Uncle Meat

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Zappa, Frank
Etichetta: Rykodisc Records
Uscita: 1969
Voto: 5/5

“Uncle Meat” rappresenta il culmine degli esperimenti satirico-avanguardistici di Frank con la prima incarnazione della sua band di accompagnamento, The Mothers Of Invention, che sciolse appena pochi mesi dopo l’uscita di questo album. La maggior parte dei pezzi contenuti nel disco è nata per l’omonimo film, rimandato all’infinito, realizzato sotto la bacchetta di Frank e dei suoi The Mothers Of Invention e uscito più tardi del previsto per via di guai finanziari. Il film “Uncle Meat” è uscito ufficialmente, e subito in home video, solo nel 1987. Come c’è da aspettarsi dal signor Francesco, la cui fantasia fuori dal comune e il cui umorismo bizzarro non conoscevano limiti, si tratta di un’opera parecchio bizzarra, con protagonisti i membri dei The Mothers Of Invention e i loro conoscenti. Siccome finora non ho avuto modo di guardarlo, sul contenuto non posso riferire molto di più.

“Uncle Meat” è anche una specie di album quasi-concettuale (come la gran parte dei dischi di Frank), il cui concept non ha niente a che fare con l’omonimo film: racconta infatti la storia di zio “Carne”, uno scienziato pazzo che, insieme al suo schiavo messicano Bimbo, vorrebbe dominare l’universo con un esercito di mutanti creati nel suo laboratorio. La bizzarra vicenda parte dal momento in cui Uncle Meat e Bimbo decidono di vendicarsi dopo essere stati licenziati da una base militare governativa per il lancio di missili guidati. Dopo aver rubato buona parte dell’attrezzatura che si trovava nella base e qualche misteriosa ricetta da vecchi libri, partono per la loro campagna di vendetta. Travestiti da groupie, finiscono in un bar, dove attirano l’attenzione e convincono la maggior parte degli avventori a seguirli nel laboratorio, dove Uncle Meat inietta loro un siero speciale e, con un apparecchio apposito, impianta un dispositivo con cui, con la scusa che “si allargheranno le loro prospettive spirituali”, impone la propria volontà. Dopo aver creato un docile esercito di mutanti, Uncle Meat beve una pozione speciale che dovrebbe renderlo immortale. L’esercito di mutanti parte poi per la sua marcia trionfale attraverso la città, seminando il panico tra gli abitanti, e sulla scena compare pure un mostro gigante con i tentacoli. Nel frattempo Uncle Meat, con speciali effetti sonori, ipnotizza la gente, che comincia a comportarsi in modo stranissimo e a ballare balli strani e lascivi. La storia poi (come prevedibile) scivola in acque estremamente bizzarre e totalmente assurde, e racconta di come lo scienziato pazzo faccia esperimenti sulle piante che, a causa dell’uso di certi suoni, cominciano a crescere senza controllo. Uncle Meat ricomparirà come personaggio secondario anche nel concept dell’album “The Grand Wazoo” (1973).

Su “Uncle Meat” Frank si è divertito di nuovo a giocare con elementi di musique concrete, jazz fusion, musica orchestrale e rock sperimentale. Ci ha infilato anche pezzi di dialoghi del film, anche se per lo più si tratta di un album strumentale. In alcuni punti Frank ha già iniziato a virare in modo evidente verso il jazz e la musica classica, che dopo l’uscita di “Uncle Meat” sarà il passo successivo della sua carriera musicale. Per motivi assurdi, suoni bizzarri, satira sociale, parodia del rock ‘n’ roll e del doo-woop e dialoghi parlati (per la maggior parte presi dalle riprese del film), “Uncle Meat” è senza dubbio uno degli album più avanguardistici di Frank in assoluto: di sicuro non rientra tra i suoi lavori più accessibili, ma è altrettanto sicuramente uno di quelli che ripagano di più chi ascolta. Le sezioni che sembrano suonate da un’intera orchestra sono state registrate con la tecnica, allora ancora rivoluzionaria, delle sovraincisioni successive. Dove sembra di sentire delle trombe, in realtà sono clarinetti, suonati e accelerati apposta attraverso uno speciale effetto sonoro. Altri effetti speciali sono stati suonati con l’organo elettrico. Per effetti sonori e tecniche di registrazione, il disco è parecchio rivoluzionario per il suo tempo. Il brano conclusivo “King Kong”, per dire, è stato suonato e registrato in sei modi diversi. Oltre alla formazione standard dei The Mothers Of Invetinon (cioè, oltre a Frank alla chitarra, voce e percussioni, il cantante Ray Collins, il batterista Jimmy Carl Black, il bassista Roy Estrada, il tastierista Don Preston, il batterista Billy Mundi, il sassofonista Bunk Gardner e il cantante/umorista Motorhead Sherwood) c’è il tastierista/sassofonista Ian Underwood, che diventò presto il pupillo di Frank e che lui si tenne stretto a lungo per i suoi progetti musicali futuri. Con un monologo a mo’ di presentazione personale fa una rapida prima comparsa anche il leggendario batterista britannico Aynsley Dunbar, futuro membro della band di Frank, che qui però non dà ancora alcun contributo strumentale.

