i negozi «al dettaglio».

Questa volta il viaggio a Praga era un obbligo totale, perché lo scorso autunno agli U.D.O. si è unito nientemeno che il bassista sloveno Tilen Hudrap. Tilen è stimatissimo nel mondo del metal. Insomma. L’estero l’ha trovato (e lui ha trovato l’estero) e, scoperti i suoi talenti e la sua qualità, gli ha riservato questo riconoscimento. A scoprirlo sono stati i veterani dello speed/thrash metal old school americano Vicious Rumors, con cui ha pubblicato dei documenti live e un album in studio; se ne sono accorti allora anche i leggendari thrasher della Bay Area Testament, ai quali ha dato una mano in tour sostituendo la «divinità del basso» Steve DiGiorgio. In seguito i thrasher tedeschi Paradox lo hanno invitato a collaborare al loro nuovo album in studio, e poi il venerabile riconoscimento al nostro musicista è arrivato persino dai pionieri del death metal olandese Pestillence, con cui ha registrato un album e fatto una marea di date. Ma essere preso sotto l’ala dell’illustrissimo Udo Dirkschneider in persona, tedesco attentissimo e pedante che nel seguire i principi di ordine e disciplina e nell’adempiere scrupolosamente ai dettami non conosce la minima esitazione, figuriamoci lo scherzo, è un onore e un riconoscimento tutto speciale. Insomma. Arrivando a Praga, RockLine, un po’ in stile tifoseria, doveva semplicemente esserci, perché quel giorno i colori sloveni nel metal li difendeva il nostro Tilen. Per quello che ha ottenuto fino a oggi, l’importanza di Tilen Hudrap per il metal sloveno non è inferiore a quella di Dončić per il basket. Solo che la Slovenia e gli sloveni, per ora, di nuovo non sanno, non vogliono scoprirlo, o semplicemente non vogliono ammetterlo. E il compito l’ha svolto al posto nostro, ancora una volta, l’estero. Come nel caso dei Laibach o di Jože Plečnik. Tilen scrive la storia del metal sloveno anche fuori dai nostri confini ed è il nostro unico musicista, anzi, possiamo dire anche uno dei pochi del cosiddetto «bacino balcanico» (dalla Slovenia al Mar Nero), a essere riuscito in ciò che i suoi coetanei sognano. E non sono pochi. Per arrivare a quella posizione devi essere estremamente bravo. In tutto. La concorrenza è eccezionale e gli scivoloni non sono ammessi. Tutto questo andava messo nero su bianco in apertura. Non fosse altro perché la Repubblica di Slovenia stampi un giorno almeno dei francobolli con la sua faccia.

Il tempo è volato. Sono le otto di sera. Purtroppo ci siamo persi gli ottimi hard rocker australiani Dead City Ruins, che accompagnano gli U.D.O. nella tranche europea del tour di «Steelfactory» e che hanno suonato già alle sette. Era quindi il turno degli U.D.O. Un palco gigantesco. Non tanto profondo quanto lungo. Allestito con la scenografia del tour di «Steelfactory». Si preannunciava un grande spettacolo in compagnia di una voce che è una delle definizioni stesse dell’heavy metal. Udo Dirkschneider. L’uomo, il mito, la leggenda. Né più né meno. Quando sale sul palco, trema tutto. Per tutto il suo carisma e per quella voce unica che, come detto, è un termine che ha definito il metal. Udo Dirkschneider affronta tutte le date del nuovo tour con un ginocchio malandato. I medici gli avevano consigliato di restare a casa, ma lui, nella sua dedizione e intransigenza, ha ignorato ogni consiglio con ostinazione per non deludere i suoi fan. Il tour di «Steelfactory» procede così a pieno regime. Un motivo in più per rispettare al massimo questa leggenda.

