Unseen
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Haunted, The
Etichetta: Century Media
Uscita: 2011
Durata: 54:15
Voto: 4.7/5
Sette è un numero da favola e, a dirla tutta, non tutte le favole originali erano piene di kitsch; anzi, ogni tanto il lupo che si è pappato la nonna e tutta la sua prole l’ha fatta franca, anche dopo essersi portato via per buona misura un paio di gnomi e di sedicenti critici, e ha fatto benissimo! Dopo la rabbia del disco Versus, i The Haunted hanno ripulito le valvole e hanno puntato su un suono più pulito e più vintage, che non andrà giù a tutti quelli che non sono evoluti mentalmente oltre gli album The Haunted o Made Me Do It e One Kill Wonder, che però, miei cari, sono stati scritti da musicisti più giovani di tredici anni e per la gola di un cantante completamente diverso. In mezzo sono arrivati rEVOLVEr, The Dead Eye e il cambio al microfono. E Unseen offre esattamente quello che dice il titolo: una dimensione mai vista prima di intendere la metrica e le possibilità musicali che, se proprio devi attaccare etichette alle orecchie e imbrattare i pensieri con paragoni inutili, suona davvero più pop, più adatta al ballo e sì, suona morbida e molto meno thrasher.
https://www.youtube.com/watch?v=as63fqxybt0
I The Haunted hanno rinunciato al mimetismo e hanno cercato la loro risposta personale alla tavolozza dell’eterna imitazione (se non altro, hanno detto un bel no a imitare sé stessi). Sì, è successa un’eresia e grazie agli dèi, perché rifare suoni e riff già sentiti è spesso solo un modo insulso per negare la mancanza di idee, di palle e della capacità di una perfetta erezione astrale, che i The Haunted senza dubbio hanno. Anzi, la prima cosa che salta all’occhio è che hanno un gigantesco paio di fenomenali, succulente palle, che ti infilano delicatamente in gola; e se non ti va a genio, puoi soffocarti alla grande nella tua agonia e fare reclamo all’ufficio per la tutela dei metallari “veri credenti”.
Andiamo con ordine, come le case a Trieste. Unseen è melodico e schizofrenico nel mettere in fila immagini diverse, che il cantante Peter Dolving ha descritto come “epiche, ballabili, groovy e molto “da metallo scoreggione” (farty metal). Lo scopo del disco è infatti spaccare il culo al 99,9 % dei generici imbecilli alla Mr. Goetske là fuori, nel mondo in bianco e nero!”. Scopo raggiunto, visto che gran parte del vecchio veleno corrosivo è sparita da questi veleni ormai un po’ rielaborati e, come si addice all’età, si è avvolta in un manto un po’ più caldo e morbido. Il più duro è l’inizio, con la pienissima di cherosene Never Better, che però già al ritornello si trasforma in modo fenomenale in un velo soffice, provocando con i versi: “Ashes to ashes / Dust to dust / Some build for failure / Some build for trust”. Non posso ignorare che i The Haunted, nel confezionare le loro vignette, sono diventati progressivi alla Opeth e hanno gli arnesi per scolpire splendidamente mente e orecchie come pochi predicatori musicali. Stavolta la predica è un po’ meno urlata, come conferma il seguito di ispirazione stoner con il brano No Ghost. È come iniettarsi in vena puro estratto dei fenomenali Clutch di Blast The Tyrant, ma i The Haunted hanno comunque abbastanza senso estetico proprio da non farti cadere in uno stato di demenza, di smarrimento o semplicemente di incapacità di fare una banale addizione. “As it flows, you might not know the motion / Ain’t no ghost, there’s only love or nothing / All you want, / And if my hands can’t touch it it’s mine” canta il signor Dolving, mentre tu cadi in ipnosi sotto l’eterna carezza delle chitarre retrò di Patrik Jensen e Anders Björler e la viscosa untuosità della ritmica del batterista Per Möller Jensen e del bassista Jonas Björler. Una delle sorprese più grosse del disco è Catch 22, impostata alla Deftones, che ti scuote in lungo e in largo, mentre l’enigma si nasconde nei versi finali. “Someone to connect the pieces / Someone who will speak his mind / Someone who will carry what we’re all afraid to really say / How infuriating and obscene / Apologetic in absurdum / No-one wants to feel” indica una tendenza a frammentare e a scavare più a fondo delle solite strofe da haiku. Dopo questo non resta che la scomparsa del vecchio sé, come conferma Disappear, insieme al suono raffinatamente accordato di un cinico divino in Motionless. “Everything you say’s been said before / By