La maggior parte dei testi e dei dialoghi parlati è una satira sociale della tipica quotidianità di adolescenti californiani viziati che vogliono diventare famosi e importanti (membri di una finta band rock alla moda, groupie e così via). Di conseguenza c’è un sacco del tipico umorismo zappiano, bizzarro e da gabinetto, mentre di satira politica stavolta c’è giusto un assaggio, tra cui una riuscita parodia dell’inno americano. Per lo più si tratta di dialoghi burleschi tra i membri della band, che a pochi faranno ridere dopo più di due ascolti, anche se a qualcuno scateneranno subito scrosci di risate irrefrenabili. Naturalmente, anche stavolta di brano in brano si fa sentire e fa da filo conduttore la voce di Suzy Creamcheese, il personaggio fittizio preferito di Frank, che rappresenta una groupie e cantante mormone fallita e patetica. È la sua ultima “ospitata” in un album in studio di Frank. Frank e la sua banda, come al solito, nel frattempo recitano di proposito la parte di svitati incomprensibili e disadattati, da qualche angolo ai margini della società americana. L’edizione originale era un disco singolo, mentre l’edizione in CD l’ha ampliata con più di 35 minuti di registrazioni tratte dal film e con il brano folle “Tengo Na Minchia Tanta” (che in italiano significa “ho un grosso cazzo”), registrato in tutt’altro periodo. Alcuni fan di Frank guardano a questa modifica quasi come a un sacrilegio nei confronti dell’edizione originale, mentre a me dà fastidio solo la lunghezza eccessiva dei dialoghi del film, che fanno ridere finché non li senti più di tre volte e poi cominciano piano piano a irritare.

L’album si apre con “Uncle Meat”, il tema strumentale di base, un’ottima improvvisazione jazz sul vibrafono e sulla batteria di Frank, seguita da un motivo psichedelico alla chitarra. Dopo il fruscio di un effetto speciale arriva la voce di Suzy Creamcheese (“The Voice Of Cheese”), che anche stavolta è interpretata da Pamela Zarubica (con ogni probabilità una delle groupie di Frank). Suzy saluta “l’America adolescente e si lamenta che alla fine non è riuscita a diventare famosa, non c’è riuscita nemmeno come groupie, che ha combinato un disastro anche quando è andata in Europa e per questo è tornata volentieri da sua mamma”. Nel mezzo, attraverso un effetto speciale, a fare da argomenti convincenti a sostegno della lagnosa Suzy si sentono pure “rutti” e “gorgoglii”. “Nine Types Of Industrial Polution” è uno strumentale d’avanguardia più lungo, pieno di elementi jazz. Contiene ampie improvvisazioni bluesy di Frank alla chitarra e un mare di percussioni diverse che creano un ritmo totalmente dissonante. È il primo pezzo del disco realizzato con la tecnica delle sovraincisioni e, allo stesso tempo, uno dei primi lavori nell’opera di Frank in cui si presenta, tra l’altro, anche come ottimo chitarrista. Il breve strumentale “Zolar Czakl” è uno stacco d’avanguardia perfetto, che starebbe benissimo anche come colonna sonora di un cartone animato psichedelico. “Dog Breath, In The Year Of The Plague” (qui Frank, al suo tipico modo comico, prende di mira l’anno 1348, quando in Europa ci fu la prima grande ondata di peste, e l’odore che veniva dagli infetti) è uno degli esperimenti più fuori di testa dell’intero album (e di certo non ce ne sono pochi), visto che la sua sezione centrale contiene ben 40 (!) tracce, stipate lì dentro con la già citata tecnica delle sovraincisioni. “Dog Breath” è un vero e proprio gulasch d’avanguardia di surf rock, jazz, classica e psichedelia, in cui si alternano l’atmosfera delle spiagge soleggiate hawaiane e l’horror psichedelico. La melodia vocale è particolarmente grottesca, perché a un certo punto, quando la fanno passare attraverso un effetto speciale, ricorda una sorta di squittio melodrammatico di chihuahua. Il finale psichedelico-jazzistico sui fiati è da leccarsi i baffi.