Tra fumo e luci rosse, sul palco compare dietro la fortezza della batteria Sven, il figlio di Udo; al Karlin esplode il boato, in sala ci sono almeno 3.000 persone. A Sven si uniscono altri tre ragazzi: il nuovo chitarrista Fabian «Dee» Dammers alla chitarra di sinistra, Andrey Smirnov a destra e, tra il tedesco e il russo, un po’ più verso Dammers, uno sloveno, il nostro Tilen Huidrap al basso. La band attacca con Tongue Reaper e lo sguardo, ovviamente, si ferma sulla celebre silhouette dal carisma senza pari. Udo Dirkschneider. Si va a tutta. Tilen, Dee e Andrey, sotto i siluri a cannone di Sven, si sparpagliano per il palco, mentre Udo strilla come un diavolo, e questo nonostante il fatto non trascurabile che ad aprile compirà ben 67 anni. E per tutta l’ora e mezza di show la forza non lo abbandona.

La band è quindi decisamente rinfrescata, ma anche potente come non succedeva da tempo. Dammers ha completato in modo efficace Smirnov sul palco. Anche negli assoli. Lo completa anche per carisma e semplicemente perché sta alla grande sul palco e quindi nella squadra degli U.D.O. Una cosa che ci mancava dai tempi in cui lì suonava ancora Kasperi Heikkinen. A prima vista, in questo senso, il compito più difficile è toccato forse al nostro Tilen, che doveva colmare il vuoto lasciato al basso dopo l’addio del celebre Fitty Weinhold, rimasto negli U.D.O. per ben 22 anni di carriera. Però Tilen è nettamente un bassista migliore, per di più incomparabilmente preparato dal punto di vista tecnico e, in questo senso, molto più completo (non tutti possono calzare le scarpe di Steve DiGiorgio). Considerando l’elementare santa semplicità che accompagna il famoso scolpire riff con cui riconosci il carattere musicale degli U.D.O., negli U.D.O. Tilen tiene linee più dritte e scava sul basso più a fondo anche col plettro. Per questo può anche essere più sciolto mentre corre per il palco. Tre ragazzi agili sfruttano il palco con una precisione incredibile e si muovono molto d’istinto, anche se il tutto sembra forse studiato. Quando uno dei due chitarristi fa l’assolo, gli altri due si spostano spalla a spalla all’estremità opposta del palco (l’altra, naturalmente, la occupa Udo) e il palco appare sempre pienamente sfruttato. Udo, nel suo stile, si appoggia più volte con la spalla ora all’uno ora all’altro chitarrista (soprattutto negli assoli). Gli è sempre piaciuto farlo. Anche ai tempi degli Accept. La parte introduttiva prima di Hungry And Angry è particolarmente interessante, perché è dedicata alla presentazione della sezione ritmica. Entra per primo Sven e infiamma il pubblico. Dopo meno di mezzo minuto si aggiunge Tilen, che da solo, coi suoi dettami martellanti, ha fatto alzare in piedi i 3000 del Forum Karlin. Proprio lì si è sentito in modo particolare che Tilen, nonostante la giovane età, ha già un’enorme quantità di chilometri live, di esperienza, anche di routine. Con quanta sicurezza, scioltezza e partecipazione ha dialogato con il pubblico in quel momento.

Con la nuova formazione Udo si è circondato davvero di un team di giovani musicisti di altissimo livello, che scoppiano dalla voglia di dimostrare qualcosa e soprattutto di divertirsi senza limiti sul palco. Nonostante non sappiamo quanto brutalmente quella sera gli facesse male il ginocchio, in una squadra così Udo è sembrato molto rigenerato, rinfrescato, ringiovanito, come se vivesse una nuova primavera. Nella sua celebre posa sul palco ha sparato un classico dopo l’altro. Con quella voce estremamente acuta e stridula, a tratti sinistra come richiesto, giusto un po’ oscura e occulta, si è conquistato il pubblico all’istante. Nell’esecuzione resta penetrante, riesce a raggiungere anche le note più alte, mantenendo la potenza necessaria al massimo livello. Una voce che scuote. Letteralmente.

Il nuovo album «Steelfactory» occupa una bella fetta della scaletta, ed è giusto così, perché è davvero eccellente ed è difficile indicarne i picchi, tanto i pezzi si susseguono sullo stesso livello di qualità. Dopo l’inizio rabbioso con Tongue Reaper la band è passata alla splendida Make the Move. A tenere loro compagnia dal nuovo album sono arrivate poi la trascinante Rising High, la malinconica In the Heat of the Night, la tosta e divertente Hungy And Angry, mentre la band ha chiuso solennemente la parte regolare dello show con l’inno One Heart One Soul, che ha uno dei ritornelli «sing-along» più riusciti.