someone just like you and me / It’s a comfort can’t you see” ti si insinua alla nuca e rosicchia instancabile e ostinato la sua strada verso il centro dell’universo. Il culmine della nuova estetica brilla nella massiccia title track, uscita dalla penna del membro dei Coldtears David Johansson, che ti taglia il cuore con versi che non danno una risposta divina diretta alla domanda sul senso di una nuova esistenza, con le parole “And so it stays unseen / Under the surface / Right out of touch / Right out of reach / And so it stays unseen / Until we shine the light of truthful loving trust / It’s never going to change”. La cosa unica di questo nuovo volto è che capirai tutte le parole. Un bel seguito è la cristallina e dolce The Skull, che accarezza e culla con una nota jazzistica, già davvero profondamente progressiva, di una pomposa sinfonicità dal suono gigantesco, che poi si conficca in una selvaggia stampede thrash. “No more hesitation / No more slipping away / No more waiting for a loving grace / Easy now / Go lightly these are tricky times / We don’t need much fuel to feed the fire”. Ormai integrato nel nuovo senso, puoi digerire il concetto che pervade l’insieme, mentre per gli entusiasti non troppo schizzinosi della rabbia rustica ci pensa The City, che ti inchioda alla croce con una serie di riff fenomenali e testi intessuti di fili artisticamente ricamati di cinismo e umorismo, a cui devi solo prestare orecchio, rinunciando all’ostinazione insensata e senza coscienza di opporti al ciclo del cambiamento e della maturazione. Them segue il ritmo un po’ più rumoroso di sputafuoco infuriati che urlano “So in love with a monster / And a precious lie / But someone’s got to pay / For each and every single fuck up!”, mentre le folle si macinano e si incollano in una serie granitica di nuova, fenomenale manipolazione mentale. Qui i The Haunted se la giocano alla pari con i Tool, solo che la loro bestia è un filo meno matematica e giura sulla musicalità di una primordialità totale. La fine si avvicina, lo annuncia All Ends Well, che infila sul filo dell’insieme perle di narrazione. Forse una storia di sadomasochismo, dell’eclettico sentire di un adultero che se ne fotte della moralizzazione del mondo, oppure solo una critica forte e chiara a un mondo di zombie rimbecilliti. “I don’t want more than a moment / That’s all that I can take / I don’t care who talks about us / I don’t care what people say” si dà la mano con l’atto conclusivo, Done. “Love is stronger than all / We can cry and pretend / But we know there’s something real / Some men say we’re from the first breath to the last / You should carry your head high / Cause I’m done / Digging myself deeper / Done looking for escape / Done playing games / Your validation’s not worth my time” I The Haunted mettono sul tavolo tutti gli assi e non so se ce ne siano molti con carte migliori in mano.
https://www.youtube.com/watch?v=IxZakwbrFLc
Unseen scompiglia e sposta l’assetto della volta cranica con una logica assassina più gentile. I The Haunted non hanno mai suonato così morbidi, non hanno mai tagliato così a fondo, non hanno mai versato suono così pulito né sono stati così esposti ai critici e alle salve di mugugni negativi, eppure posso annunciare con orgoglio e onore che è finalmente arrivata l’epoca nuova nella percezione del mondo chiamato The Haunted. Il cuore è su un vassoio e solo ora puoi capire che si può dissezionare la pompa dell’esistenza e del sentire, in modo sensuale ed emotivo, anche con un coltello da burro. Mi dispiace solo che il disco Unseen non abbia seguito direttamente The Dead Eye, perché Versus solca un po’ grossolanamente le texture e rovina la media; in ogni caso, a nome mio posso esprimere solo la più profonda ammirazione e con una standing ovation chiedo la prossima dose di nuova provocazione sonica, cinismo e schiena dritta, che nel mondo degli imitatori manca così cronicamente.
La recensione è nata dalla collaborazione tra RockLine e Rock Hard Slovenija.

Formazione
• Patrik Jensen – chitarra ritmica
• Jonas Björler – basso
• Anders Björler – chitarra solista
• Peter Dolving – voce
• Per Möller Jensen – batteria
Produzione
Tue Madsen
Tracklist
01. Never Better
02. No Ghost
03. Catch 22
04. Disappear
05. Motionless
06. Unseen
07. The Skull
08. Ocean Park
09. The City
10. Them
11. All Ends Well
12. Done
13. Attention*
14. The Reflection (live)*
15. The Fallout (live)*