“The Legend Of The Golden Arches” prosegue con i motivi orchestrali comici, psichedelici e jazzistici grazie all’ottimo lavoro di fiati, vibrafono e sezione ritmica, che starebbero bene in un cartone animato con quel papero svitato di Daffy dei Looney Tunes, se più avanti non si trasformasse quasi in una melodia balcanica da “danza gitana”. Dopo il “russare” e le risate arriva una svolta del tutto inaspettata e il pezzo entra in sfere completamente psichedeliche, dove i protagonisti sono pianoforte e fiati. Nel finale si fa sentire ancora una volta la mormona sciroccata Suzy Creamcheese, che si lamenta dell’impianto audio durante un concerto dei Mothers. Segue la versione dal vivo di “Louie Louie” (autore originale Richard Berry), una delle parodie preferite di Frank di un classico del rock ‘n’ roll, che per anni continuò a suonare ai suoi concerti. Questa versione, con un’improvvisazione burlona al sassofono, è stata registrata dal vivo durante un’esibizione alla londinese Royal Albert Hall. In “The Dog Breath Vibrations”, che è una parodia strumentale più che evidente dei Beach Boys e della loro “The Good Vibrations”, in una versione modificata e molto più jazz (con maggiore peso su chitarra e tastiere) si ripresenta il principale motivo surf rock umoristico di “Dog Breath, In The Year Of Plague”. “Sleeping in a Jar” è una specie di ninna nanna burlesca con melodia psichedelica e voci deliberatamente stravolte. In “Our Bizarre Relationship” Suzy racconta le sue esperienze da groupie, quando si svegliava al mattino accanto a donne sconosciute, e parla della percentuale di intelligenza di un suo datore di lavoro, che sarebbe al livello di un’arachide. “The Uncle Meat Variations”, come dice già il titolo, contiene varie variazioni sul tema principale, quello del titolo. Sono perlopiù improvvisazioni jazz e sinfoniche assurde ma magistrali, che evocano alla grande l’atmosfera concettuale del già citato scienziato pazzo in mezzo ai suoi bizzarri esperimenti. Oltre agli ottimi motivi orchestrali guidati da percussioni sballate, ci sono anche voci stranissime, e il tutto si chiude con un assolo blues di chitarra e organo Hammond.

“Electric Aunt Jemima” è una delle umoresche più grottesche, con voci “da topo” manipolate attraverso un effetto e un accompagnamento surf rock. Starebbe benissimo in qualche cartone animato comico e grottesco. “Prelude To King King” è una specie di preparazione a “King Kong”, il pezzo strumentale centrale dell’album. È un ottimo strumentale jazz fusion con arrangiamenti di fiati bravissimi e sfacciatamente spiritosi e percussioni “sciamaniche”. “God Bless America” è una succosissima parodia dell’inno americano, registrata durante un’esibizione al club Whisky A Go Go. Mentre Underwood al sassofono suona una melodia completamente stonata su colpi di batteria da circo, Frank urla in modo grottesco i versi principali dell’inno. In “A Pound For a Brown On the Bus” ricompare una melodia psichedelica burlesca su fiati, batteria e chitarra, simile a quella di “Dog Breath”, che starebbe bene in un cartone animato sballato con un coniglio o un papero come protagonista. In “Ian Underwood Whips It Out”, registrata durante un’esibizione a Copenaghen, si presenta il nuovo arrivato di allora, il polistrumentista Ian Underwood, che subito dopo l’audizione diventò il pupillo di Frank. Nel mezzo si sente anche un entusiasta “wowie-zowie” uscito dalla bocca di Suzy Creamcheese, perché Ian, rispetto alle altre caricature della band di Frank, era un vero “bel ragazzo”. Dopo questa breve presentazione di come Ian sia diventato membro della band di Frank, segue un’ottima improvvisazione jazz con vere e proprie seghe soliste di Ian al sassofono. Lo psichedelico “Mr. Green Genes” è una delle burlesche più riuscite del disco, con arrangiamenti orchestrali, ritmo da corteo funebre, vibrafono, una spiritosa melodia vocale e un finale pomposo.

