Up

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Gabriel, Peter
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 2002
Durata: 66:40
Voto: 5/5

Nella storia di praticamente ogni musicista arriva, prima o poi, il momento di una crisi creativa, più o meno lunga, ma non nel caso del leggendario cantante, compositore, produttore e icona del rock progressivo inglese Peter Gabriel. Un artista scafatissimo, che nella sua incredibilmente prolifica carriera ha ridisegnato almeno due volte gli orizzonti della musica sperimentale e popolare contemporanea, e che ha sempre schivato con abilità qualsiasi stagnazione creativa. Anche grazie al fatto che, prima di registrare ogni nuovo progetto, si prende tutto il tempo che serve per far maturare le idee. Così tra il suo precedente capolavoro in studio “Us” (1992) e “Up” sono passati quasi dieci anni, il che ha portato più di un fan praticamente al limite della pazienza, soprattutto dopo che l’uscita ufficiale, prevista per il 1998, è slittata al 2002. La loro soglia di sopportazione, sempre più bassa, è stata però ripagata alla grande con uno dei migliori risultati della carriera di Peter, il che significa che il gigante del rock progressivo e mecenate di ogni sorta di innovazione musicale con “Up” ha ancora una volta superato sé stesso.

Il titolo dell’album è rimasto lo stesso dall’inizio delle registrazioni fino all’uscita, anche se Peter per un po’ aveva pensato di chiamarlo “I/O” (un’opzione che resta aperta per il titolo del suo prossimo lavoro in studio). “Up” è, nella migliore tradizione di Peter, un collage intelligente e sottilmente strutturato di sorprendente varietà sonora e produzione brillante, in cui non manca mai quella sua magia ambientale inconfondibile, capace di strappare l’ascoltatore con facilità dagli abituali orizzonti fisicamente tangibili. A garantire una tale rifinitura ci ha pensato un esercito di collaboratori di grande talento arrivati da ogni angolo del mondo, tra i quali vanno messi in risalto i tre pupilli storici di Peter: il mago del basso e del Chapman Stick Tony Levin (tra l’altro da anni anche membro dei King Crimson), l’unico musicista dell’album che lo accompagna fin dagli esordi della carriera solista, il chitarrista di lunga data David Rhodes e il batterista Manu Katche, che nel suo approccio ha sempre coltivato una bella dose di finezze ritmiche dal mondo della musica etnica. Queste ultime hanno spesso avuto un ruolo importante nel linguaggio sonoro di Peter, e così è anche su “Up”, seppur in quantità molto minore rispetto ai due lavori in studio precedenti.

Oltre ai consueti compiti di voce e pianoforte, il vecchio volpone si è divertito anche stavolta con un sacco di strumenti diversi, soprattutto di stampo elettronico, per cui in alcuni pezzi si scova un’ampia tavolozza di campioni sonori elaborati al computer, mentre sul fronte delle tastiere non ha fatto economia, dosando con criterio gli strumenti a tasti, mellotron in testa. In più, con le sue esplosioni calibrate di chitarre distorte e certi campioni sonori in semitoni quasi aggressivi, “Up” è in alcuni brani di gran lunga il lavoro più d’impatto dell’intera discografia di Peter, un’altra prova della sua incredibile versatilità, ma anche la testimonianza del bisogno costante di provare qualcosa di nuovo. Quello che però conta di più per la maggior parte dei suoi fan è semplicemente il fatto che la sua voce, con gli anni, è rimasta intatta, anzi ha guadagnato ancora in profondità emotiva, e questo nonostante lui, almeno nell’aspetto esteriore, si sia trasformato in tempo record in un “nonnetto” con barba argentata e capelli diradati. Il suo canto resta così un mix tutto suo, sentito fino in fondo al cuore e all’anima, di calore, sarcasmo e malinconia, con cui non fatica a toccare certi bisogni spirituali di base di chi ascolta.

La poesia di Peter, grazie alla sua vitalità a tutto tondo e alla forza dei singoli messaggi, è ancora una volta una categoria a parte e con gli anni è solo maturata. La maggior parte dei testi ruota attorno a temi trascendentali come la nascita, la crescita e la morte, ma in mezzo si trovano anche dosi ben calibrate di simpatica satira sociale pungente, come nel primo singolo dell’album, “The Barry Williams Show”, dove Peter si è concesso una parodia spietata dei beceri talk show americani della realtà in stile Jerry Springer.