I fan di lunga data, naturalmente, sono stati serviti, perché la band ha riempito il resto della scaletta pescando da varie ere della propria carriera. Come sempre un posto speciale lo occupa uno dei migliori brani del gruppo, il «solido» classico di Independence Day. Un pezzo dal tema principale incredibilmente orecchiabile, in cui si infila il basso, e dallo sviluppo graduale eccezionale con un grande crescendo nel ritornello. Un posto speciale nell’opera del gruppo spetta anche alla straordinaria semi-ballad I Give As Good As I Get («Rev-Raptor», 2011), con cui la band a metà show ha scaricato l’atmosfera carica con una combustione a ottani. È interessante che, alla domanda di Udo se qualcuno conoscesse l’album «Faceless World», il pubblico, pur numeroso, abbia risposto in modo molto freddo, e la band si è poi buttata sull’eccezionale Heart Of Gold, che ha regalato uno dei picchi del concerto. Naturalmente Udo e compagni si sono tenuti i classici di «Animal House» per il finale. Con l’eccezione dell’ottima ballad In the Darkness, inserita invece a metà concerto. Il primo bis si è aperto con l’ottima Holy («Holy», 1999), seguita come previsto dalla schiacciasassi Animal House, mentre il secondo è stato aperto da Man And Machine («Man And Machine», 2002). La band ha chiuso lo show (come previsto) con They Want War («Animal House», 1987). Dalla scaletta sono rimasti fuori gli album «Mean Machine», «Time Bomb», «No Limits», «Thunderball», «Dominator» e «Decadent», ma la band ha eseguito altri due pezzi di «Steelhammer» (Metal Machine, A Cry of A Nation), da «Mission No. X» è rimbombata già piuttosto presto in scaletta la dissoluta 24/7, e gli U.D.O. non si sono tirati indietro nemmeno davanti a due brani dell’album «Mastercutor» (Mastercutor, Vendetta).

Bomba. Show brillante. Evidentemente Udo ha trovato nella squadra la formula vincente e la band ha tirato fuori una performance davvero di altissimo livello. In tutto. Forse a spingerli ancora di più è stato il fatto che dopo di loro sarebbero saliti sul palco anche gli Uriah Heep. Se devo essere sincero, in tutti questi anni gli U.D.O. sul palco sono mancati tantissimo anche a me. La prima volta li ho visti il 25.5.2004 a Lubiana, quando al concerto c’erano a malapena un centinaio di persone e poi nel 2009 ancora due volte in contesti festivalieri (Bang Your Head!!!, Wacken Rocks South), ma allora con una scaletta ridotta. Una performance convincente, che riflette la forza e la carica ritrovate della nuova squadra e di un cantante di pedigree leggendario visibilmente ringiovanito, che, com’era prevedibile, si è mosso sul palco con più prudenza e ha preferito restarsene «in solitaria» nella sua zona, cosa che non è saltata affatto all’occhio. Se uno non sapesse che il ginocchio lo tormenta, non si accorgerebbe nemmeno che con Udo ci sia qualcosa che non va. Semplice. La voce si prende tutta l’attenzione. Una voce penetrante e dal carattere del tutto unico, che a Udo serve fantasticamente nella maturità. Speriamo che con la nuova squadra abbia ritrovato slancio e che resti nel mondo della musica anche nei prossimi anni. In formazione ha infatti musicisti giovani, instancabili e incredibilmente talentuosi, carichi di entusiasmo giovanile, voglia di suonare e passione, e Udo semplicemente deve saperli sfruttare.