“We Can Shoot You” è una follia d’avanguardia totale, con suoni di percussioni assurdi, un’improvvisazione pazza al sassofono e l’uso del kazoo. “If We’d All Been Living In California” contiene un dialogo tra i membri dei The Mothers Of Invetion, in cui si lamentano dei problemi di soldi e del fatto che letteralmente muoiono di fame. “The Air” è un’altra parodia doo-woop piuttosto riuscita, con voci burlesche e sentimentali. Evidentemente, dopo l’album “Cruising With Ruben And The Jets” (1968) a Frank non bastava ancora prendere in giro la musica della sua giovinezza, quella che suonava con le sue prime band. L’eccellente strumentale jazz rock fusion “Project X” è senza dubbio uno dei pezzi migliori del disco. Tra i suoi pregi principali ci sono (per Frank piuttosto insolita) una melodia sottile alla chitarra e improvvisazioni sbarellate su percussioni, vibrafono e fiati. Dopo un cambio di tempo si trasforma nel tema di un cartone animato psichedelico. A questo strano amore per i motivi assurdi da cartone psichedelico Frank non riuscì a resistere ancora per un bel po’ di anni. “Cruising Fo The Burgers” è un’altra burlesca psichedelica con melodie vocali sbarellate e una satira della tipica quotidianità degli adolescenti americani. Nel finale arriva un motivo “da cowboy” divertentissimo.

L’album prosegue sul secondo CD con un estratto di quasi 40 minuti (!) di nastro dal film “Uncle Meat”. Per ascoltarlo e riderci su è interessante al massimo tre volte, poi non è più così divertente. Per lo più sono cazzeggi piuttosto assurdi dei membri dei The Mothers Of Invention, di alcuni loro amici e di groupie, con tanti rumori grotteschi in mezzo, tipo il riavvolgimento della pellicola, il ronzio di un rasoio, schiocchi di labbra e così via. Nel mezzo si sentono tutti i tipi di scemenze possibili: dai lamenti del batterista Jimmy Carl Black con un accento spagnolo volutamente marcato e qualche parola in spagnolo, all’imitazione di pulcini e rumori di “scoregge”, abbuffate di hamburger, docce, vibratori e un mucchio di barzellette più o meno succose su polli, presidenti e mostri. Uno dei momenti più bizzarri arriva quando l’attrice comincia a raccontare le sue fantasie sessuali su gabinetti e mostri, mentre in sottofondo si sentono i rumori della sua attività sessuale. Il culmine della burlesca arriva quando questa strana donna (una groupie?), che tra l’altro è evidentemente molto ingorda di hamburger, dice un paio di cose parecchio bizzarre sul già citato leggendario batterista britannico Aynsley Dunbar, futuro membro della band di Frank. Lui risponde alla provocazione nel tipico modo britannico, sarcastico. Alla fine si sente anche un monologo estremamente assurdo con accento italiano. Insomma, un collage cinematografico di bizzarria estrema, e non voglio nemmeno immaginare quanto debba essere bizzarro il film. D’altronde, aspettarsi qualcosa di diverso da Frank e dalla sua combriccola di “hungry freaks” sarebbe stato del tutto sbagliato. Dopo questo teatro dell’assurdo, per il quale c’è voluta addirittura un’uscita doppia, finalmente c’è ancora un po’ di spazio per la musica.

Segue il già citato pezzo hard rock d’avanguardia “Tengo Na Minchia Tanta” (che in italiano significa “ho un grosso cazzo”), registrato in tutt’altro periodo, come è più che evidente dalla chitarra fortemente distorta e dal suono delle tastiere. Contiene una voce lagnosa volutamente assurda in italiano, piena di parole sconce. Segue un altro estratto più breve dal film, che stavolta per fortuna dura meno di quattro minuti e in cui si risente il piagnucolare di quella ragazza viziata e di alcune altre donne, che alla fine raggiungono l’orgasmo (e questo, tra l’altro, è ben lungi dall’essere l’ultimo di questi “eccessi” sonori di Frank). Un Borat, con tutta la sua bizzarria, in confronto a Frank è davvero uno scolaretto. Per il gran finale arrivano sei versioni diverse dell’ottimo strumentale jazz rock fusion “King Kong”, che è sicuramente il pezzo più famoso del disco, ripreso qualche anno dopo, tra gli altri, anche dagli art rocker britannici meno noti Babe Ruth. La cosa più interessante è come ognuna sfumi splendidamente nell’altra. La prima versione l’hanno registrata in studio i The Mothers Of Invention, la seconda l’ha interpretata a modo suo Dom De Wild, nella terza ha partecipato più attivamente con le sue follie Motorhead Sherwood, nella quarta il sassofonista Bunk Gardner ha avuto più spazio per i suoi assoli, nella quinta sono stati usati effetti e suoni insoliti, mentre la sesta è stata registrata dal vivo durante un’esibizione al Miami Pop Festival. Lì, nel ruolo di protagonista, brilla al sassofono Ian Underwood. Tutte e sei le parti si completano alla grande l’una nell’altra e secondo me, nel loro insieme, rappresentano proprio il culmine dell’intero album, oltre a dare un ottimo assaggio della direzione jazz che Frank prenderà in alcuni dei dischi successivi.