L’album brilla in lungo e in largo, e quindi è impossibile scegliere i momenti più scintillanti. Già l’apertura con la cupa “Darkness”, dove dopo un’introduzione sommessa l’ascoltatore viene crivellato da dosi fragorose di fraseggi di chitarra in semitoni, dalla linea di basso minacciosamente groovy di Levin e da campioni sonori compressi con cura, è concepita in modo così brillante che fa venire la pelle d’oca anche dopo innumerevoli ascolti. Peter, destreggiandosi con abilità tra momenti aggressivi, in cui si serve del vocoder, e il canto con voce pulita, su una delicata base di pianoforte, costruisce piano piano un’atmosfera varia. Questa si trasforma con incredibile bravura dalle tinte cupe a sfumature più luminose, in perfetta sintonia con il testo, che parla della lotta interiore di una persona con le sue paure personali più profonde.

Segue probabilmente il brano più noto dell’album, la brillante “Growing Up”, uscita anche come singolo. Grazie soprattutto a una condita di campioni sonori funkeggianti arrangiata con intelligenza incredibile, presenta Peter ancora una volta in vesti compositive del tutto diverse. Pattern ritmici elettronici e ricche onde di mellotron sostengono la melodia ipnotica, di cui si occupa con zelo l’interpretazione vocale di Peter, di un’emotività stupefacente. Qui certi vecchi trucchi (il mellotron) e le finezze moderne (campioni elettronici groovy) si danno la mano con successo, e il maestro torna a essere l’artista che supera qualsiasi prova del tempo. Il testo parla dell’inizio della vita, dal primo battito del cuore nel grembo materno. La trascendentale “Sky Blue” è una buona candidata a pezzo più bello dell’album sul piano ambientale, perché la distingue un mix emotivamente elevatissimo di tappeti sonori e ricche armonie vocali. Qui Peter ha unito con più che successo le forze con la celebre band gospel americana The Blind Boys of Alabama e con il connazionale Peter Green, leggendario chitarrista blues rock, che ha regalato tanti momenti struggenti alla slide. Stando a Peter, ha lavorato a questa composizione per ben dieci anni. Alla fine ne è uscito uno dei suoi brani ambientalmente più potenti, dove il suo canto, in coppia con le armonie di accompagnamento dei “ragazzi ciechi” e le slide di Green, crea una magia da spezzare il cuore.

“No Way Out” è il primo momento lirico dell’album in cui Peter affronta il tema della morte, uno dei due temi che ricorrono di continuo nel disco. Il motivo di base nasce dall’incontro tra un fraseggio di chitarra arguto e un variopinto mix di percussioni etniche. Attorno a questa impalcatura Peter, con il pianoforte e un canto eccellente, costruisce con successo una melodia maestosa con cui supera l’atmosfera iniziale, misteriosa, e la porta verso sfumature più luminose, con un culmine nel ritornello. “I Grieve”, in cui Peter nel testo “dialoga” di nuovo con la morte, rappresenta un nuovo livello di maturità compositiva ed emotiva, con una generosa dose di sensibilità ambientale. Con la sua solita magia vocale evoca ancora una volta le emozioni più autentiche, che sono il ritratto sputato dell’essenza dell’uomo, e sostiene una prova vocale così superba con possenti tappeti di sintetizzatore sullo sfondo. Per una svolta del tutto inattesa e spiritosissima ci pensa l’improvvisazione di violino del leggendario L. Shankar, con cui la composizione salpa verso acque completamente diverse, dal sapore più etnico.

Il momento più spiritoso dell’album è senza dubbio la già citata satira sociale “The Barry Williams Show”, in cui fa i conti con gli stupidi talk show della realtà. Il testo è così brillantemente grottesco e divertente che oggi lo cercheresti invano anche tra i colleghi musicisti connazionali di Peter. Senza un briciolo di pietà mette a nudo certi lati poco allegri della nostra società così raffinata e democratica. La struttura del pezzo è estremamente semplice, poggiando su un battito quasi r’n’b, mentre l’elegante soffio jazz arriva da un astuto intervento di tromba di Christian Le Chevretel. Del culmine del brano è responsabile un ritornello proprio da monello, in cui il sarcasmo non manca, mentre per la crescita drammatica e il contrasto armonico tra gli arrangiamenti ci pensa un raffinato inserimento di mellotron nelle varie sezioni strumentali. Qualcosa di così burlone e satirico, che ironia della sorte potrebbe avere anche un potenziale da hit, oggi può nascere solo dalla mano di un maestro come Gabriel.