Va detto che le esibizioni di entrambe le band sono state un po’ più corte, perché erano co-headliner. Gli U.D.O. hanno tolto dalla scaletta Timebomb, mentre gli Uriah Heep, dopo l’assalto iniziale di Grazed By Heaven, hanno sorpreso non poco continuando il concerto direttamente con il classico di «Abominog» Too Scared To Run. Dalla scaletta è infatti caduta Return to Fantasy, e a metà anche la recentissima, peraltro ottima, Knocking At My Door. In compenso la band ha sprigionato più energia del giorno prima a Vienna. Anche Bernie, che ha cambiato gli stivali rossi con quelli zebrati, ha cantato a un livello più alto, quello che gli si richiede. Il pubblico è rimasto al Karlin, ed è interessante che non fosse troppo schierato per l’una o l’altra band, il che avrebbe potuto portare a gesti «estremi», come una parte dei presenti che, dopo il concerto degli U.D.O., se ne va a casa.

Mick Box, coi suoi gesti caratteristici da stregone, vero sciamano della chitarra, lascia ancora una volta a bocca aperta col suo tocco magico, e ancora una volta Bernie gli spegne teatralmente la chitarra con un soffio, dopo il finale atmosferico dell’inconfondibile July Morning. Stavolta Bernie trova il monitor giusto e lo usa come sedia. A Bernie è sempre piaciuto cantare July Morning sedendosi, nella strofa iniziale, su uno dei monitor di palco a disposizione. Mick ha accompagnato questo classico con un’introduzione in cui ha spiegato che è nato da tre diversi motivi principali che gli Uriah Heep hanno poi «incollato» insieme in un’unica composizione. In effetti la creazione più complessa dell’intero «menù degli Uriah Heep» resta parte del repertorio fisso e uno dei momenti clou di ogni concerto degli Uriah Heep. Allo stesso tempo la band si è lanciata strumentalmente a lungo anche nella seconda metà della splendida nuova Rocks On The Road («Living the Dream», 2018) e, naturalmente, nella versione speciale di Look At Yourself, che dura quasi 15 minuti con un jam finale prolungato di tutti e quattro i musicisti. In questo tour gli Uriah Heep eseguono il classico Gypsy senza l’introduzione all’organo Hammond presente nell’originale, tratto dall’album di debutto «Very ‘Eavy… Very ‘Umble». Una storia a parte, in questo tour, è ancora una volta la magica Rainbow Demon («Demons And Wizards», 1972). La band chiude il concerto, come previsto, con l’incredibile Lady In Black, in cui una bella parte del pubblico si unisce al canto. Una composizione incredibile, un capolavoro costruito su due soli accordi (la minore, sol maggiore), ed è davvero incredibile quanto «rendimento» e quanta portata raggiunga. Nel bis tutti chiedevano Easy Livin’, ma prima abbiamo avuto l’unico brano di «The Magician’s Birthday» (1972), l’eccezionale Sunrise.

A Praga la band è sembrata molto più fresca e rigenerata del giorno prima a Vienna. Gli Uriah Heep hanno fornito un altro ottimo concerto, come ci si aspetta da loro. Il tour è fittissimo di date. Vale anche per gli U.D.O. Il giorno dopo entrambe le band si sono spostate da Praga verso la parte morava della Repubblica Ceca. Gli U.D.O. hanno suonato a Jablunkov, vicino a Ostrava, gli Uriah Heep a Hluk, che si trova più o meno tra Zlin e Brno. RockLine è quindi andato il giorno dopo a Hluk, per inchinarsi ancora una volta, in questo tour, agli Uriah Heep. Ma la storia non finisce qui. Il 17.02.2019 anche gli U.D.O. hanno suonato a Zlin, a 40 km da Hluk. Ma tutto questo seguirà negli altri resoconti di RockLine di questa odissea concertistica, sempre affilata e di proporzioni epiche.

Dopo l’esperienza live di Praga è impossibile ragionare su quale delle due band abbia rubato la scena all’altra. Sono semplicemente del tutto diverse. Gli U.D.O. hanno forse lasciato un segno più grande perché sotto questo nome non suonavano da qualche anno e per la gigantesca scenografia, che ha messo il puntino sulla «i» dell’atmosfera, mentre gli Uriah Heep, nel loro solito stile, si sono presentati solo con le classiche luci di scena e qualche cortina di fumo. Insomma. Due formazioni eccezionali. Due storie musicali completamente diverse che, riunite in modo spettacolare su un unico palco, hanno regalato una marea di piaceri live indimenticabili e unici.

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik


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