Un vero caffè jazz fatto in casa, preparato con la vera džeZZva prekmurese! (2015)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Fotografie: Aleš Podbrežnik

Luogo: Lubiana / Orto bar / Slovenia
Data del concerto: 14.04.2015
Numero di spettatori: 10
Prezzo del biglietto: 5,00€

Non è proprio la džezva per il caffè turco, è semplicemente una band che non suona altro che… jazz! E non arriva da Velika Nedelja, ma da Murska Sobota. L’esibizione del quartetto džeZZva nell’ambito dell’Ortofest di quest’anno era data per una delle esperienze live più interessanti del programma. Eppure. Alle dieci e mezza di sera la band è salita sul palco davanti a dieci persone, e dico dieci, staff del bancone compreso.  Nemmeno i quattro tavolini da cabaret piazzati nel locale erano tutti occupati. Ma che diavolo sta succedendo su questo pianeta? Abbiamo davvero perso la capacità di giudicare e scegliere con la nostra testa, e ci muoviamo ormai solo tra mode, formule collaudate, rodate e rigirate mille volte, forme e formati già sentiti? Dov’erano quella sera tutti i maestri della scuola jazz e i loro allievi? Per evitare che l’articolo scivoli in una discussione sulla crisi d’identità della buona musica nel XXI secolo, soffermiamoci piuttosto sull’esibizione sul palco della formazione džeZZva  

I džeZZva sono Dejan Berden (piano, sintetizzatore), Iztok Rodež (chitarra, »paesaggi sonori«), Mojmir Wolf (contrabbasso) e Miran Celec (batteria, percussioni). Maestri del loro mestiere. Nel tardo autunno dello scorso anno hanno pubblicato il loro esordio in studio omonimo. In copertina c’è ovviamente un caffè turco in tazza visto dall’alto, ma alla fine conta poco, vista tutta l’eclettica varietà del contenuto di questo documento musicale. I ragazzi ci offrono uno sguardo su una grande ricettività da veri creatori di musica, che non mette paletti alla creatività e cerca solo l’autenticità nella sfida più libera dell’esperimento musicale. Il che significa di conseguenza anche la capacità, o meglio il possesso, di un raffinato senso di arrangiamento e composizione nel fondere i generi musicali. Con i džeZZva ci imbattiamo in un mix eclettico in cui convivono gli spunti del jazz classico, che ogni tanto, soprattutto per via della chitarra di Rodež (suono e singoli motivi), richiama i lavori di Pat Metheny, mentre l’intreccio delle tastiere di Berden con lo »stiracchiadita« chitarristico di Rodež evoca le sensazioni del sodalizio Lyle Mays/Pat Metheny. Da lì in poi la band si rifugia volentieri nei territori della »contorsione« musicale d’avanguardia e del suo fascino, come abbiamo visto soprattutto nel brano IndinA. Qui Rodež si è tuffato in un mare di paesaggi pittoreschi, panorami variegati e sfaccettati nel plasmare il paesaggio sonoro, e Berden ci ha inserito un pittoresco excursus solista alle tastiere. Proprio a questo punto del concerto si è insinuato un piccolo fastidio sonoro: le tastiere hanno coperto col loro suono i »soundscapes« della chitarra, un peccato enorme trattandosi di uno dei brani più interessanti che i džeZZva hanno presentato sull’esordio in studio e dal vivo all’Orto bar. Se continuo a raccontare le sensazioni di quello che ho sentito, l’elemento che porta l’origine geografica e l’essenza del contenuto eclettico è un tocco di melos tradizionale prekmurese, incrociato in modo compatto con l’elemento jazz

Se per un attimo “svoltiamo” con l’articolo verso la recensione dell’album »džeZZva«, parliamo di un disco che è prima di tutto estremamente genuino, sincero, sentito e il più autenticamente personale possibile. Ma più importante ancora di tutto questo è capire che mette continuamente alla prova l’ascoltatore, lo stuzzica e lo costringe a scoprire il valore del messaggio racchiuso nella musica. E non è stato diverso quella sera all’Orto bar. I džeZZva, con la loro raffinata micromeccanica di collages delicati e incisioni organiche perfette, hanno creato senza darsi arie, con morbidezza, souplesse e libertà un mondo magico tutto loro, coccolando per bene una dozzina di »sopravvissuti« buongustai della musica della conca di Lubiana. Visto il pubblico, lo spettacolo, pieno di piaceri, è stato logicamente accorciato a tre quarti d’ora scarsi. In questo tempo la band ha suonato, oltre al già citato IndinA, anche Doli v kraju sama zase,  Če bi ges bijla fčelica, Ariel, East, Spring, chiudendo il concerto con Tin Tin.  

Chi ha letto questo reportage e si rammarica di non esserci stato quella sera all’Orto bar sappia che può rifarsi beccando l’esibizione dei džeZZva a Lubiana, al Salon za ENO glasbo, in Rimska ulica 2b.  Se possibile, RockLine sarà di nuovo presente anche lì, perché la nostra prima missione è sostenere la sana evoluzione della buona musica di casa nostra, che costruisce con coraggio la propria carta d’identità musicale sulla freschezza provocante dell’originalità d’autore!  

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