Un acrobata del soul che, oltre a Mistreated, canta anche Seventh Star e Medusa (2005)

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Luogo: Roncade (Treviso, Italia), New Age Club
Data del concerto: 15.03.2005
Numero di spettatori: 1000
Prezzo del biglietto: 25,00 €

Dopo tre mesi di astinenza, finalmente qualcosa di concreto! Un bel cerotto sulla ferita del concerto annullato degli Asia a Lubiana. Dov’è Treviso? Vicinissima. In autostrada è una passeggiata, fuori dall’autostrada invece è un casino. Ci siamo persi di nuovo come per scommessa, ma per il trio ormai affiatato formato da Peter, Thomas e il sottoscritto non è più una novità. E per quanto ci perdiamo in fretta, altrettanto in fretta ci tiriamo sempre fuori dai guai. La segnaletica italiana, si sa, in tutto il suo splendore.

Alle 20:00 eravamo in coda davanti alla biglietteria. Questa è un’info interessante, se qualcuno di voi dovesse mai andare a un concerto al New Age. Gli italiani hanno la brutta abitudine che chiunque voglia varcare la soglia del New Age deve prima pagare una tessera annuale, che costa 9€ e mezzo. Ovviamente abbiamo rotto le scatole alla cassa dicendo che volevamo solo il biglietto (Attenzione! Per soli 20,00 €). “Eeee….!” ha attaccato il ragazzo alla cassa, agitando le braccia. Poi ha alzato le spalle ed è andato dal security. Vista la situazione avevo già iniziato a frugare nel portafoglio in cerca di quei dieci euro, quando il tipo torna di corsa e ci spiega che prima di entrare al New Age dobbiamo lasciare i documenti al buttafuori, che ce li restituirà dopo il concerto. E così fu. Niente tessera, quindi, per noi stranieri “particolarmente ingegnosi”.

Dopo che ci hanno gentilmente servito una birra tutt’altro che memorabile, verso le 21:00 sul palco sono salite le lucertole (The Lizards). Con questi “rettiletti” c’è poco da scherzare, visto che in formazione hanno due nomi altisonanti e due musicisti più che stimati. Il primo è una vera leggenda del rock, l’ottimo batterista Bobby Rondinelli (ex-Rainbow, ex-Balck Sabbath, ex-Riot, Rondinelli – vi consiglio caldamente l’album “Our Cross – Our Sins”, se qualcuno non lo conosce), che a quanto pare ha lasciato da poco un altro grande gruppo di cui faceva parte, i Blue Öyster Cult, per potersi dedicare al 100% ai The Lizards. L’altro nome altisonante è Mike Dimeo, ex cantante dei Riot, che abbiamo potuto vedere a Lubiana più di cinque anni fa al K4, quando i Riot suonarono come gruppo spalla degli Agent Steel (30.01.2000). All’epoca Mike non si rasava ancora la testa e la Slovenia vedeva ancora un sacco di veri concerti rock (Yes, Steve Vai, Jethro Tull, Sting, Iron Maiden, Dream Theater, ah, bei tempi). Basta piangersi addosso! Il resto dei The Lizards è formato dal chitarrista, compositore e arrangiatore, “ragazzo di studio per tutto” Patrick Klein (con una Gibson SG rossa come quella di Santana o Tony Iommi) e dal capo della banda, il bassista Randy Pratt, noto per possedere una delle più grandi collezioni di bassi fatti a mano al mondo.

Insomma, finalmente dopo tanto tempo una band spalla fatta come si deve e nessuna band locale “di terza categoria” che si limita a rubare tempo a chi aspetta e mentre le ascolti ti vengono i capelli grigi e ti cadono a ciocche. Ok, i The Lizards si sono fatti notare subito con la batteria imponente di Bobby Rondinelli. Il tipo ha un solo cassa, due timpani, ovviamente un rullante gigantesco, ed è circondato da una marea di piatti di ogni tipo, e naturalmente non poteva mancare un enorme gong. Altra faccenda l’immagine. “Rettiliana”, appunto! I ragazzi avevano un look tutto anni settanta, camicie con motivi psichedelici, Klein sembrava quasi uno dei Floyd, e anche Pratt non era da meno.