La ballata sentimentale “My Heads Sounds Like That”, che con i suoi arrangiamenti di pianoforte ha qualcosa in comune con il leggendario classico di Lennon “Imagine”, sprigiona una forza espressiva incredibile e mostra di nuovo Peter nei panni di un esploratore di prim’ordine di certi angoli più complessi dell’animo umano. Il magico accompagnamento di arrangiamenti orchestrali viene interrotto per un attimo da una sezione aggressiva fatta di campioni elettronici, dopodiché torna quella grandiosità sinfonica a cui Peter è fedele praticamente fin dagli inizi del suo percorso musicale (già ai tempi dei Genesis). La fantastica “More Than This”, un altro pezzo uscito come singolo, è una delle creazioni più temperamentali dell’album, con un fraseggio di chitarra deciso e meandri ritmici agitati. Allo stesso tempo ha un testo significativo in cui Peter si chiede se per caso nella vita non ci sia qualcosa di più importante del solito inseguire un momento dopo l’altro. Questo hit mancato vanta un ritornello maestoso e che ti solleva, pieno di armonie vocali, mentre al clima eccezionale contribuiscono anche linee di basso impegnate ed eleganti arrangiamenti di tastiera.

La brillante “Signal to Noise” è un altro traguardo grandioso per quanto riguarda l’eterna sperimentazione di Peter con orizzonti sonori diversi. La sfida più grande è stata inserire la fantastica prova vocale del leggendario cantante pakistano Nusrat Fateh Ali Khan, musicista importante della musica devozionale dei sufi (la tradizione mistica dell’islam), visto che l’artista era già scomparso durante la registrazione dell’album. Per ottenere un contributo così azzeccato da parte dell’ospite ormai defunto, ha dovuto unire alcune vecchie registrazioni dal vivo e una prima versione dell’omonimo brano del 1996. L’atmosfera all’interno della composizione è eccezionale, quasi del tutto trascendentale, grazie all’unica combinazione tra il canto energico di Ali Khan (c’è chi direbbe anche strillo), che porta un fascino orientale mistico, e il canto malinconico di Peter, sostenuto da agitate onde di mellotron.

Sullo sfondo si sentono anche astuti campioni elettronici che creano il suono di una risata sinistra, come se a ridere fosse un’apparizione demoniaca dispettosa. Il clima drammatico, attraverso una sinfonia maestosa, sale verso il punto di ebollizione, dopodiché arriva il passaggio a una sezione da spezzare il cuore, estremamente malinconica e quasi interamente orchestrale. Senza dubbio uno dei vertici della carriera di Peter. Dopo tutta questa drammaticità sembra quasi doveroso che l’album si chiuda con la ballata serena “The Drop”, in cui Peter si ritrova da solo al suo pianoforte e, con una melodia delicata, quasi fragile, confessa gli ultimi pensieri sulla fugacità della vita umana che gli pesavano sull’anima.

Con “Up” il leggendario artista prog rock è riuscito di nuovo a superare sé stesso, firmando un altro capolavoro senza tempo davanti al quale i tanti seguaci della sua eredità musicale possono solo arrossire impotenti, restando muti testimoni del fatto che il maestro, nella sua avventura sonora, continua a superare gli allievi. Si contano sulle dita di una mano i musicisti e compositori del calibro di Peter che a ogni nuovo album riescono a ridefinire il proprio suono con tanto successo, restando però fedeli alla propria tradizione compositiva, anche se tra un disco e l’altro passano parecchi anni. Un prezzo che, data l’ossessione del maestro per la perfezione sonora e di produzione e il fatto che in ogni suo lavoro mette ogni briciola di cuore e anima, vale senza dubbio la pena di pagare.

Formazione

Peter Gabriel – voce, pianoforte, tastiere
Tony Levin – basso
David Rhodes – chitarra, cori
Manu Katche – batteria
Dave Power – batteria
Mahut Dominique – percussioni
Ged Lynch – percussioni, batteria
Richard Chappell – percussioni
Daniel Lanois – percussioni, chitarra
Peter Green – chitarra
David Sancious – organo Hammond
Melanie Gabriel – cori
The Blind Boys of Alabama – cori
Steve Gadd – batteria
Dominic Greensmith – batteria
Hassan Ramzy – tabla
Danny Thompson – contrabbasso
Will White – percussioni
Stephen Hague – percussioni
Richard Evans – chitarra acustica
Shankar – violino doppio
Christian Le Chevretel – tromba
e tanti altri…

Produzione

Peter Gabriel

Tracklist

1. Darkness
2. Growing Up
3. Sky Blue
4. No Way Out
5. I Grieve
6. The Barry Williams Show
7. My Head Sounds Like That
8. More Than This
9. Signal To Noise
10. The Drop

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