“Uncle Meat” è secondo me il picco creativo avanguardistico-rock di Frank con la formazione originale dei The Mothers Of Invention, con la quale l’anno dopo pubblicò ancora due album postumi. Al momento dell’uscita il disco era di sicuro innovativo almeno quanto era assurdo e provocatorio. Per quei fan di Frank che, di tutta la sua sterminata eredità, apprezzano di più i lavori assurdo-satirico-psichedelici del primo periodo d’avanguardia, “Uncle Meat” è di sicuro la leccornia preferita. L’unica cosa che ogni tanto dà fastidio a me è che non sempre ho voglia di ascoltare quasi 40 minuti di dialoghi del film nella seconda parte, la cui unica cosa interessante è lo sguardo storico, in audio, sulla vita sociale straordinariamente insolita dell’artista. Questo problema ovviamente si risolve in un attimo premendo il tasto per andare avanti, che io però uso sempre meno (a meno che proprio non sia in vena), perché anche a questo collage cinematografico assurdo mi sono abituato come a una parte integrante di un insieme compiuto. In ogni caso “Uncle Meat” è, per così dire, la sintesi perfetta tra l’assurdo primitivismo della musique concrete e il genio compositivo, che supera i confini del rock popolare e della musica orchestrale, dalla classica al jazz, e uno degli album chiave per lo sviluppo di tutte le correnti più avanguardistiche all’interno del rock progressivo. Da questo punto di vista rientra di sicuro tra i suoi lavori migliori in assoluto. “Uncle Meat” è un’altra opera d’arte assolutamente unica, fuori serie, che senza scendere a compromessi non si può collocare in nessun genere, e che poteva creare solo un unico e solo musicista, Frank Vincent Zappa, che nell’anno in cui uscì questo album rispondeva anche al nome di Uncle Meat.

Formazione

Frank Zappa – voce, chitarra, tastiere, percussioni
Don Preston – tastiere, basso, pianoforte elettrico
Jimmy Carl Black – batteria, percussioni, voci
Ray Collins – voce
Roy Estrada – basso, voce
Bunk Gardner – clarinetto, flauto, clarinetto basso, ottavino, sassofono, fiati
Ruth Komanofff – percussioni, marimba
Billy Mundi – batteria, voce
Ian Underwood – organo, clarinetto, flauto, pianoforte, arpa, sassofono, fiati, pianoforte elettrico
Euclid James “Motorehad” Sherwood – sassofono tenore, tamburello, voce
Art Tripp – batteria, percussioni, campane, marimba, xilofono, timpani, vibrafono
Nelly Walker – voce soprano
Pamela Zarubica – voce di Suzy Creamcheese

Produzione

Frank Zappa

Tracklist

CD 1: 57:21
1. Main Title Theme (1:56)
2. The Voice of Cheese (0:26)
3. Nine Types of Industrial Pollution (6:00)
4. Zolar Czakl (0:54)
5. Dog Breath, in the Year of the Plague (3:59)
6. The Legend of the Golden Arches (3:28)
7. Louie Louie (At the Royal Albert Hall) (2:19)
8. The Dog Breath Variations (1:48)
9. Sleeping in a Jar (0:50)
10. Our Bizarre Relationship (1:05)
11. The Uncle Meat Variations (4:46)
12. Electric Aunt Jemima (1:46)
13. Prelude to King Kong (3:38)
14. God Bless America (1:10)
15. A Pound for a Brown on the Bus (1:29)
16. Ian Underwood Whips It Out (5:05)
17. Mr. Green Genes (3:14)
18. We Can Shoot You (2:03)
19. If We’d All Been Living in California… (1:14)
20. The Air (2:57)
21. Project X (4:48)
22. Cruisin’ for Burgers (2:18)

CD 2: 63:05
1. Uncle Meat Film Excerpt, Pt. 1 (37:34)
2. Tengo Na Minchia Tanta (3:46)
3. Uncle Meat Film Excerpt, Pt. 2 (3:50)
4. King Kong Itself [Played by the Mothers] (0:49)
5. King Kong II [Interpreted by Tom Dewild] (1:21)
6. King Kong III [Motorhead Explains It] (1:44)
7. King Kong IV [Gardner Varieties] (6:17)
8. King Kong V (0:34)
9. King Kong VI [Live at Miami Pop Festival] (7:24)

Durata dell’album: 120:26

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