Hanno “stridulato” la serata con un repertorio che senza peli sulla lingua possiamo definire hard rock classico, cresciuto sulle fondamenta dei giganti degli anni settanta, soprattutto Led Zeppelin, Black Sabbath, Deep Purple e Rainbow. L’esibizione era elettrica fino alla fine. Dimeo ha infiammato tutto con la voce, su ogni registro, deciso e a pieni polmoni. Il cantante ha una voce rifinita, le sue linee in certi momenti tirano a quelle di Robert Plant (attenzione, la voce è completamente diversa), mentre per il timbro si avvicina molto bene a uno come Tony Martin, che non è poco. Ovviamente l’attrazione principale tra tutte le lucertole sul palco era Bobby Rondinelli (ho pensato subito a cosa sarebbe esploso e sfavillato se Rondinelli avesse suonato in questo tour per Glenn Hughes). Rondinelli è un batterista speciale. Il suo colpo è come un fulmine a ciel sereno scagliato dallo stesso Zeus tonante. Siluramenti e bombardamenti non-stop con uno stile e un suono inconfondibili. Rondinelli è un batterista eccezionale. Lo è soprattutto perché è capace di un controllo straordinario del gesto, specie dei suoi colpi secchi. Per questo gli serve pochissimo spazio per ogni bomba. Così riempie in modo efficace ogni singolo centimetro che gli viene concesso tra un passaggio e l’altro, con l’estrema detonazione del suo rullante, con gusto, sempre in modo diverso. Insomma, per “sbrigare” il suo repertorio non ha bisogno di dare la caccia a mosche e farfalle nell’aria: suona in modo all’apparenza morbidissimo e semplice, ma l’effetto sonoro è semplicemente devastante. Una vera e propria scuola di batteria hard rock. Non c’è da stupirsi che due giganti del riff come Iommi e Blackmore lo volessero al loro fianco. Anche stavolta Rondinelli ha masticato ritualmente il suo stuzzicadenti per tutto il concerto.

I The Lizards hanno acceso tutto con il loro professionismo, la perfezione scenica e l’affiatamento. Il suono era ottimo, a parte qualche momento di risonanza in cui mi hanno tremato i pantaloni e il basso bucava il quadro sonoro. Uno dei picchi è stato lo spiritoso strumentale Hyperspace, che Pratt ha aperto con l’armonica a bocca, mentre Dimeo è passato alle tastiere. A metà esibizione Bobby ha avuto un breve assolo, che poi si è trasformato in un brano atmosferico e cupo, We Are Dinosaurs, con suoni pesanti, d’acciaio e metallizzati in particolare risalto, tanto che ti immagini davvero la marcia di un’orda di “T-rex”. Quanto dramma è racchiuso in questa canzone! Rondinelli ha dato più di una bella botta al gong! Dal loro attuale album in studio “Cold Blooded Kings” (2004) i The Lizards hanno suonato anche The Opal Crest Of Zed e Down. Hanno chiuso il concerto con un pezzo nuovissimo, I Can’t Fool Myself, con un finale che ricorda You Fool No One dei Deep Purple e che uscirà sul prossimo album in studio del gruppo. E il concerto era finito. In un’ora i The Lizards ci hanno scaldato per bene con una delle più belle escursioni hard rock classico che i miei occhi abbiano visto e sentito ai giorni nostri.

E poi è arrivato Glenn Hughes. Ladies and Gentleman! Would You please welcome the voice of rock, Mr. Glenn Hughes!” Sì, ancora oggi questa frase audace regge a qualsiasi obiezione!

Glenn Hughes è marciato sul palco con i compari, sorriso beffardo stampato in faccia, vestito da vero signore con camicia colorata e gilet. Ovviamente senza jeans non si poteva, e per un look più funky si è messo gli occhiali con le lenti viola. La band è in sostanza la stessa dell’anno scorso, nel tour dell’Hughes Turner Project (il progetto dei due grandi cantanti del rock Glenn Hughes e Joe Lynn Turner). Ci sono ormai i fidatissimi Joakim Marsh (o, in breve, J.J. Marsh) alla chitarra, una Gibson “Flyin’ V”, il tastierista Kjell Haraldson e Thomas Broman alla batteria (evidentemente gli svedesi sono i lavoratori più ubbidienti, se pensiamo al 1994, quando a Hughes nel tour facevano da spalla tutti i membri della formazione di allora degli Europe).

