Uriah Heep di nuovo a Vienna (2019)
Location: Vienna (Wien) / Simm City / Austria
Data: giovedì, 14.02.2019
«Living the Dream» è il titolo del nuovo e ormai venticinquesimo album in studio di quei longevi pionieri del rock’n’roll, di quegli indistruttibili rocker britannici che rispondono al nome di Uriah Heep. La band è sempre in tour. Anno dopo anno, senza fermarsi mai. Anche quando non c’è un disco nuovo in giro, ogni anno mette in fila una serie di concerti. È lo stile di vita di una vera rock band e per gli Uriah Heep non c’è bisogno di sottolinearlo: il rock’n’roll ce l’hanno nelle vene. Per promuovere il nuovo album la band aveva già fatto un tour europeo bello corposo lo scorso autunno e quest’inverno è partita con la seconda parte. Non meno ricca, ma con una bella differenza per l’appassionato medio sloveno della loro musica: alcune date del nuovo tour erano molto più comode a livello di location, tanto da poterle beccare partendo dalla Slovenia in giornata (con rientro a casa, ovviamente). Così il 31.1.2019 ci siamo già goduti il loro concerto a Roncade, vicino a Treviso, in Italia, un concerto club esclusivo, e a questo è seguita la decisione strategica della nostra webzine di andare due settimane dopo a Vienna e non solo. Di collegare Vienna a due date consecutive degli Uriah Heep in Repubblica Ceca (Praga, Hluk), ma questa è un’altra storia.
Siamo dunque a Vienna. Il Simm Citiy, dove quasi esattamente due anni fa si era esibito il celebre Glenn Hughes con il suo album «Resonate», stavolta ha visto radunarsi davvero un sacco di gente. Contro ogni previsione, visto che gli Uriah Heep in Austria suonano di continuo. Poco più di due anni prima, allo Szene di Vienna, un locale decisamente più piccolo, c’erano a malapena 350 persone. Stavolta al Simm City si sono ritrovate almeno mille persone e il locale era davvero stracolmo. Evidentemente il pubblico austriaco non è poi così viziato dalla «super offerta di concerti» durante l’anno, come qualcuno potrebbe pensare. Con il nuovo album, la popolarità e la richiesta per gli Uriah Heep sono chiaramente risalite in modo sensibile. Del resto il disco nuovo è davvero molto, molto bello. Anche l’aerazione ha mostrato i suoi limiti: con la sua capacità di ventilazione non riusciva a smaltire tutti i vapori e il calore che avvolgevano il pentolone bollente del Simm City in questa serata di giovedì in compagnia delle leggende del rock.
A scaldare il pubblico ci hanno pensato i padroni di casa Jay Bow. Questi hard rocker vanno avanti da cinque anni buoni con una manciata di pezzi propri e qualche cover da stadio, di quelle che ormai sanno a memoria anche i bambini di cinque anni (Rage Against the Machine, Guns N’ Roses). Corretti, ma senza momenti particolari che si piantino davvero in testa a chi non conosce la band e la vede dal vivo per la prima volta. Tanto parlato tra un pezzo e l’altro e un bel po’ di furbate di montaggio, tipo allungare i ritornelli di brani come Sweet Child O’ Mine eccetera… Insomma. Solidi, ma dimenticabili. Montaggio troppo lungo, troppi pochi pezzi propri e un’allungamento tattico del concerto con tante chiacchiere tra una pausa e l’altra. Di band così ce n’è a bizzeffe. Hard rock un po’ scalcinato con un’esecuzione comunque solida, comunicazione corretta, buon affiatamento e voce corretta. Manca solo il carisma. Tra i pezzi propri hanno suonato: Hurricane, You’ll Be Gone, Love Will Set You Free, The Prince Of Darkness, I’m Not A Bluesman e The Moonlit Skies.
Le star della serata, gli Uriah Heep, erano ovviamente il bersaglio numero uno della visita. La band ha riproposto la stessa identica scaletta di 14 giorni prima in Italia, aprendo le danze con la nuova Grazed By Heaven, grintosa, carica e veloce. Un’ottima miccia d’apertura che ti sbatte l’adrenalina in circolo, seguita da un classico come Return to Fantasy. Questi due pezzi hanno confermato subito che gli Uriah Heep sono un’incredibile istituzione dal vivo, difficile da far uscire dai binari. Incredibilmente affiatati e compatti. Anche se Bernie non ha avuto la serata migliore, nel bilancio complessivo delle sensazioni che ci hanno lasciato con lo show la cosa non ha pesato più di tanto. Il leggendario cantante ha avuto qualche problema durante l’esibizione. Si è sentito soprattutto nei passaggi più calmi: nella strofa di July Morning ogni tanto gli è mancato un po’ il fiato, e così nelle strofe di Waters Flowin’. Più volte durante il concerto è sparito dal palco dietro le quinte e già all’inizio è entrato in scena in modo un po’ buffo, tanto che il microfono per poco non gli scivolava di mano. Ma i suoi compagni, con la loro routine e una leggerezza da piuma, hanno «coperto» tutto. Gli Uriah Heep sono noti per le armonie vocali fenomenali con cui accompagnano la voce solista. Se ne occupano proprio tutti e sono una costante che contribuisce a definire il loro suono (e il loro stile) inconfondibile. E anche stavolta, con le armonie, hanno letteralmente tenuto il sacco a Bernie, che non aveva proprio la giornata migliore.
Sul palco gli Uriah Heep mantengono un senso di eterna giovinezza e di grandi cuori rock che non invecchiano. In parte anche grazie al rinnovamento della band di qualche tempo fa: gli ultimi arrivati, cioè Russell Gillbrook e Dave Rimmer, sono molto coinvolti e sul palco mostrano uno slancio e una foga incredibili. Gillbrook è una vera belva. Per questo tour ha modificato un po’ la batteria: è leggermente più piccola e non ha i tom rialzati, in stile tom-tom di passaggio, che era una sua particolarità, ma il suo rullante è letteralmente devastante. Rimmer si è ormai inserito del tutto negli equilibri energetici interni alla band e il suo basso si sente sempre chiaro e distinto, mentre cammina con tutta la pittoresca bravura del virtuoso sulle orme di predecessori eccezionali e indimenticabili del basso che hanno suonato negli Uriah Heep prima di lui, tra cui ben tre scomparsi: Gary Thain, John Wetton e ovviamente Trevor Bolder.
Mick, a settant’anni suonati, mantiene prestanza, rilassatezza, morbidezza e raffinatezza. Il suo celebre wah-wah canta negli assoli come un usignolo, il suo suono di chitarra è inconfondibile e unico. In coppia con le linee corpose dell’Hammond del grande virtuoso Phil Lanzon, Mick e Phil creano quel groove unico degli Uriah Heep che mette questa band in un posto tutto suo nell’universo del rock’n’roll. E così resterà finché Mick vorrà. Tutto si regge su di lui. E non sembra proprio uno che si sia stufato di qualcosa. Anzi, tutto il contrario.
Forse gli Uriah Heep quella sera non erano al loro meglio, e ogni tanto si è sentito soprattutto con Bernie, ma con la loro routine e un’esperienza incredibile hanno tirato fuori uno spettacolo a cui è difficile rimproverare qualcosa. Resta sempre un senso di grande rispetto per questi giganti unici dell’artigianato rock, e non puoi che inchinarti. Il repertorio era bello carico di pezzi del nuovo album, che però per carattere si legano in modo fantastico ai classici di ferro e si meritano quindi tutto lo spazio che hanno avuto. Tra i classici va sottolineata soprattutto la versione dilatata di Look At Yourself. La prima parte della jam spetta alla sezione ritmica, nella seconda passa in prima linea l’infuocato duello tra Mick e Phil. Ipnotico fino in fondo. Parlando della nuova Knocking At My Door, Bernie ha detto all’inizio che dopo tanto tempo è il primo pezzo nuovo degli Uriah Heep ad essere entrato nelle classifiche.
Poi la strada verso la Repubblica Ceca. Una tappa intermedia con una dormita solida subito dopo il confine, poco oltre la località di confine di Mikulov, a Dolni Dunajovice, e il giorno dopo via verso la capitale ceca Praga, dove gli Uriah Heep si sono esibiti insieme agli U.D.O.: tutto questo lo racconteremo in un nuovo capitolo della nostra epopea concertistica di più giorni sulla tratta Austria-Repubblica Ceca.
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta:
1. Grazed By Heaven
2. Return To Fantasy
3. Living The Dream
4. Too Scared To Run
5. Take Away My Soul
6. Knocking At My Door
7. Rainbow Demon
9. Waters Flowing
10. Rocks In The Road
11. Gypsy
12. Look At Yourself
13. July Morning
14. Lady In Black
—bis—
15. Sunrise
16. Easy Livin’



