Il leggendario musicista ha attaccato frontalmente con il materiale dell’ultimo disco solista “Soul Mover” (2005), e subito con la title track. La band ha creato immediatamente un groove solido e teso, che si è tuffato nel funky di Orion, dal riff impressionante, su cui Hughes si è goduto particolarmente il palco e ha spinto ancora di più il ritmo del concerto. Dopo Land Of The Livin’ è arrivata la prima resurrezione “purpleiana Mk. III”.

Entra in scena J.J., che si prende il suo tempo nell’intro e si concede un assolo tutto suo (improvvisato), poi di colpo passa a quel misterioso motivo di Mistreated. Glenn apre bocca…brrrrrrr, mi vengono i brividi ancora adesso! Questo tipo oggi canta meglio che mai. Che intensità, che sottile raffinatezza, sempre sul confine giusto tra distacco totale e lucidità, acrobazie costanti ed extravaganti, dagli urli acuti e puliti da ammazzare fino a un ondeggiare appassionato sui registri più bassi. Glenn si è divertito di continuo con una scatolina magica sotto il microfono, che si è rivelata niente di meno che un effetto wah, e che strappava al suo basso inserti sonori in contrasto. Alla fine Glenn si è concesso un vero finale soul-gospel, contrapponendo ghirigori di linee altissime a quelle basse, accompagnato dalle tastiere di Kjell. E quello è stato senza dubbio il primo picco del concerto. Ha brillato J.J., che ha centrato alla perfezione il modo di suonare originale di Blackmore, e così la band si è avvicinata in modo invidiabile all’originale.

Let It Go, pezzo dell’ultimo disco, tra le cose più recenti ha colpito particolarmente per tutta la sua atmosfera e l’immedesimazione del cantante. La canzone parla del perdonare sé stessi, di come vincere il senso di colpa, superarlo e crescere. Messaggi tipici di Hughes, mentre prima di High Road, che è seguita, Glenn ha spiegato al pubblico che l’essenza di tutto è la “liberazione”: “Freedom is a key word! It is all about freedom!” Come vivere secondo i propri principi e accettare tutto ciò che ti circonda, trovare la pace interiore ed essere felici. Tra una cosa e l’altra Glenn ha detto che quest’anno è uno dei più belli e felici della sua vita. Il tipo è stato scatenato per tutto il tempo sul palco, sorridente, aperto a ogni battuta; tra le altre cose ha chiesto alla gente quanti di noi fossero mezzi gay, mettendo in imbarazzo con questa domanda anche tutti i membri della band, per poi aggiungere che in ognuno di noi si nasconde un pezzettino di gay. Di come Glenn prenda in giro gli abitanti del pianeta Terra che parlano giapponese, meglio non dire niente, perché ancora adesso mi scappa quasi la pipì addosso dal ridere appena ripenso a quel suo “bonus” intermezzo.

“Medusa è una canzone che ho scritto a 17 anni!” ha detto Glenn in apertura, e poi è arrivato il pezzo del periodo di Hughes con i Trapeze. Un’escursione progressive, leggermente psichedelica (soprattutto per il suono delle tastiere), piena di svolte tematiche…scelta ottima per far girare l’atmosfera nella direzione opposta! E vista la sua anzianità, è stato un vero onore sentirla. Il finale è stato di nuovo sparato a ritmo più alto. Prima Glenn annuncia Don’t Let Me Bleed, che parla della sua relazione “finita” con una donna. Durante Don’t Let Me Bleed, per le emozioni fortissime, in tutta la sala scoppiettava l’aria. L’atmosfera era così elettrica che a J.J. è saltata una corda. E non una qualsiasi, gli è esplosa la “E6” alta, il che vuol dire che l’aria era davvero carica di un clima particolare. L’ultima frase è stata: “Are you ready to funk with me?” e via con Wherever You Go da “Songs in the Key of Rock” (2003) e un finale di nuovo in marcia più alta.

Ovviamente sono tornati. Dopo un innocuo riscaldamento hanno aperto il bis con un pezzo speciale dal disco, troppo trascurato, dei Black Sabbath in cui cantava Glenn (“Seventh Star”, 1986). Era la canzone Seventh Star, che per me è stata una bella sorpresa. Soprattutto perché, a livello di stile, è la più lontana dall’hard rock di impronta blues-funk e soul classico che Hughes ama tanto suonare e comporre. Una vera particolarità del concerto e della scaletta. Però si vede che la band non prova spesso questo pezzo, perché l’esecuzione non è stata delle più convincenti, e soprattutto le chitarre si sentivano un po’ troppo poco. L’ultimo brano ha confermato solo la mia tesi. Era ovviamente la canzone senza la quale ai concerti di Hughes proprio non si può. Burn è stata il secondo classico Mk. III dei Purple e ha confermato lo straordinario affiatamento della band, che ha messo in scena una vera eruzione di energia. Burn è stata un vero detonatore eruttivo, suonata magistralmente senza la minima sbavatura. Strumenti in equilibrio, suono fenomenale. La differenza tra l’esecuzione di Seventh Star e quella di Burn è quindi come tra il giorno e la notte.

Glenn Hughes è conservato alla grande, canta in modo impeccabile e batte tutti i record con le sue straordinarie capacità vocali. E anche stavolta ci è mancato il fiato davanti al suo modo di suonare e alla sua performance. Come sarebbe stato avere Rondinelli accanto quella sera. Il batterista Tomas Broman è l’anello debole della formazione di Hughes. Talentuoso, ottimo eccetera…ma comunque, quando guardi Rondinelli davanti a lui, ti si inumidisce l’occhio. Il ragazzo per ogni colpo prendeva decisamente troppa “aria vuota”, come se volesse buttare giù tutte le zanzare e l’avifauna dal cielo. Tanto che alla fine era completamente spremuto e a malapena è riuscito a fare l’inchino al pubblico. Agita le braccia in giro molto più di quanto il repertorio di Hughes richieda. Per questo fa anche più fatica a mostrare i momenti in cui bisogna essere sofisticatamente sottili, più morbidi, e zoppicava anche la precisione dei colpi. Gli manca quindi finezza. Visto che è con Hughes da qualche anno, questo mostra solo la generosità di Glenn, che crede nel ragazzo e gli dà una possibilità. Un’altra qualità straordinaria della leggenda del rock. J.J. Marsh è stato molto più disponibile con il pubblico rispetto all’anno prima a Graz (concerto dell’Hughes Turner Project, 12.03.2004), quando guardava appena verso la platea. L’ottimo chitarrista ha fatto il suo lavoro in modo impeccabile. Quando c’era da essere Blackmore lo è stato, e quando doveva essere il suo J.J. lo è stato ancora di più.

Ovviamente in molti avranno sentito la mancanza di qualche leggendario pezzo dei Deep Purple in più, ma la scelta di una scaletta così la capisco perfettamente. Hughes è entusiasta del nuovo disco e del materiale fresco. Non c’è motivo per non dargli la priorità assoluta dal vivo. Il concerto è durato poco meno di due ore (dalle 22:30 alle 00:20). Presto arriverà un nuovo tour con Joe Lynn Turner e lì sarà di nuovo il momento per qualche “purpleiano” You Keep On Movin’ in più. Il concerto è stato pura perfezione. Certo, il basso di Hughes era qualche volta troppo alto, con il risultato di un maggiore tremore da risonanza di oggetti vivi e morti nella sala, ma questo non ha rovinato in nessun modo l’ottimo sapore della serata. La magia del funk, del soul e del blues e del canto divino in tutta la sua purezza, che conosce solo l’eterno “soul mover”, il reverendissimo Glenn Hughes.

Scaletta

The Lizards:
1. Tramp
2. Something Higher
3. Rodeo
4. Dark Angel
5. Down
6. Hyperspace
7. The Opal Crest Of Zed
8. assolo di batteria di Bobby Rondinelli
9. We Are Dinosaurs
10. I Can’t Help Myself
11. Cold Blooded Kings (non eseguita)
12. Turning Me Under (non eseguita)

Glenn Hughes:
1. Soul Mover
2. Orion
3. Land Of The Livin’ (Wonderland)
4. Mistreated
5. Can’t Stop The Flood
6. Let It Go
7. High Road
8. Medusa
9. Don’t Let Me Bleed
10. Wherever You Go
—bis—
11. Seventh Star
12. Burn

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